invecchiamento fisico emozionaleLe emozioni sono definibili come stati psicologici complessi comprensivi di: uno stato  affettivo di attrazione o repulsione verso un evento, persona, oggetti; una attivazione fisiologica del soggetto nella direzione ad esempio della attivazione  del sistema nervoso simpatico (accelerazione del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, dilatazione delle pupille, aumento della salivazione); una elaborazione cognitiva dello stimolo che ha determinato quella peculiare emozione (riconoscimento) ed una disposizione alla azione traducibile in comportamento motorio, o chiarificazione di una intenzione o comunicazione non verbale come un’espressione facciale. L’ordine con cui compaiono tali componenti dello stato emotivo non è predeterminato. Un esempio per chiarire quanto scritto sinora: se dobbiamo incontrare una persona che ci piace e man mano che ci viene incontro la riconosciamo sempre più nitidamente siamo consapevoli generalmente di provare felicità (elaborazione cognitiva), e desideriamo congiungerci a lei quanto prima (stato affettivo). Nel frattempo ci accadono dei cambiamenti nel nostro organismo come il cuore che batte più forte e magari un arrossamento al viso (attivazione fisiologica), e mentre ci avviciniamo a lei ci spunta sul volto un grande sorriso (disposizione all’azione). A livello sociale non tutte le emozioni sono condivisibili; in realtà però il potere e sapere rievocarle con qualcuno permette la rielaborazione delle stesse sul piano affettivo e cognitivo, comportando un indubbio benessere psicologico.

Riassumendo, le componenti delle emozioni sono: il contenuto affettivo, l’attivazione fisiologica, la valutazione cognitiva, la disposizione all’azione e le regole sociali. In ognuna di queste componenti si assiste ad un cambiamento nel passaggio dalla fase adulta a quella della vecchiaia. Per quanto riguarda il contenuto affettivo questo è soggetto, secondo il modello di E. Erickson, alla polarità tra integrità dell’Io e dispersione. L’anziano ha la possibilità di avere risorse interne per mantenere una buona immagine di sé ed un legame con l’ambiente fisico e sociale circostante, dall’altro lato egli può esperire la perdita di controllo e sul proprio organismo e sul proprio ambiente. Ecco che allora affiorano emozioni dal contenuto “grigio”, altamente negativo, non di rado nefasto. Anche i cambiamenti del sistema nervoso centrale possono influire negativamente sui contenuti emotivi quale effetto, ad esempio, di calo della capacità di controllo dei desideri e del tono dell’umore. Con l’invecchiamento inoltre aumenta l’incidenza dell’insorgere delle patologie cerebrali e quindi di conseguenza quello dei disturbi emozionali.

Attivazione fisiologica. I cambiamenti relati al sistema endocrino (SNA) quali il rallentamento dei processi dello stesso, procurano una reazione fisiologica più “tiepida”, con uno start ritardato, più lento, e ciò influisce sia sulla sensazione del soggetto di percepire l’attivazione emozionale, sia sulla capacità di esprimere tale emozione. Tuttavia tali modifiche non inquinano né l’intensità né la qualità della emozione stessa.

Valutazione cognitiva. I cambiamenti a livello del sistema nervoso centrale possono influire su una adeguata valutazione cognitiva delle emozioni e tale valutazione sarebbe a carico principalmente e dei processi percettivi e di quelli mnemonici. Per quanto attiene all’aspetto percettivo, il leggero ritardo verso lo stimolo che fa scaturire l’emozione comporta un suo non corretto etichettamento (non causando però deficit nella identificazione della qualità ed intensità emozionale). Per quanto riguarda invece l’aspetto mnemonico deficit a questo livello possono comportare difficoltà nella valutazione di pregressi eventi emozionali relati anche ai valori sociali di riferimento.

Disposizione all’azione. Specificatamente riguardo all’aspetto della componente espressiva delle emozioni, le modificazioni del SNC potrebbero comportare modificazioni a loro volta a carico della capacità di manifestare le emozioni, e della intensità della espressione delle stesse. Rispetto all’aspetto invece delle intenzioni comportamentali l’anziano ha solitamente un ridotto range di opzioni, e per scarsità di risorse o per la valutazione della inutilità dell’azione od ancora per non contravvenire al conformismo sociale. Di per sé la rinuncia ad agire comporta vissuti emozionali negativi.

Regole sociali. Vi sono molti stereotipi legati al dispiegarsi della quotidianità di vita dell’anziano, e questi stessi in una sorta di circolo vizioso, in una sorta di profezia che si autoavvera, fanno vivere all’anziano ciò che ci si aspetta da lui: tristezza, nostalgia, pochezza di risorse, senso di disperazione e disintegrazione.

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Invecchiamento patologico

psicologia famigliaPsicogenealogia  – La famiglia: nido o gabbia?

