Psicologia delle Masse

aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (0 Comments)

psicologia delle masseIl concetto di massa può essere relato a quello di totalitarismo, così come di conseguenza la psicologia sottesa al totalitarismo si interseca con quella della massa per l’appunto.

Il primo studioso a sistematizzare ed analizzare scientificamente il ruolo delle masse nella società è Gustav Le Bon (1895), etnologo, psicologo ed uno dei fondatori della cosiddetta “psicologia sociale”. Egli conferisce loro un’accezione molto negativa; sarebbero difatti l’esito di un processo involutivo, portatore a sua volta di anomia, decadenza, distruzione, incapacità ad essere creativi e a possedere una visione olistica d’insieme.

La massa è il nuovo soggetto politico, protagonista incalzante degli ultimi decenni dell’800, che avrebbe poi predominato la scena anche del secolo a seguire.

Le Bon identifica la massa quale “grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme”, e che comincia a strutturarsi alla fine dell’800. L’autore traccia un identikit del moderno dittatore ideale, in cui predomina senza ombra di dubbio la sua capacità di incarnare aspirazioni, velleità e desideri segreti della folla. Dopodiché sarà lo stesso dittatore potenziale a proporsi come il salvatore, una specie di totem in grado di realizzare ciò che la folla brama e desidera. È l’illusione a giocare un ruolo cruciale in tutta questa dinamica: non è importante tanto che questi remoti sogni abbiano una traduzione positiva nella realtà, quanto far credere alla massa di essere capaci a realizzarli. Mussolini, ispiratosi pedissequamente all’opera di Le Bon, infatti affermava: “non è la ragione a scavalcare le montagne, ma la fede. La propensione dell’uomo moderno nel credere ha dell’incredibile” e ancora “la gente non ha tempo per pensare”.

Le masse, prosegue Le Bon, penserebbero per immagini, le quali si susseguirebbero senza alcuna concatenazione, esse sarebbero molto suggestionabili a ciò che di meraviglioso risiederebbe nelle cose in sé. Gli uomini che divengono dittatori non sono solitamente intellettuali, ma uomini d’azione, caratterizzati da quella che nella moderna neuro-psichiatria viene definita come “pseudologia fantastica”: le loro idee ed ideali verrebbero difesi ad oltranza e contro essi qualsivoglia ragionamento si infrangerebbe. Essi sono disposti a sacrificare tutto (sè stessi, famiglia) pur di raggiungere i propri obiettivi; ed anche l’istinto di conservazione verrebbe meno in nome di un’impresa ben più aulica ed altamente immaginifica, ovvero il lasciare ai posteri di loro nuovo Vangelo o “dottrina”.

Le Bon identifica quella che è la moralità della folla e ne enuclea i relativi sentimenti, quali: suggestionabilità, credulità, e loro relativa ubbidienza alle suggestioni (le immagini che vengono utilizzate dal dittatore e che fanno breccia nell’anima della folla vengono considerate alla stregua della realtà), esacerbazione, iperbole e semplicismo dei propri sentimenti (non conoscendo né l’incertezza né tantomeno il dubbio i sentimenti della folla si distribuiscono agli estremi), servilismo dinanzi all’autorità forte e, nonostante gli impeti rivoluzionari contingenti, conservatorismo. A seguire, impulsività ed irritabilità in quanto la massa sembrerebbe essere l’esito, o meglio il contenitore, di tutti gli impulsi eccitatori esteriori e come tale ne rifrangerebbe inevitabilmente tutte le oscillazioni.

L’autore, attraverso l’applicazione di un paradigma di studio scientifico (dal background clinico) delineerebbe le dinamiche della folla caratterizzate dalla emotività emergente dall’inconscio, favorita a sua volta dal dispiegarsi delle varie declinazioni del concetto di contagio e suggestione. Le folle quindi sono considerate l’Uno in cui vige la depersonalizzazione, per cui per esse non potrebbe servire altro che un leader dotato di ferrea volontà, in grado di guidarle attraverso l’ausilio della ripetizione, affermazione, contagio, suggestionabilità.

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Psicologia dei Totalitarismi

aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (1 Comments)

totalitarismo-2Nel precedente articolo ho trattato della psicologia sottesa alla folla, in questo quella sottesa ai totalitarismi: chiaramente ogni totalitarismo “necessita” della propria folla e viceversa, da qui l’intersezione tra le due realtà ontologiche.

A tal proposito ho trovato di profonda originalità ed interesse, nonché ispirazione, il testo “Jung parla”, a cura di Mc Guire e Hull è quello della “Banalità del male” di Hannah Arendt. Ma procediamo con ordine.