Da sempre si dibatte sui cambiamenti psico-antropologici a cui l’istituzione “famiglia” nel corso della storia è andata incontro. Già di per sé la famiglia nucleare della post modernità racchiude colori, contenuti e tendenze completamente diverse da quelle che erano presenti nella cosiddetta famiglia allargata. È ormai noto come lo sviluppo psicologico del bambino possa essere “influenzato” positivamente o negativamente e dalle variabili endogene dello stesso (quali vulnerabilità personologica, strategie di problem solving, tipologia di attaccamento alla figura genitoriale, risorse, capacità e competenze) e da quelle esogene. Per queste ultime si può fare riferimento a quello che è in primis la famiglia (prima agenzia educativa), o meglio all’ambiente, allo “humus” familiare. Ci sono numerosi approcci teorici allo studio delle dinamiche intrafamiliari e alla patologicizzazione delle stesse. Tra questi uno alquanto originale ma al contempo, a mio parere, assolutamente pertinente, è quello ravvisabile nella psicogenealogia.

A.A. Schutzenberger, in “Una malattia chiamata genitori” e nella “Sindrome degli antenati”, riprende ed approfondisce con innumerevoli esempi il concetto di cui sopra. La composizione della parola psicogenealogia fa comprendere come gli accadimenti scanditi dalla genealogia appunto (componente quest’ultima innata e strutturale “data” in dotazione a ciascun individuo) possano intersecarsi alla psiche del soggetto, favorendo o meno l’armonicità dello sviluppo stesso e la risoluzione più o meno edificante dei compiti evolutivi che lo sviluppo in sé richiede. La tesi della Schutzenberger risiede nel fatto che la nostra genealogia, ovvero i nostri genitori, nonni, bisnonni ed ancora più in là indietro nella timeline per arrivare agli avi, possono lasciarci in eredità problematiche irrisolte, una sorta di cerchi aperti di traumi non metabolizzati e quindi non digeribili, di segreti inconfessabili, che si annidano silentemente nella persona per palesarsi e manifestarsi con tutta la loro forza vitale in concomitanza magari di alcune contingenze. Tale processo è sovrapponibile per significato e rilevanza clinica a quello noto della somatizzazione.

In esso laddove la mente non può permettersi di esprimersi è il corpo che lo fa, che lo deve fare: il soma del bambino, figlio, nipote o pronipote “incarna” la voce dell’avo ferito, divenendo la parola, il portavoce del suo trauma. L’anismo è una patologia che potrebbe fornire un buon esempio di quanto appena descritto sopra. L’anismo è una anomalia contrassegnata dal fatto che l’ano, invece che rilassarsi per permettere il passaggio delle feci, fa l’opposto, si chiude difatti. Il dato clinico rilevante e significante è che tra i diversi casi di anismo, il numero di storie riguardanti l’abuso sessuale è dieci volte superiore rispetto a coloro i quali non soffrono di questa disfunzione. Si potrebbe definire l’anismo quale dissociazione somatica: parti del cervello inviano segnali opposti, uno atto al rilassamento, l’altro relativo alla contrazione dell’ano. Tale dissociazione è presente in tutta la sua enfasi anche nelle persone vittime di abusi e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci dato che la dissociazione è un meccanismo di difesa dell’Io, che permette alla persona vittimizzata di dissociarsi a livello psicologico dall’evento traumatico per non soffrire ulteriormente. Dissociazione, però, che non ha solo un’accezione negativa. Infatti può essere anche sinonimo di resilienza: terminologia mutuata dalla metallurgia che per trasposizione indica metaforicamente la capacità che la persona ha dentro sé di “non fondere ad una certa temperatura”, ovvero in altri termini di saper resistere funzionalmente anche alle difficoltà più severe. Qui sempre in merito alla strategia dissociativa la parte che osserva (che si allontana quindi dal trauma subito), prende il sopravvento su quella che è sofferente, per poter avere il controllo e successivamente sopraffare il caos. Interessante come sempre la Schutzenberger individui 3 percorsi in cui la parte sana della persona può declinarsi: mitomania, reverie e menzogna. La mitomania serve a contraffare la realtà, edulcorarla per compensare l’angoscia ed il senso di vuoto dati dal trauma; la reverie dà una forma all’ideale del sé che può divenire creatività nella declinazione positiva o miraggio, inganno in quella negativa. La menzogna infine maschera la realtà, proteggendo, a differenza del percorso della mitomania che protegge come un’immagine seducente, quale una fortezza. La somatizzazione è espressione delle emozioni (dei conflitti tra, e/o le espressione di esse) e si svela esclusivamente attraverso il corpo. Si tratta di un problema reale! Le parti coinvolte sono lo spirito ed il corpo che nello stress acuto attivano una risposta di tipo psicofisiologico mentre in quello cronico il loro rapporto dà una risposta di tipo psico-neuro-immunologica. I disturbi fittizi si strutturano nel processo immaginativo invece, e “creano” a loro volta disturbi fittizi. Per concludere i traumi mai digeriti dalla vittima si trasmetterebbero ai loro discendenti attraverso le più svariate modalità, una tra queste la sopra menzionata somatizzazione. Quando un bambino è farmaco resistente sarebbe opportuno esplorare attentamente la sua anamnesi remota familiare! Potrebbe trattarsi, alla luce di quanto descritto fino ad ora, di una non-sinergia operativa tra corpo e pensiero: se il corpo contraddice il pensiero, visto non mente mai, allora qualcosa non è stato detto, non è entrato nell’ordine delle parole.

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Come riconoscere gli stili di attaccamento del tuo bambino

attaccamento-bambinoL’attaccamento

Da sempre i legami relativi all’attaccamento che si instaurano tra il bambino e gli adulti significativi (i genitori) ricoprono grande interesse psicologico. Specificatamente a questo ambito la teoria dell’attaccamento difatti incarna il punto nel quale confluiscono diverse aree della indagine e della teorizzazione psicologica, e ciò permette di fornire un utile strumento per poter “leggere” e comprendere (clinicamente) i molteplici eventi relazionali che bambini e genitori esperiscono quotidianamente.

J. Bowlby (1982) definisce l’attaccamento quale comportamento del bambino definibile in 4 sistemi di controllo: di attaccamento, di esplorazione, affiliativo e di paura-attenzione; questi possono interagire sinergicamente o in antitesi. Già dai 7 mesi di vita gli stessi comportamenti di attaccamento si strutturano in quello che è un sistema di attaccamento, il quale secondo un orientamento goal-corrected permette al bambino di coordinare l’agire dei comportamenti di attaccamento con lo scopo-meta. É sempre Bowlby a sostenere che la disposizione propensione nell’allacciare legami con altre persone sarebbe innata. É lo stesso sistema di attaccamento che scaturirebbe nel bambino la capacità dello stesso agite per raggiungere in ogni modo la vicinanza con la figura di attaccamento. Indubbiamente tale processo non può non implicare l’esplicarsi di diverse emozioni: dal benessere e sensazione di sicurezza per la vicinanza con l’adulto alla rabbia e collera per la lontananza dallo stesso. Il sistema di attaccamento e quello esplorativo (atto ad acquisire padronanza verso il mondo circostante) si alternano, così che, ad esempio, più il bambino si sente sicuro e protetto e più sarà capace di “disattivare” parzialmente il suddetto sistema di attaccamento a favore di altri sistemi funzionali dal punto di vista evolutivo. Dal punto di vista prettamente evolutivo il legame di attaccamento si sviluppa attraverso diverse fasi. La prima e la seconda che si sostanziano come preattaccamento e formazione, sono definibili come rispettivamente di orientamento e segnali senza discriminazione della persona e orientamento e segnali verso una o più persone discriminate. Tale periodo va dalla nascita ai 6-8 mesi. La terza fase inizia con la formazione vera e propria dell’attaccamento, verso i 6-8 mesi, e si definisce di mantenimento della vicinanza ad una persona discriminata mediante la locomozione e mediante segnali, fino al 2^-3^ anno di vita. Le “conquiste” psico-cognitivo-motorie di tale tappa sono ravvisabili nella costanza dell’oggetto (terminologia di derivazione piagetiana con la quale si definisce la capacità, competenza del bambino di costruire e far permanere una rappresentazione mentale degli oggetti anche se questi ultimi sono assenti), nel gattonamento, nella deambulazione e nello sviluppo del linguaggio.

L’acquisizione della costanza oggettuale da un lato e la “padronanza” di nuove capacità di organizzazione comportamento dall’altro, permettono al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento con la peculiare figura di riferimento, caregiver. Il prevedere i reciproci comportamenti e la costruzione delle aspettative verso il comportamento dell’altro partner (ove l’assenza della risposta attesa è generatrice di angoscia), sono caratteristiche importanti di questo periodo. Nella quarta fase si cominciano a strutturare la reciprocità tra adulto e bambino, grazie soprattutto alle conquiste precipue: implemento delle capacità linguistiche e del sistema della memoria, costanza nella rappresentazione mentale degli eventi (la quale consente al piccolo di considerare la figura di attaccamento come “altro-da-sè”), gli IWM ovvero i modelli operativi interni (terminologia coniata da Bretherton, 1985). Questi ultimi possono essere definiti come rappresentazioni mentali inerenti a sé stesso e dell’altro riflettenti la storia relazionale del bambino con l’adulto. Nei paragrafi successivi verrà nominata la SSP: per SSP, o meglio Strange Situation Procedure, si intende una procedura standardizzata elaborata da M. Ainsworth, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Essa è utile per comprendere le tipologie di attaccamento del bambino verso i genitori. Durante la procedura, svolta in ambiente sconosciuto per il bambino, vengono attivati pattern comportamentali introducendo situazioni di stress crescente (quale l’introduzione nel setting di una persona estranea). La SSP comprende 8 episodi e 2 di separazione, ricongiungimento col genitore.