Nel primo libro in diverse interviste Jung opera per la “diagnosi” di 3 grandi dittatori della storia: Hitler, Mussolini e Stalin. La descrizione personologica dei suddetti si rivela molto preziosa per comprendere da un lato la diversità degli stessi e dall’altro il cosiddetto trait d’union della dimensione dittatoriale in sé, e quindi la sua sottostante psicologia. Di Hitler, Jung sostanzia essere lo specchio dell’inconscio di ciascun tedesco che gli rimanda immagini che ne amplificano la necessità della propria anima; ma a chi tedesco non è tale amplificazione non arriverebbe. Ciò che contraddistingue Hitler dagli altri dittatori è che il suo potere apparirebbe magico e non politico: una sorta di chiaroveggenza, di potere calato “dall’alto” in cui egli comunicherebbe al popolo tedesco ciò che lo stesso avrebbe sempre provato nel proprio inconscio circa il destino della Germania. Il tutto cercando di depotenziare quello che caratterizzerebbe da sempre il popolo germanico, soprattutto nella sconfitta dopo la guerra mondiale, ovvero il complesso di inferiorità. Hitler è la Germania, egli infatti ascoltando la propria voce (come da lui stesso riferito) si fa ascoltare a sua volta: sulla sua voce, che altro non è che il suo inconscio, il popolo tedesco proietterebbe il proprio essere; per questo atavico motivo egli sarebbe così potente e magicamente carismatico. Si potrebbe scorgere un parallelismo storico tra gli ebrei dell’antichità e i tedeschi. Dopo la sconfitta mondiale i tedeschi hanno sempre desiderato un Messia, Redentore e questo sarebbe indicativo di coloro i quali soffrono del complesso di Inferiorità. Gli ebrei, per parte loro, accarezzano ed accolgono l’idea di un Messia che, dopo le innumerevoli conquiste per parte orientale ed occidentale, avrebbe potuto riunire (e salvare) il popolo ebraico sotto l’egida di una nazione unica. Jung disquisisce sulla diversità del popolo tedesco da un lato ed italiano dall’altro: i tedeschi, essendo cosmopoliti, smarrirebbero facilmente la propria identità, e sarebbero suggestionabili ed impressionabili; gli italiani invece porterebbero con sé più stabilità, non avendo familiarità con gli abissi e le oscillazioni peregrine tedesche. Hitler sarebbe una specie di sciamano, semi-dio, mito, e come uomo non esisterebbe ed evaporerebbe dietro il proprio ruolo essendo lui la Germania intera. Mussolini invece è un uomo che prevarrebbe sul proprio ruolo; ed è da queste diversità procedurali ed ontologiche che: se Mussolini è un uomo il carattere dell’Italia fascista è più umano che non quello della Germania nazista. Parlando di Stalin, Jung ne sottolineerebbe la debordante ambizione personale, la quale sottrarrebbe energie che potrebbero essere investite per il progresso e l’evoluzione del paese stesso. Da un punto di vista psicoanalitico, tra le svariate tipologie con cui l’inconscio si presenterebbe ad un uomo, vi sarebbe quello della figura femminile; analogamente per la donna il corrispettivo sarebbe la figura maschile: queste figure potrebbero assumere le forme più diverse. Se l’uomo non riesce a strutturare un giusto rapporto con tale figure femminili dentro sé, è probabile che potrebbe esserne alla fine posseduto divenendo, la figura femminile stessa, un’incognita di disgregazione e disarmonicità. Jung ipotizzerebbe difatti che Hitler non avrebbe mai sviluppato un rapporto sano con la suddetta figura femminile, definita da Jung quale anima: ecco allora una delle ragioni per cui egli sarebbe così pericoloso, sarebbe siffatto posseduto da tale Anima e non beneficerebbe dei semi dell’armonia che invece tale figura femminile potrebbe “elargire” se avesse però naturalmente coltivato con essa un rapporto genuino.

In “La banalità del male” di H. Arendt l’autrice (filosofa tedesca ed allieva di Heidegger e Jaspers) tratta del processo a Gerusalemme (11 maggio 1960) di uno dei personaggi del totalitarismo germanico: Otto Adolf Eichmann. Egli dovette rispondere di quindici capi di imputazione per aver commesso “in concorso con altri” crimini contro l’umanità. La scrittrice assistette personalmente ai dibattiti in aula e poi, per il giornale per il quale era inviata, trattò dei diversi ordini di problemi celati dietro il caso Eichmann, di ordine politico, giuridico e morale. Nel titolo del libro compare la parola “banalità”: con questa la Arendt sottolineerebbe come il male, personificato da Eichmann, sarebbe per l’appunto banale e come tale ancora più feroce è pericoloso; dietro ad esso una folta schiera di “piccoli grigi burocrati” per essenza dissimili dalla “grandezza” dei demoni. Di questi personaggi, quali Eichmann, emergerebbe la distanza dalla realtà e la mancanza di idee ovvero l’incapacità di pensare e di essere il braccio volontariamente inconsapevole di qualcuno d’altro; ciò sarebbe palesemente comune oltre che banale; di tutto questo il potere si servirebbe per sistematizzarlo e declinarlo in infiniti modus operandi, ed uno di questi sarebbe il regime totalitario. In Eichmann la depersonalizzazione consisterebbe nell’attaccamento delirante non tanto della propria opera quanto alla “ragione” promulgata dal regime: un uomo normale i cui atti sono mostruosi. Il male per la Arendt sfiderebbe il pensiero, in quanto quest’ultimo si proporrebbe di arrivare alla profondità, alle radici: ed è in questa raffinata ed analitica prospettiva che la banalità del male si tradurrebbe nella dinamica in cui il pensiero, cercando il male, non troverebbe assolutamente nulla e si frustrerebbe. Il bene per l’autrice avrebbe radici, a differenza della banalità, in cui in quest’ultima confluirebbero spersonalizzazione, cecità, distorsione della realtà, pensiero “magico”, distruttore, anticreativo, piegato su sé stesso e agli antipodi della evoluzione creatrice contenente ideali e valori positivi, quindi umani, nella accezione ontologica più stretta.

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WCENTER 0REDADFGHZ -Il cervello umano: non solo esercizio della ragione

Joseph Ledoux è uno dei più riconosciuti studiosi nel campo della neurobiologia, e ne “Il cervello emotivo” tratta di come esista un cervello prettamente emotivo in cui le emozioni rivestirebbero un ruolo fondamentale e proverrebbero dal cervello stesso. Plutchik distinguerebbe 3 diadi di emozioni: diadi primarie: gioia+accettazione=amicizia; paura+sorpresa=allarme. Diadi secondarie: gioia+paura=senso di colpa; tristezza+paura=risentimento. Diadi terziarie: gioia+sorpresa=delizia; anticipazione+paura=ansia.

Le due vie emotive

Ledoux sottolinea le modalità con cui il cervello percepirebbe gli stimoli ritenuti emotivamente significativi, eccitanti e successivamente vi risponderebbe; quelle di come si verificherebbe l’apprendimento e si costruirebbero i ricordi emotivi e quelle ancora secondo cui i sentimenti di cui si avrebbe consapevolezza emergerebbero da processi inconsci. Sommariamente esisterebbero 2 vie emotive, quella bassa e quella alta. Nella prima il percorso è il seguente: stimolo emotivo → talamo sensoriale → amigdala → risposte emotive. Quello alto: stimolo emotivo → talamo sensoriale → corteccia sensoriale → amigdala → risposte emotive. La via bassa è più breve e veloce ma evitando la “tappa” della corteccia non potrebbe usufruire della elaborazione corticale: la rappresentazione dello stimolo alla amigdala sarebbe di natura “essenziale”. Tale via sarebbe utile nel rispondere immediatamente a stimoli pericolosi, o meglio che in potenza potrebbero rivelarsi tali, senza essere a conoscenza di cosa si tratti. Nonostante ciò il percorso indiretto, ovvero la via alta, dovrebbe prevalere su quello diretto. Alle emozioni corrisponderebbero le relative memorie ed ad esse i relativi sistemi cerebrali. Schematicamente: ad esempio la situazione emotiva traumatica può essere contenuta ed elaborata da un lato dal sistema della amigdala; in questo “circuito” gli stimoli provocherebbero le tensioni muscolari, la variazione della pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, il rilascio degli ormoni ed altre risposte fisiologiche cerebrali, si parla di memoria emotiva. Dall’altro lato la situazione emotiva viene “elaborata” dal sistema dell’ippocampo e ciò che viene ricordato riguarda essenzialmente “con chi ero e cosa facevo”: in sostanza il fatto nudo e crudo. In questo caso invece si fa riferimento alla memoria esplicita emotiva, dichiarativa, cosciente. In eventi traumatici i due sistemi di memoria, implicita ed esplicita, funzionerebbero e lavorerebbero sinergicamente in parallelo: questi sistemi di memoria, essendo attivati dagli stessi stimoli, sembrerebbero far parte di un’unica funzione della memoria anche se creerebbero delle funzioni delle memorie indipendenti.