L’attaccamento, o meglio la valutazione dello stesso, consta di 5 categorie. Qui di seguito sono riportate le caratteristiche di ciascuna categoria.

ATTACCAMENTO SICURO (B): il bambino palesa un desiderio di vicinanza, di interazione, di contatto fisico verso la figura di attaccamento. Solitamente l’esplorazione verso l’ambiente circostante è buono ma tende comunque a ricercare attivamente la partecipazione dell’adulto. Durante la separazione, così come nel ricongiungimento, i segnali manifestati dal bambino sono contingenti alla situazione e non inerenti al fatto che il bambino è stato lasciato solo. L’esplorazione dell’ambiente, così come l’attaccamento verso i genitori, si intersecano bilanciandosi. Gli ingredienti sono: dipendenza, autonomia ed indipendenza.

ATTACCAMENTO INSICURO EVITANTE (A): il bambino dimostra un notevole “evitamento” verso il genitore nella SSP (Strange Situation procedure), è maggiormente concentrato sulla esplorazione esterna che sulle figure di attaccamento; lo stesso accade negli episodi di riunione con gli stessi. La tendenza sembrerebbe quella di minimizzare le proprie reazioni affettive specialmente dopo le separazioni. Qui il bilanciamento tra esplorazione ambientale ed attaccamento genitoriale è a favore della prima. Lo stile relazionale è quello di autonomia ed indipendenza con la de-enfatizzazione dei propri bisogni psicologici di conforto, protezione, cure.

ATTACCAMENTO INSICURO AMBIVALENTE (C): nella SSP i bambini palesano un forte attaccamento verso il genitore. Il bilanciamento tra esplorazione ed attaccamento è disequilibrato ed è a favore della seconda questa volta. Ciononostante il genitore qui non rappresenta una base sicura sulla quale approdare: difatti se questi bambini sono spaventati od a disagio non sembrerebbero trovare conforto e consolazione con la loro presenza. Apparirebbe quindi esiguo il sentimento interno di poter avere a disposizione una figura stabile sulla quale poter contare.

ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO/DISORIENTATO (D): tali bambini sembrano simili ai bambini caratterizzati dalle altre tipologie di attaccamento, tuttavia in alcuni momenti sembrano non possedere una strategia coerente nella relazione genitoriale. I comportamenti si farebbero risalire più ad un tratto della relazione che ad una caratteristica personologica del bambino: si manifesterebbero difatti solamente nella SSP durante la separazione e riunione ai genitori.

ATTACCAMENTO EVITANTE/AMBIVALENTE (A/C): è Crittenden nel 1988 a descrivere per la prima volta questa tipologia. Questo attaccamento si struttura quindi nel palesare comportamenti opposti e sarebbe considerato quale esito di una strategia organizzata, in quanto si percepisce il genitore come minaccioso e/o pericoloso.

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La Tecnica della Metafora in Ipnosi

marzo 27th, 2015 | Posted by admin in Ipnosi - (1 Comments)

milton erickson metafora ipnosiMetafore in ipnosi

Il termine metafora è di derivazione greca: meta (sopra) e phoren (trasportare da un luogo ad un altro). I livelli delle metafore sono due: il primo riguarda l’esplicito contenuto della storia, il secondo della storia stessa ne custodisce il significato implicito, spesso il più importante, la cui ontologia ed essenza viene “captata” ed elaborata dall’inconscio per utilizzarla nel modo più funzionale e terapico per quel determinato soggetto. In terapia, più la metafora è meno immediatamente comprensibile (=maggior tensione) e più assurge al proprio compito evocativo, curativo.

Versus, minore è la tensione, quindi più elevata è la sua comprensibilità dalla parte conscia, e meno sarà “potente” il suo effetto. Tale processo appena descritto è conosciuto col nome di isomorfismo. L’isomorfismo deve essere attinente con la problematica portata dal paziente, ma non deve essere di facile traduzione dallo stesso. Se tutti gli elementi della storia creeranno la “giusta tensione” il soggetto (secondo M. Erickson) non dovrà conoscere il significato implicito della metafora stessa, in quanto l’inconscio ci penserà da sé attraverso un processo trasderivazionale. Colui che ascolta la narrazione della storia, aziona ad opera dell’inconscio una ricerca associativa, allontanando così la sclerotica rigidità delle categorie concettuali, ed aumentandone la flessibilità strutturale. Con ciò vi è l’abbattimento di abituali schemi di riferimento, o perlomeno il loro depotenziamento, e dall’altro vi è un ampliamento di orizzonti dall’atteggiamento di nuova propositività esplorativa, che la stessa funzione metaforica appunto esercita.

Vi sono nella storia voluti errori logici in quanto questi ultimi stimolano ed elicitano la ricerca dell’adeguato referente. Esempi tipici di tutto questo sono: i cambiamenti dei contesti di significato, l’antropomorfizzazione di oggetti, situazioni, animali, la violazione di norme restrittive. Se si legge o si ascolta, ad esempio, che un masso trasmette energia negativa a ciò che lo circonda, per liberarsi dal dolore, la parte logica di noi “non ci sta”, si ribella a questo contenuto, e mette in moto dei processi per cercare il referente adatto: cosa rappresenterà veramente quel masso?

Il linguaggio della metafora consta di elementi linguistici quali le nominalizzazioni, i verbi non specificati, la mancanza di indice referenziale, operatori modali e specificazione dei termini sensoriali. La costruzione delle frasi avviene attraverso l’impiego di truismi (…), ossimori, non sequitur, suggestioni, rinforzi e ridefinizioni dell’Io, postulati convenzionali e causa-effetto lineare. L’impiego delle metafore è veramente eterogeneo e sono utili per delle emozioni limitanti e/o loro definizione, il miglioramento della qualità di vita di coppia, l’aumento della efficacia prestazionale sul proprio lavoro ad esempio.

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invecchiamento-precoce

invecchiamento-precoce

Modificazioni bio-chimiche nel processo fisiologico di invecchiamento

Quando si parla di invecchiamento si pensa che anche le unità fondamentali e fondanti il sistema nervoso, ovvero le cellule neuronali, i neuroni, possano invecchiare: ma non è così. A differenza di tutte le altre tipologie di cellule dell’organismo che sono ineluttabilmente bersaglio di senescenza, quelle neuronali non andrebbero incontro a tale processo, anzi. Le altre cellule dell’organismo replicandosi farebbero scorta di danni al DNA per poi concludere il tutto verso il suicidio della cellula stessa. Le cellule neuronali, o meglio le connessioni a livello sinaptico delle stesse con altre, aumenterebbero grazie al processo dell’apprendimento che, ovviamente, col progredire dell’età dovrebbe intensificarsi e “contenere” una vasta eterogeneità di contenuti, saperi. Esisterebbero ad esempio delle cellule staminali che riprodurrebbero anche in età avanzata (80 anni) i neuroni perduti. La riflessione a questo punto porta naturalmente al comprendere come cervello e corpo non seguono percorsi intersecanti durante il processo di invecchiamento del soggetto. Dall’altro lato però ci sono fattori ambientali, molecolari, biologici, che possono arrecare danni notevoli ai neuroni. Sommariamente però i principali cambiamenti a carico del sistema nervoso centrale possono essere così riassunti:

  • presenza di “placche” senili quali alterazioni strutturali ritenute tali perché presenti in età avanzata
  • aumento delle cellule gliali che si sostituiscono a quelle neuronali
  • irrigidimento delle pareti dei vasi sanguigni
  • diminuzione progressiva per quanto riguarda la produzione di determinati neurotrasmettitori e dei relati recettori quali: dopamina, acetilcolina, serotonina, norepinefrina
  • modesta diminuzione della massa cerebrale già verso i 60 anni maggiormente nei lobi frontali (fondamentali per le funzioni cognitive superiori) e l’ippocampo (facente parte del sistema limbico ed importantissimo per l’immagazzinamento di nuove informazioni)

Numerosi studi hanno dimostrato come il praticare moto incrementerebbe nel cervello il livello di Bdnf, una proteina atta a contribuire alla creazione di nuovi neuroni. Anche una ricca ed equilibrata dieta a base di Omega-3 favorirebbe indubbiamente, insieme agli antiossidanti, un’azione protettiva dai radicali liberi.