Le due vie sono entrambe utili nella quotidianità

Riassumendo: l’attività del sistema di memoria esplicita dipendente dall’ippocampo risulterebbe nella consapevolezza del sapere e/o delle esperienze immagazzinate (emozioni passate). L’attività invece del sistema di memoria implicita dipendente dall’amigdala risulterebbe tradursi nella espressione delle risposte emotive (di difesa specificatamente, emozioni attuali). Nella esperienza cosciente immediata infine, “risiedente” nella cosiddetta working memory, ovvero memoria di lavoro, si assisterebbe alla intersezione della memoria esplicita e della eccitazione emotiva. Più semplicemente: diveniamo anche consapevoli d’essere eccitati dal punto di vista emotivo e ciò permetterebbe di legare, fondere nella coscienza i ricordi espliciti di situazioni passate e l’eccitazione emotiva immediata: così i nuovi ricordi espliciti, formatisi inerentemente ai ricordi passati potrebbero assumere anche loro una nuance emotiva. Il tutto a sottolineare come il cervello umano non sia solo trattabile ed argomentabile attraverso le ortodosse funzioni prettamente cognitive: il cervello umano è anche cervello emotivo.

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aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Neuroscienze - (5 Comments)

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Da diversi secoli, all’incirca tre, l’umanità e la sua storia vengono attraversate da rivoluzioni scientifiche che incidono enormemente sulla concezione che abbiamo di noi stessi, anche rispetto alla nostra collocazione e destinazione nell’Universo. La prima rivoluzione scientifica in ordine cronologico si fa risalire alla rivoluzione Copernicana, la quale sottrae alla Terra il primato di detentrice del centro del cosmo, per attribuirle quelle secondario di appendice gravitante intorno al Sole. La seconda si ravvisa nella rivoluzione Darwiniana, che spoglia l’essere umano di connotati prettamente angelici, quasi di derivazione mistica, per conferigli tratti fortemente “animaleschi” quali quelli derivanti dal primate, per l’appunto. Procedendo con lo scorrere del tempo, é la scoperta dell’Inconscio Freudiano ad essere la terza rivoluzione scientifica:  l’essenza di tale teoria si fonda sul fatto che l’essere umano sarebbe governato da forze, spinte di natura inconscia, che strutturerebbero il comportamento del soggetto: quello che è manifesto agli occhi della stessa persona è solamente la punta estrema di un iceberg, sul cui fondale giacerebbero dinamiche, forze, conflitti, meccanismi di difesa dell’Io, pulsioni atti a pre determinare la personalità ed il comportamento della persona. La quarta rivoluzione scientifica è quella di portata maggiore, e si riscontra nella comprensione dei meccanismi di funzionamento del cervello umano. Chiaramente le scoperte neuroscientifiche avranno ripercussioni anche nei settori umanistici (arte, filosofia e letteratura), colmando magari quello che P. Snow aveva definito come divario tra  queste due culture.

S. Ramachandran è il massimo esperto mondiale per quanto attiene il campo delle neuroscienze ed i relativi ultimi progressi: egli insieme ai suoi collaboratori approfondisce lo studio di alcune sindromi neurologiche (di fatto ignorate o considerate non particolarmente curiose), perchè proprio da questi studi si può pervenire ad una maggiore conoscenza dei meccanismi (per discriminazione) di funzionamento del cervello sano. Prima di descrivere alcuni aspetti interessanti di tale funzionamento, alcuni cenni di neuroanatomia.

I neuroni sono le cellule nevose costituenti e fondanti il sistema nervoso e ciascuno di essi ha con gli altri neuroni dai mille a diecimila punti di contatto, ovvero sinapsi. Sinteticamente si può asserire che il neurone è costituito da un corpo cellulare, da strutture  ramificate chiamate dendriti (strutture efferenti che permetterebbero il passaggio delle informazioni attraverso una comunicazione centripeta: dall’esterno al pirenoforo, centro del corpo cellulare) e da un assone (struttura invece afferente che consentirebbe il passaggio delle informazioni attraverso una comunicazione centrifuga: dal pirenoforo all’esterno). E’ proprio nelle sinapsi che avviene lo scambio di informazioni tra il neurone pre e quello post sinaptico, attraverso il rilascio del neurotrasmettitore che si “legherà”ai siti recettoriali corrispondenti del neurone post sinaptico: ecco che l’informazione prosegue scandita circolarmente da questi suddetti passaggi. E’ sulla base di queste conoscenze che si è arrivati a postulare che il numero di possibili combinazioni e declinazioni, permutazioni della attività cerebrale (traducibile siffatto in stati mentali) sarebbe maggiore rispetto a quello delle particelle elementari costitutive l’Universo sconosciuto.

A partire dal XXI secolo i “non addetti ai lavori” sanno sommariamente che il cervello umano è costituito da due emisferi cerebrali speculari (destro e sinistro) posti in cima ad un tronco, fusto definito come tronco cerebrale. Ciascun emisfero si suddivide in frontale (facente parte della corteccia pre e motoria), occipitale (corteccia visiva), temporale, parietale (corteccia somato sensoriale) e limbica (corteccia insulare).

Il lobo temporale è deputato alla programmazione ed esecuzione del movimento, in esso si “sostanzierebbe” il senso morale, la saggezza, l’ambizione.

Il lobo parietale è coinvolto nella rappresentazione della struttura spaziale del mondo esterno in tre dimensioni e la struttura del corpo all’interno sempre della rappresentazione tridimensionale. Egli riconoscerebbe la posizione e percezione del corpo del soggetto e la contrazione dei suoi muscoli, senza l’ausilio del senso della vista. Tale lobo favorirebbe quindi la propriocezione, nocicezione(percezione del senso del dolore, e della qualità avversiva dello stesso indipendentemente dalla tipologia ), termocezione ed il senso del tatto.

Il lobo parietale “governa” le sensazioni di tutte le parti del corpo elicitate dalla stimolazione (non si fa riferimento chiaramente ai sensi della vista, udito,gusto. Olfatto, tatto).

Il lobo occipitale presiede al senso della vista e consta di trenta aree visive (relative al colore, al movimento finito ed alla rappresentazione di numeri e lettere).

Il lobo temporale governa l’udito, le emozioni e certi aspetti della percezione visiva, l’apprendimento e la memoria. Nel Gyrus risederebbe il centro del gusto e dell’olfatto.

Il sistema limbico è strettamente connesso con quello della corteccia pre frontale; ed alla base dei circuiti limbico frontali, albergherebbe il meccanismo

della prese decisionali in base a reazioni emozionali.

Per concludere ecco di sotto riportata, una panoramica della peculiarità delle diverse funzioni dei due emisferi cerebrali:

Emisfero sinistro:

  • logica
  • lingua, parole (parlare,leggere,scrivere)
  • affronta una cosa alla volta
  • elabora informazioni in modo lineare
  • compie operazioni in modo sequenziale
  • calcolo matematico
  • dogmi e vecchie regole
  • vecchie soluzioni a nuovi problemi
  • comunicazione logica
  • mette in sequenza (linearità,lista)
  • classifica
  • ragiona
  • memoria verbale
  • dettagli
  • bianco e nero
  • metodi
  • nota le differenze
  • scompone
  • pone obiettivi
  • “si”ammala
  • tempo (prima e poi)
  • orecchio sinistro (linguaggio,particolari del discorso)
  • orecchio destro (vedere da vicino, mettere a fuoco)
  • spazio in due dimensioni

Emisfero destro:

  • istinto
  • disegno,musica,canto,arte,danza
  • integra diversi input contemporaneamente
  • percepisce e pensa in modo olistico
  • sede dei sogni
  • spirituale, sacro e mistico
  • interpreta forme e volumi
  • da nuove regole
  • nuove soluzioni a vecchi problemi
  • comunicazione gestuale ed emozionale
  • visione d’insieme, schemi
  • percezione
  • sintesi
  • memoria visiva
  • globale
  • colori
  • intuito
  • nota le somiglianze
  • ricompone
  • più sensibile alle idee
  • “può”guarire
  • focalizza sul presente (qui ed ora)
  • orecchio sinistro (musicale, discorso in generale)
  • orecchio sinistro (vedere da lontano, spaziare)
  • spazio in tre dimensioni

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mirror-neuronsNell’ articolo “I segreti della nostra mente” ho trattato di come Ramachandran abbia fatto luce su alcuni peculiari aspetti di funzionamento della mente: partendo dallo studio della sinestesia ed il meccanismo neuronale che la sottende, ovvero quello della attivazione incrociata, è arrivato ad ipotizzare la base neuronale della metafora, per sostanziare che ai soggetti dotati di particolare talento artistico, farebbe difetto “il gene della potatura”: esso, difatti, non poterebbe connessioni ridondanti per cui i soggetti sarebbero più inclini a coltivare collegamenti tra i concetti, astrazioni ed utilizzi metaforici.

E’ sempre Ramachandran che asserirebbe che “i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è per la biologia”.  La scoperta dei neuroni specchio all’ inizio degli anni novanta, orgoglio italiano di G. Rizzolatti ed equipe, si può senza ombra di dubbio annoverare quale scoperta scientifica sorprendente: una vera e propria rivoluzione scientifica. Questi neuroni mettono in evidenza il fatto che, proprio dal nostro patrimonio motorio, discenderebbe il riconoscimento degli altri, delle loro azioni ed intenzioni: sono questi stessi neuroni specchio a  permettere al nostro cervello di correlare gli atti motori osservati a quelli del proprio back ground,  attribuendogli così significato specifico. Il potere e saper cogliere nelle altre persone reazioni motorie ma persino emotive, sarebbe connessa ad un insieme di aree connotate da proprietà specchio!. I neuroni specchi spiegherebbero fisiologicamente la capacità dell’uomo di porsi in relazione con l’altro. Quando osserviamo un nostro simile compiere un’azione, si attivano nel nostro cervello i medesimi circuiti neuronali che si attiverebbero se fossimo noi in prima persona a compiere quella azione; e questo anche se immaginassimo o visualizzassimo di compierla quella azione.  I circuiti nervosi attivantesi sono quelli che “richiamerebbero”azioni simili compiute da noi nel passato. Esempio: in un ballerino di danza moderna, vedendone un altro ballare, od immaginando di farlo lui stesso, si attiverebbero i neuroni specchio; ciò non accadrebbe verosimilmente se assistesse ad un danzatore di danza contemporanea. Così come per la comprensione delle azioni motorie, anche per il riconoscimento delle emozioni altrui, i neuroni specchio giocherebbero un ruolo cruciale. Mediante studi sperimentali delle emozioni primarie, si è arrivato a postulare che, un essere umano osservante in un altro ad esempio una reazione di rabbia, attiverebbe in se lo stesso substrato neuronale collegabile alla percezione esperita personalmente della stessa tipologia di emozione. Sia i comportamenti motori, le emozioni ma anche il linguaggio, farebbero riferimento, per peculiari aspetti, ai meccanismi di “risonanza” inerenti al sistema motorio.