Allenare la mente in età avanzata, quindi, si può e si deve! Scopri come

perversioni-sessuali-esempiLa perversione è stata considerata per un lungo periodo alla stregua della morale imperante fondamentalmente religiosa. L’incesto, considerato quale un “delitto” o comunque una perversione, viene legittimato ad esempio nella cultura degli antichi faraoni od in quella Maya. Nella cultura Romana, per proseguire con gli esempi, gli stessi patrizi o imperatori si adoperavano in comportamenti marcatamente perversi i quali però collimavano con una cornice il cui modus vivendi è plausibile. Gli approfondimenti ed i relativi e svariati studi psichiatrici devono in una certa misura opporsi ad un costrutto della perversione che invece poggia su una base prettamente morale, e di una morale vigente. A Pinel (1800) si devono la conduzione dei primi studi riguardanti tale fenomeno patologico, egli conia per queste affezioni la terminologia di “mania senza delirio”. E’ con Esquirol (1805) però che si inizia a parlare di fenomeni patologici definendo gli stessi come “follia morale” o “follia impulsiva”, la cui eziologia sembra poter essere ricondotta ad una sorta di alterazione del senso morale: qui però siamo ancora nel terreno intriso di forti connotazioni filosofiche e teologiche non affatto scientifiche. In questo senso il passo successivo si ravvisa con Magan e Dupre (1813), i quali ritengono che tali disturbi siano la conseguenza più prossima di una degenerazione di matrice costituzionale legata alla sfera della istintualità. Storicamente è Kraft-Ebing (1896) che, all’interno del quadro clinico, descrive pedissequamente le diverse tipologie di perversione, individuando in alcune solamente la lieve presenza di manifestazioni sessuali: è proprio lui che conia i termini “sadismo” e “masochismo”. Anche l’opera di Henry Mavelock Ellis (1896) lascia il segno: ha difatti il merito di anticipare diverse cognizioni che fanno parte del sapere e del sentire odierni. Riconosce, ad esempio, a 360° la sessualità infantile nelle proprie manifestazioni così come la necessità di educare sessualmente i piccoli senza pregiudizi. La conseguenza diretta di ciò è il “reinserimento” di manifestazioni sessuali, precedentemente considerate immorali e patologiche, all’interno di un registro di normalità. S. Freud s’inserisce in questo quadro storico agli inizi del ‘900. Egli pubblica nel 1905 i “Tre saggi sulla teoria sessuale” cui segue la seconda edizione del 1915. Tali opere sono molto importanti in quanto grazie ad esse viene elaborata una nuova concezione della sessualità, in cui l’assunto di base esplicita di come nell’infanzia esista una disposizione sessuale perversa polimorfa: il bambino è un perverso polimorfa nel senso che egli man mano che attraversa i diversi stadi di sviluppo psichico, affettivo, biologico si “procura” il “piacere” attraverso diverse modalità e fonti, ricordando sempre che per la prospettiva psicoanalitica è il rapporto che il neonato ha col seno materno la matrice fondante della sessualità umana. Qui il termine “istinto” viene sostituito con quello di “pulsione”.

L’approccio psicoanalitico domina il campo di studio; ma anche quello culturalista  (anni ’40) sembra timidamente affiorare nella scena. Per tale approccio le perversioni sono da considerarsi quali perturbazioni di adattamento alle regole della società, oppure quali conseguenze di apprendimenti errati. Alfred Kinsey (1949), biologo e sessuologo statunitense e collaboratori, elaborano e consolidano il metodo dei questionari e relativa decodificazione statistica per gli stessi, estesa ad un campione vastissimo di oltre 12.000 uomini e donne del popolo americano. Con “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) vengono a cadere molte falsificazioni stereotipate relative alla sessualità umana, prima fra tutte la presunta (ma logica e quasi “doverosa” per il tempo storico di allora) minor reattività eccitatoria della donna rispetto all’uomo.

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psico urtoCome può essere definita una terapia “d’urto”? La risposta: una terapia caratterizzata da tecniche d’impatto, le quali consentono ai pazienti di registrare più velocemente i messaggi più importanti che durante l’incontro terapeutico vengono per l’appunto veicolati. Questo è un approccio generato da E. Jacobs, professore universitario della West Virginia, e che trova successivamente il proprio habitat naturale anche nella ipnosi ericksoniana, nella PNL, nell’analisi transazionale, nella Gestalt, nella psicoterapia del problem solving per citarne solo alcune.

Ma torniamo al focus iniziale: perché queste tecniche risultano essere particolarmente efficaci? Perché si avvalgono, rispettandole, delle leggi mnemoniche, ovvero l’insieme dei principi che consentono alla memoria di assorbire permanentemente e quindi funzionalmente l’informazione in questione.