Un po’ di storia: i neuroni specchio sono stati scoperti dapprima nella scimmia, specificatamente nella sua corteccia premotoria. Le stesse scariche elettriche si registravano sia che la scimmia avesse compiuto un determinato atta motorio (afferrare un oggetto ad esempio) sia che avesse visto qualcun’ altra compierlo. La presenza dei neuroni specchio si ravvisò sia nei lobi frontali e pre frontali in quello parietale inferiore, ed alcuni anche nell’area di Broca. I neuroni specchio sono neuroni motori ed,a questo punto, una domanda lecita sarebbe: perchè il sistema motorio conterrebbe neuroni “rispondenti”alla visione di atti motori altrui? La risposta potrebbe risiedere nel fatto che, tali neuroni, sarebbero molto funzionali alla comprensione delle altrui azioni ed intenzioni: una sorta di anticamera alla strutturazione della empatia. Cercherò con un esempio di spiegare il meccanismo specchio:  Marco afferra una posata e, nel farlo, sa chiaramente cosa sta facendo; ed è l’attivazione di una serie di neuroni motori che preparano il gesto di “afferrare la posata” a fornire a Marco tale consapevolezza. Quando egli osserva un’altra persona compiere lo stesso atto, si attivano gli stessi neuroni di quando era egli stesso protagonista dell’atto motorio, per conferirgli una rappresentazione motoria, ovvero “atto motorio potenziale”, del gesto compiuto dall’altrui persona. Marco comprende cosa l’altro sta facendo perchè l’atto motorio potenziale osservato nell’altrui soggetto è il medesimo che si viene a generarsi volontariamente il lui quando prepara od agisce lo stesso comportamento. Ecco molto probabilmente il perchè, l’opera di G Rizzolatti e C. Sinigaglia reca il titolo “So quel che fai”. Il fatto di sapere ed essere consapevoli che l’effetto immaginato e visualizzato è al pari di quello reale, spalanca le porte a diverse tipologie di intervento anche nell’ambito psicoterapico: e se si facesse visualizzare ad esempio ad uno sportivo,con severa ansia da prestazione, la propria prestazione? Ed ad una persona traumatizzata la sensazione della propria efficacia, magari esperita già nel proprio passato? Scenari questi, aperti a molte declinazioni, le  quali possono essere funzionali, curative, terapiche per diverse tipologie di esistenze umane e le loro relative costellazioni di disturbi, sindromi, problematiche.

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trauma-psicologo-veneziaIl disturbo post traumatico da stress, che nel DSM V compare nella sezione “Disturbi correlati a stress o trauma” (DPTS), è un disturbo di ordine psichiatrico che si manifesta solitamente dopo che il soggetto abbia esperito un evento di origine traumatica o ne sia stato testimone. Anche il vivere percependo la propria vita sotto scacco o minacciata, ed in pericolo, può contribuire all’insorgere di tale disturbo, Per eventi traumatici si fa riferimento ad incidenti gravi, alle calamità naturali, agli attacchi terroristici, alle violenze psicologiche e fisiche ai danni della persona quali sevizie, torture, abusi e stupri.

Le caratteristiche distintive di questo disturbo gravitano attorno allo evitamento in quanto la persona evita per l’appunto eventi e/o situazioni che si possono associare direttamente o meno al trauma; alla intrusione di pensieri, idee, associazioni con tale evento traumatico;alla eccitazione, difatti il soggetto esperisce sentimenti eccitatori e/o di vigilanza accentuata che non erano assolutamente presenti prima del trauma. Questo aspetto racchiude a sua volta una costellazione di sintomi come ad esempio l’iper vigilanza sopra menzionata, l’iper attività,la difficoltà a concentrarsi nelle diverse attività quotidiane, scatti di ira e/o di irritabilità generale; difficoltà ad addormentarsi e ad avere un sonno ristoratore. Vi è poi un parter di sintomi attivati dal sistema nervoso periferico, specificatamente simpatico (neurovegetativo) consistente in: accelerazione del battito cardiaco e del respiro, sudorazione nei casi in cui il soggetto venga a trovarsi in situazioni che “richiamano”(direttamente e non) quella traumatica pregressa. Capita che molto tempo dopo, anche anni, nel soggetto si sviluppino anche altre patologie, come ad esempio stati depressivi, scarsa od azzerata motivazione e concentrazione, ossessioni, attacchi di panico, amnesia e dimenticanza, stati di nervosismo, di paura ed ansia, così come di vergogna, imbarazzo e senso di colpa; non da ultimo l’attivazione di meccanismi difensivi quali la rimozione o dissociazione per “soffrire” meno; il distacco e l’essere emozionalmente anestetizzati, ne sono un chiaro esempio.

Dal punto di vista biochimico, numerosi studi condotti su tale disturbo, hanno evidenziato come sarebbe presente in tali soggetti affetti, una permanente concentrazione di glutammato (il più importante neurotrasmettitore eccitatorio del sistema nervoso centrale),che nasce fisiologicamente ed adattivamente in risposta allo stress, ma che dovrebbe altrettanto adattivamente ritornare alla normalità, una volta passato e superato l’evento stressante. Sempre secondo molteplici studi, vi sarebbero dei cambiamenti neurobiologici, causati dalla presenza,nel sistema nervoso autonomo, di anomalie di alcuni ormoni chiave nella risposta allo stress. Il cotisolo, sarebbe appunto uno di quest’ultimi e, sarebbe presente secondo concentrazioni minori rispetto alla norma; la noradrenalina invece, in concentrazioni maggiori. Anche a livello tiroideo, possono insorgere dei problemi.

A tutto questo sopra descritto, si accompagnerebbero talvolta:

  • disturbi a carico dell’apparato gastro intestinale
  • algie al petto
  • sensibilizzazioni in diverse parti del corpo
  • giramenti
  • mal di testa
  • problematiche a carico del sistema immunitario.

Nelle persone affetta da DPTS, il circuito “trauma-processo del pensiero ad esso correlabile, rimarrebbe perennemente attivo.

L’impiego della Ipnosi, proprio per la sua peculiare caratteristica di comunicare e rivolgersi alla mente inconscia del soggetto (siamo costituiti difatti da quella inconscia e da quella conscia), agevola notevolmente la nascita di sentimenti positivi, quindi adattivi; permette la riduzione dell’ansia; favorisce una sorta di de sensibilizzazione dei presenti sentieri neurali collegati al trauma e, creazioni di altri di nuovi, liberi da condizionamenti dall’evento traumatico stesso: ciò inevitabilmente porta come conseguenza prima,la corrispettiva diminuzione dei pensieri intrusivi legati al trauma ed infine essa si adopera per fare in modo che il soggetto possa “ritornare”alla vita nella sua quotidianità normale.

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ipnosi sesso La sessualità umana consta di quattro componenti, anelli: l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, le preferenze sessuali e la funzione sessuale.

  • Identità sessuale

Negli uomini la sessualità coincide con l’acquisizione dell’identità sessuale. Per la maggior parte degli esseri umani tale step avviene fluidamente durante la prima infanzia e procede nell’evoluzione delle fasi successive quali la prepubertà, pubertà, adolescenza, adultità; impreziosendosi man mano di esperienze e quindi di significato.

Quest’ultimo incarna aspetti di semplice pulsione fisica ma anche relativi al sesso inteso quale simbolo della spiritualità dell’essere umano.

  • Orientamento sessuale

Anche quest’aspetto della sessualità umana, come il precedente, viene conosciuto abbastanza precocemente nell’esistenza del soggetto. Già il bambino piccolo si sente “attratto” dall’altro sesso e si sente a proprio agio con le persone appartenenti al sesso da cui egli è attratto.

  • Preferenze sessuali

Durante l’adolescenza l’individuo si rapporta con le proprie preferenze sessuali quali: sguardi, odori, attività, parti anatomiche specifiche, comportamenti, suoni, sapori, oggetti, luoghi, sensazioni di ordine fisico del corpo compreso il dolore, che destano in lui il suo desiderio sessuale portandolo successivamente alla soddisfazione sessuale. Tali preferenze spesso vengono condizionate culturalmente e sono specificatamente soggettive.

  • Funzione sessuale

Il quarto ed ultimo anello della sessualità umana è appunto la funzione sessuale; tale anello è stato ampiamente studiato a partire dalla ricerca classica di Master & Johnson dagli anni ’50 ai ’70, a Kaplan che alla fine degli anni ’70 arricchisce gli studi di questi pionieri (interessante a tal proposito è il suo libro sulle “perversioni femminili”), per approdare ad Aroaz che, a partire dagli anni ’80, tratta della terapia sessuale in ipnosi. Per Master & Johnson la risposta sessuale umana è caratterizzata da cinque livelli che si sviluppano progressivamente: desiderio, eccitazione, preliminari, orgasmo, elaborazione cognitiva.

Secondo il DSM-V (manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali statunitense) i disturbi sessuali vengono così suddivisi.

  1. Disfunzioni sessuali: riguardano il quarto anello della sessualità umana, ovvero la funzione sessuale. Ci possono essere infatti disturbi del desiderio, dell’eccitazione, dell’orgasmo, compreso quello da dolore fisico durante il rapporto (vaginismo e dispaneuria per entrambi i sessi). Il funzionamento sessuale, diversamente da quanto si verifica nelle preferenze sessuali ad esempio, pone l’accento sulla “normalità”, ovvero su ciò che è normale aspettarsi dal punto di vista fisico e dal punto di vista psicologico nell’ambito sessuale: provare piacere, non provare dolore durante il rapporto sessuale, avere l’eccitazione, l’orgasmo fisico e mentale.
  1. Parafilie: legate alle preferenze sessuali e qui si fa riferimento al terzo anello della sessualità umana sopra descritto. Per citarne alcuni, brevemente, tra le più conosciute vi sono: pedofilia, voyeurismo, feticismo, feticismo da travestitismo, sadismo, masochismo ecc.
  2. Disturbi di identità di genere: il soggetto è confuso e non comprende quale possa essere il suo orientamento sessuale e quindi identità. In questo ambito si fa riferimento a quello che precedentemente è stato descritto come secondo anello della sessualità umana,

Generalmente per i disturbi sessuali l’utilizzo della Nuova ipnosi è elettiva ed efficace in quanto centrata sul soggetto e, attraverso tecniche di vario genere, il terapeuta può aiutare lo stesso e/o la coppia ad ognuno dei cinque livelli della sessualità umana precedentemente descritti.

Diversamente dalla pratica ipnotica per così dire ortodossa, quella della Nuova ipnosi pone l’enfasi sulla produzione immaginativa spontanea del paziente, che trova nelle mani esperte del terapeuta un incipit prezioso al fine di costruire ad hoc metafore (in base a quanto prodotto dal soggetto) sulla sua specifica problematica.

Descriviamo ora un esempio su come possa agire la terapia sessuale in ipnosi nel caso di un soggetto con problematiche inerenti il quarto anello della sessualità umana, specificatamente nella fase relativa alla risposta sessuale della eiaculazione.

Un esempio di quanto scritto sopra? 

Caso di un paziente con problemi di eiaculazione precoce.

Per la stessa è utile una tecnica definita come “intorpidimento delle dita”; essa quale metodica terapeutica fa parte della categoria delle tecniche di transfer dove il soggetto riesce a sperimentare insensibilità ed intorpidimento ad un dito attraverso l’immaginazione e suggestione ipnotica. Gli viene detto dal terapeuta di concentrare attenzione su un dito che rappresenterà il suo pene e, grazie alle immagini e suggestioni, riuscirà ad esperire l’intorpidimento di cui sopra. Successivamente viene concordato un segnale che permetterà il ripristino delle sensazioni fisiologiche ordinarie, come ad esempio premere insieme indice e pollice di una delle due mani. Dopodiché viene stabilito il cosiddetto transfer al pene con suggestione post-ipnotica (…da definire?…) che la volta successiva in cui il paziente avrà un rapporto sessuale il suo organo genitale si percepirà come il suo dito di ora, ovvero anestetizzato ed intorpidito. Ciononostante egli preserverà una forte erezione, godendo della stessa e di sé, e che perdurerà durante il rapporto per il tempo che lui deciderà. Solamente nel momento in cui utilizzerà il segnale che precedentemente ha stabilito col terapeuta, tutte le sensazioni fisiologiche ed erotiche normali ritorneranno al suo organo genitale e sarà messo in condizione di eiaculare con piacere. Per concludere con una metafora: il soggetto ha la chiave del godimento sulla punta delle sua dita. Questa tecnica viene definita di intorpidimento digitale.

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pensiero laterlaeLa definizione di pensiero laterale viene coniata da E. De Bono e con questa si intende un diverso utilizzo, più creativo, dell’intelletto.

Un passo indietro: nella storia da Aristotele in poi la facoltà esercitata dalla ragione, ovvero la logica, viene “osannata” come lo strumento principe di cui l’intelletto si serve, per l’appunto. L’assunto che conferisce forza al pensiero laterale, si traduce nel fatto che ,il carattere di imprevedibilità delle nuove idee, già di per sé fa capire come queste ultime possono non essere necessariamente l’esito di ragionamenti guidati dalla logica.

De Bono nella sua trattazione fa riferimento al pensiero verticale per definire il metodo logico e ,a quello laterale , per delineare il metodo altro. Pensiero laterale ancora non solo impiegato per la soluzione di problemi, ma anche per inforcare “nuovi occhiali” con i quali guardare la realtà circostante e sé stessi, oltre che interessarsi di idee nuove di qualsiasi foggia esse siano.

La mente dell’uomo interpreta ciò che le accade secondo il criterio della probabilità ed è l’esperienza e la necessità dello hic et nunc, a determinare il maggiore o minore grado di tale probabilità.