  • Baulie sottolinea ed approfondisce quelli che sono i mattoncini costitutivi delle tecniche di impatto stesse, ovvero:

Principi mnemotecnici:

  • L’apprendimento multisensoriale: numerosi studi legati alla neurofisiologia umana sanciscono che il 60% del flusso di informazione che giunge e raggiunge il cervello proviene dagli occhi. Appurato ciò vi sarebbe una maggiore risposta corticale nelle aree della corteccia uditiva, visiva se lo stimolo è bimodale (ovvero coinvolgente sia il senso della vista che quello dell’udito), piuttosto che la somma di stimoli unimodali (coinvolgenti o la vista o l’udito). I sensi “lavorerebbero” sinergicamente per ripetere lo stesso messaggio, e ciò a sua volta implicherebbe l’intervento di un maggiore numero di neuroni (quando appunto il messaggio ha attributi sia visivi che verbali) che amplificherebbe a sua volta ancora la nostra azione, avendo quindi effetti sulla nostra memoria. La concezione e percezione che abbiamo verso il mondo esterno può trovare beneficio ovvero essere “aggiustata” qualora intrisa di pregiudizi, stereotipi, disfunzionalità, se vengono stabilite delle comunicazioni privilegiate tra i nostri organi di senso e le nostre aree corticali: trattasi di quello che viene definito come modellamento del pensiero.
  • Fare in modo di commutare in concreti i concetti astratti: diversi consolidati studi hanno dimostrato che il nostro cervello trattiene più agevolmente le informazioni di carattere concreto che quelle di carattere astratto. Esempio: esercizio del rompicapo – questo esercizio potrebbe essere utile per far comprendere ad un bambino come i suoi genitori separati non devono accanirsi più per incastrarsi
  • Fare riferimento alle informazioni già conosciute: è importantissimo rispettare il bagaglio mnesico del paziente. Farlo significa far risvegliare indirettamente in lui un susseguirsi di reazioni cognitive, cinestesiche, uditive, olfattive, gustative, emotive senza che egli ne sia consapevole: tutto ciò a sua volta crea terreno fertile per assimilare nel miglior modo possibile il messaggio di cui si intende trasmettere l’essenza. Lo scopo primo della terapia d’urto è quello di agevolare, e quindi permettere un processo di ricerca interiore atto ad attingere le risorse e le strategie più idonee alla risoluzione del problema in questione per la persona. Questo principio è molto simile a quello di “utilizzazione” di M. Erickson.
  • Stimolare le emozioni: l’emozione garantisce la registrazione celere e permanente della informazione. Utile in tal senso potrebbe essere l’utilizzazione di un oggetto denso del significato emotivo, già conosciuto dal paziente.

dee-verginiTalvolta vi sono delle strade alternative, originali, che possono apportare un incremento della conoscenza e consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Un esempio in tal senso è quello della “comprensione al genere di appartenenza attraverso l’immersione” nella mitologia classica.

Jean S. Bolen affronta egregiamente questa tematica facendo al lettore una domanda che probabilmente non si è posto prima, o difficilmente, ovvero: “quale Dea o Dio dimora in te?”.

Dopo la suddivisione degli Dei e Dee sulla quale poggia la teogonia di Esiodo, il lettore potrebbe trovare ampio respiro nel darsi una risposta. Ma procediamo con ordine.

Per quanto riguarda le Dee esse vengono tripartite in Vulnerabili, Vergini ed Alchemiche, ognuna delle quali racchiude in sé una iconografia particolare e caratteristiche personologiche altrettanto peculiari. In esse vengono anche analizzati i rapporti col genere maschile, la tipologia di uomini che consapevolmente o meno ricercano e le motivazioni.

L’archetipo della Dea Vergine è correlato a quella parte della donna che l’uomo non riuscirà mai a raggiungere, autonoma dalla opinione che ha l’uomo e dal bisogno di esso. La sua coscienza è polarizzata. Una donna con tale aspetto non è detto che lo viva fisicamente, ma che una significativa parte di sé lo sia (vergine) dal lato psicologico.

L’archetipo della Dea Vulnerabile può essere quello di una donna fragile, vittimizzata dalla coscienza diffusa ma che in una seconda fase della propria vita, dopo magari la manifestazione di sintomatologie psichiche legate al dolore, ha recuperato il proprio sé trasformandolo.

L’archetipo della Dea Alchemica è quello di una donna che non ha mai sofferto per amore, e non fu mai vittima. L’effetto che ha la Dea Alchemica (Afrodite) su un rapporto non riguarda solo l’aspetto romantico o sessuale ma anche l’unione di anime, l’amicizia profonda, la comprensione empatica e l’amore platonico. La sua coscienza è definita coscienza Afrodite, una sorta di riflettore, attiva e ricettiva sinergicamente.

In questo articolo per ora si parlerà delle Dee Vergini per non incorrere in eccessiva lunghezza.

Artemide (Diana): figlia di Leto e Zeus, dea della caccia, della luna.

E’ immune all’innamoramento ma con il suo arco nessuna “preda” (anche umana) può scamparla. Archetipo di arciera protesa alla meta e del femminismo incarnando: competenza, realizzazione, indipendenza dagli uomini e dalle loro opinioni, in soccorso delle giovani donne inermi e vittimizzate. Con le donne spiccata è la sorellanza e solidarietà. Con gli uomini si sentono alla pari rendendosi conto della innaturalità del ruolo stereotipato che era stato attribuito loro. Sono attratte da uomini atti alle attività artistiche, musicali, creative, terapeutiche, con cui poter condividere interessi, o che sono complementari ai suoi. La sua tendenza ad esplorare può portarla anche nella sessualità ad esperire diverse tipologie di relazioni. Sinteticamente si può asserire che per la donna Artemide le sofferenze psicologiche sono maggiormente a carico di coloro che le stanno accanto, non sembrerebbero essere rivolte a sé.