Alla luce di quanto appena descritto, il pensiero verticale si “struttura” attraverso il criterio della massima probabilità. Un classico esempio per spiegare quanto sopra, è quello del millepiedi: esso non si “muoverebbe” più se dovesse divenire consapevole delle sue mille zampette, e per ciascuna di esse essere consapevole della meccanica del movimento che le sottende. Riassumendo: il pensiero verticale si “attiva” nella condizione in cui ci sia una direzione da imboccare, necessita di una correttezza step by step, è un processo finito e ricalca i percorsi con il più alto tasso di probabilità. Il pensiero laterale invece, si “attiva” per crearne una di direzione, non necessita della ortodossia  step by step, può esplicarsi a salti ed indaga anche vie con minor tasso di probabilità.

Per sviluppare il pensiero laterale che, di per sé non è un insight che  avviene estemporaneamente, è necessario di un ambiente che lo stimoli e di azioni che lo possano rendere effettivo. Interessante è la tecnica dei sei cappelli per pensare dello stesso E. De Bono stesso. Quest’ultima viene così chiamata perché consta della presenza di sei cappelli appunto, ognuno dei quali ha un colore ed ognuno dei quali  analizza il problema in questione, secondo la propria, e quindi diversa, prospettiva.

Si affronta il problema attraverso un cappello per volta con l’ordine che segue: blu – bianco – rosso – verde – nero – giallo.

Blu:  si analizza quale sia il problema, da cosa sia originato e perché sia così difficile da risolvere

Bianco: si enucleano i dati oggettivi del problema, non richiede interpretazioni (es.: non ho soldi per andare in vacanza, qui comparirà il costo della vacanza, eventuali promozioni etc)

Rosso: si annota come ci fa sentire il problema ed il perché. Qui si comincia a fare una distinzione tra lato soggettivo ed oggettivo del problema stesso.

Verde: si annota in che modo si possa risolvere il problema, non importa pensare se la soluzione sia più o meno fattibile

Nero: ci si concede di far emergere da dentro tutto il pessimismo, e si annota il perché il problema sembra così irrisolvibile.

Giallo: si riprendono tutte le idee scaturite dai primi cappelli e lesi supporta pensando a come una determinata soluzione potrebbe funzionare.

Blu: si scremano tra le diverse soluzioni trovate, quelle maggiormente applicabili, ed le si attua attraverso l’agire.

Ciò che si rileva da tale tecnica è che, se la mente è “costretta” a concentrarsi su di una cosa per volta, avrà prestazioni più elevate dal punto di vista qualitativo.

Il pensiero laterale è strettamente connettibile alla creatività, e questa è un terreno che sia il pensiero parallelo stesso, che l’ipnosi possono avere in comune. A tal proposito M. Erickson e Rossi insegnano, quando ad esempio consigliano di leggere un libro, partendo dall’ultimo capitolo per poi cercare di immaginare ed intuire ciò che poteva essere accaduto precedentemente. Se questo non è allenare la propria creatività!

L’ipnosi può stimolare ed implementare la creatività delle persone in quanto “pesca” e recupera nelle stesse, tra le risorse e capacità inconsce già presenti in loro.

Dal punto di vista prettamente neurochimico nello stato di trance profonda vi è la presenza massiccia di onde cerebrali Theta: queste ultime a differenza di quelle Beta (predominanti nello stato di veglia) ed Alfa (tipiche degli stati di rilassamento psico fisico e del distacco dalla realtà esterna), hanno un numero minore di cicli al secondo (5-7) e presenziano in fase di sonno REM. Tali onde cerebrali, sono inoltre collegabili alla produzione immaginativa tipica dello stato ipnagogico, dalla veglia al sonno per intenderci.

Per concludere ecco esempi di esercizi per “allenare” il pensiero laterale sui quali potersi cimentare per  la “sezione”rispettivamente del:

  • pensiero laterale realistico: una donna cammina sull’acqua, come si spiega? L’acqua in quel punto è profonda 6 metri, la donna cammina effettivamente sull’acqua, non indossa scarpe speciali.
  • Risposta:  la donna cammina su di una superficie di lago ghiacciato.
  • pensiero laterale surreale: un cavallo senza cavaliere vola sopra una terra ed atterra su di un uomo, il quale sparisce, come si spiega?
  • Risposta: trattasi di una mossa del gioco degli scacchi.

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aprile 3rd, 2015 | Posted by admin in Ipnosi - (1 Comments)

dolore-ipnosiIl controllo del dolore in Ipnosi

L’ International Association for the study of pain (1986),sulla definizione di dolore recita così “esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata a danno tissutale in atto e potenziale, o delineata in termini di danno…un’esperienza individuale e soggettiva, a cui convergono componenti puramente sensoriali, inerenti al trasferimento dello stimolo doloroso dalle periferie alla struttura centrale e, componenti affettive ed esperenziali che modulano con modalità importanti quanto si è, per l’appunto percepito”. La comprensione dell’argomento “dolore” si può affrontare dal punto di vista clinico, e dal punto di vista eziopatogenetico; ovvero relativo allo studio delle cause e dello sviluppo della patologia. Dal punto di vista clinico, il dolore può essere definito quale un sintomo frequente e trasversale; fondamentale per diagnosticare la fase iniziale di una malattia e, come fattore prodromico (ovvero contenente segnali anticipatori) di evoluzioni più o meno positive del decorso della malattia stessa.

Sinteticamente, sempre dal punto di vista clinico, il dolore può essere così tripartito:

  1. dolore acuto: allerta il soggetto che è presente una lesione tissutale, è generalmente localizzato e spesso diminuisce dopo alcuni giorni;
  2. dolore cronico: solitamente caratterizzato dalla persistenza dello stimolo dannoso e/o da situazioni di auto mantenimento tali da far perdurare la stimolazione dolorosa. A questa tipologia di dolore si associano anche severe componenti di ordine psicologico, relazionale ed emozionale, le quali condizionano a loro volta le prestazioni sociali e fisiche dl soggetto;
  3. dolore procedurale: questa tipologia di dolore si accompagna a svariate indagini sia in senso terapico che diagnostico e, si riferisce, proprio per tale premessa ad un evento altamente temuto; quindi di per se stressogeno.

Esso condiziona altamente anche la qualità della cura ricevuta e della vita in generale. Ad oggi sono a disposizione molteplici interventi di carattere farmacologico e non. Dal punto di vista eziopatogenetico, il dolore si può suddividere in:

  1. nocicettivo: il dolore viene attivato direttamente dai recettori della nocicezione; intesi quali terminazione nervose sensibili agli stimoli dolorosi, principalmente a livello cutaneo, in vasi sanguigni, mucose, tendini ed ossa;
  2. neuropatico: da interessamento del sistema nervoso centrale e di quello periferico;
  3. misto: dalla presenza di tutte le componenti precedenti.