Minerva (Atena): figlia di Metis e Zeus, dea della saggezza, dei mestieri.

Iconograficamente viene rappresentata dalla civetta ed i suoi “strumenti” sono lo scudo, la corazza e la lancia. Come l’archetipo Artemide quello di Atena è focalizzato più sui propri bisogni che su quelli altrui e sono i seguenti: la strategia, in cui manifesta attivamente la propria propensione per gli affari, il campo militare, politico, scientifico e del pensiero. L’artigiana Atena, dea dei mestieri, si dedica a cose belle quanto utili, e predilige attività nelle quali le mani e la mente si incontrano, come il tessere. L’archetipo di “figlia del padre” (prediletta da Zeus), che incarna, trova ragion d’essere nella sua attrazione verso uomini potenti, detentori di autorità, potere, responsabilità, che a loro volta incarnano l’archetipo del patriarca. Diversamente da Artemide contemplano le regole di comportamento e le norme stabilite, e non le vanno a genio gli oppressori, i ribelli, i falliti. Con le donne i rapporti sembrano essere distanti ed addirittura inesistenti, mentre con gli uomini, solo quelli eroici sono degni della sua attenzione. Non considera il sesso (come lo è per Artemide uno sport) un’avventura,  ma in comune con essa vi è l’attivazione in lei degli archetipi di Era (Giunone) e di Afrodite (Venere), perché esperire il sesso possa divenire un impegno emotivo ed espressione di Eros. Le sue azioni sono intenzionali, mai impulsive, vive nel “giusto mezzo”. Le sue difficoltà psicologiche possono derivare dal fatto che lei sia detentrice di scudo e corazza.

Estia (Vesta): appartiene alla prima generazione degli Dei dell’Olimpo, sorella di Zeus, figlia di Chrono e Rea.

Dea del focolare quale santuario e sorgente di calore e del Tempio quale viaggio interiore per cercare e trovare senso e pace. L’iconografia con la quale viene rappresentata è quella del cerchio, simbolo del fuoco, focolare. Il suo, diversamente da Atena ed Artemide, è un orientamento verso l’interiorità dell’esperienza soggettiva, atta ad esempio alla meditazione. E’ l’archetipo della custode del focolare ed è “attivo” nelle donne che fanno delle attività domestiche non mere faccende di casa, ma attività significative, e nel farle nasce in loro uno stato di pace interiore. Se nella donna l’archetipo predominante è Estia, al compito della mansione per il quale si è attivata proverà serenità interna, se è quello di Atena si struttura il senso della meta ottenuta, se ancora è quello di Artemide un senso di sollievo per potersi dedicare all’esperire dell’altro. Un altro archetipo che incarna Estia è quello della Dea del Tempio, che specialmente nelle comunità religiose nelle quali abbonda, si coltiva attraverso il silenzio. Con le donne offre il suo animo comprensivo ed attento indipendentemente dal contenuto enfatico o meno che l’amica le confida, e garantisce un posto “caldo” vicino a sé, al suo focolare. La sessualità per lei non è molto importante ma se si trova a farla si scopre orgasmica. Ella attrae uomini o che considerano le donne “sante” (che non hanno esperienza sessuale o non interessa loro averne) o “puttane” (se sessualmente attive ed eccitabili). E’ molto comune che si strutturi un’unione matrimoniale tra un marito Ermes, uomo d’affari, intraprendente, che viaggia, ed una donna Estia, che tiene vivo il focolare domestico, a cui piace occuparsi autonomamente (e senza che altri possano interferire) della casa. Le difficoltà psicologiche possono ravvisarsi nel fatto che coltivando il modello del distacco può essere preda dell’isolamento e della solitudine. Difatti tra le divinità dell’Olimpo le manca la “persona”: l’immagine viene rappresentata non da sembianze umane ed è completamente scevra da conflitti amorosi e dalle discussioni esistenti tra le persone.

Oggi la vita di una donna attraversa diverse fasi, ed in ciascuna di queste si possono attivare le Dee, quali immagini interne, archetipiche attivantesi continuamente nelle loro diverse tipologie. Può capitare, e questo è molto suggestivo oltre che straordinario, che un determinato archetipo possa, all’oscuro della donna nel quale si è attivato chiedere “tributo” alla Dea al quale appartiene.

E in te, quale Dea dimora?