 

L’Ipnosi è quasi sicuramente la più antica forma di psicoterapia conosciuta: Mesmer difatti, con i suoi innumerevoli esperimenti sul magnetismo animale(….definirlo?) nel XVIII secolo, fa da apripista allo sviluppo della stessa. Il controllo del dolore, trova ragion d’essere nelle applicazioni mediche dell’ipnosi, grazie anche alla comprensione di determinati meccanismi neurofisiologici di base, a loro volta resi evidenti dalla sempre più elevata modernizzazione di tecniche di Neuroimaging (pet, risononza magnetica funzionale, spet….). Anche lo sviluppo della Nuova Ipnosi, ovvero quella  Neo Ericksoniana, per dirla in altri termini naturalistica: utilizzatrice pertanto di risorse e caratteristiche personologiche già presenti nel background del soggetto da un lato; e l’utilizzo delle sofisticate tecniche ipnotiche indirette, ad essa abbinabile, dall’altro (…definirle?), contribuiscono largamente alla costruzione delle coordinate della ipnoterapia stessa.

 

L’odierna neuropsicologia definisce l’Ipnosi, più che come uno stato naturale di alterazione della coscienza, come un processo dinamico a più fasi. L’induzione (prima fase) prevede che l’attenzione del soggetto da ipnotizzare divenga focalizzata verso il suo interno, escludente quindi qualsiasi altro stimolo sensoriale esterno. Nella seconda fase il soggetto “adempie” acriticamente alle suggestioni del terapeuta (di rilassamento, piuttosto che di sonnolenza od altro…); in altre parole si “lascia andare”, sviluppando quello che comunemente è definito come stato di trance. Ciò che nella prima fase era stato particolarmente sollecitato, trattasi in sostanza delle funzioni razionali dell’emisfero sinistro; ora nella seconda fase le stesse vengono inibite, come se il soggetto “adoperasse”i sensi e la mente dell’ipnotista. Nella terza ed ultima fase, ancora una volta le funzioni emisferiche sinistre “addormentate”, permettono l’esplicarsi della epifania (ovvero della espressione dei fenomeni) e della risposta comportamentale ipnotica.

L’essere in Ipnosi, è una condizione altamente duttile dal punto di vista cognitivo; per cui in realtà il riassetto delle funzioni cognitive non sono intese in senso globale, bensì focale: coinvolgono quindi un emisfero piuttosto che un altro, attivano od inibiscono l’uno o l’altro in correlazione al “Task”, al compito richiesto contingentemente. Riassumendo, quando veniamo a contatto con un fenomeno e/o evento doloroso, le strutture prime, deputate ad intervenire sono i recettori. Essi si trovano a livello della cute così come a livello di muscoli, organi ed ossa. Queste strutture trasmettono le sensazioni al midollo spinale ed al cervello. I sistemi del controllo del dolore sono multipli, organizzati gerarchicamente e flessibili e, vengono attivati a livello periferico o centrale in concomitanza di suggestioni ad hoc, le quali possono incidere sulla modulazione ipnotica del dolore.

Gli ipnotisti solitamente utilizzano tre tipi di procedure per sviluppare analgesia ipnotica: 

1) suggestione diretta: l’ipnotista suggerisce al paziente che la sensibilità di quella parte del corpo dolente è completamente insensibile;

2) suggestione implicita: l’ipnotista racconta al paziente che la sensazione della parte del corpo dolente è simile a quella che potrebbe scaturire dal contatto col ghiaccio, mentre magari lo si toglie dal parabrezza in una giornata d’inverno;

3) distrazione e spostamento: il soggetto viene distolto per fare in modo che possa catalizzare la sua attenzione su di una altra parte del corpo, in origine “neutra”, ovvero libera dalla percezione e sensazione del dolore.

Le medesime strutture atte al controllo del dolore, sarebbero le stesse deputate alla loro modulazione in termini cognitivi, ipnotici,,(Beyron et. Al, 2002); fermo restando che la dinamica di tali meccanismi è molto complessa. Concludendo: alcuni studi mettono il luce che l’ipnosi possa “silenziare” la trasmissione del dolore a livello spinale; altri invece affermano il coinvolgimento del sistema nervoso centrale. I centri cerebrali deputati a far avvertire la sofferenza, verrebbero in qualche modo “isolati dal resto”: prove empiriche difatti, dimostrano che i parametri fisiologici del dolore (ad esempio l’accelerazione del respiro o l’intensificazione del battito cardiaco), possono permanere inalterati quando il soggetto, sotto Ipnosi, non avverte il dolore. Le stesse suggestioni quindi, oltre ad avere la funzione di attivare centralmente e perifericamente i sistemi multipli del controllo del dolore; manipolerebbero in maniera altamente selettiva le diversi componenti di cui l’esperienza dolorosa è composta e caratterizzata.

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emozioni

Le emozioni

Le emozioni assumono un ruolo fondamentale nel disciplinare la vita di ciascuno di noi. Ciò che ci contraddistingue dagli animali in quanto tali è la distinzione tra emozioni primarie e secondarie: gli animali per l’appunto sarebbero in grado di provare sostanzialmente le prime. Tra queste ultime le ormai ben note: paura, rabbia, gioia, tristezza; tra quelle secondarie sorpresa, attesa,disgusto.

Le Doux, neurobiologo di fama mondiale, descrive come le emozioni differentemente dai sentimenti dei quali siamo consapevoli, si originano ad un livello profondo della mente umana, grazie all’esito di complesse reti neuronali, affinate man mano durante il corso dell’evoluzione, col preciso e fondamentale obiettivo di garantire la sopravvivenza del soggetto. Nonostante si sia nell’ambito delle reti neuronali, l’esperienza ha parimenti un ruolo importante, in quanto è attraverso essa che ciò che elicita le emozioni può cambiare.

Alcuni cenni sui circuiti neurobiologici delle emozioni:

è l’amigdala, facente parte del sistema limbico, ad essere dapprima il centro in cui hanno sede le emozioni e successivamente l’elaboratore della valutazione dei significati emotivi. L’amigdala riceve segnali da alcune regioni del talamo dalla corteccia e dall ippocampo. Lo stimolo emotivo in entrata viene elaborato dal nucleo generale (LA) sito nell’amigdala: i risultati della elaborazione vengono trasmessi ad altri centri, compreso quello centrale (CE); e’ quest’ultimo che presiede alla connessione con le aree che a loro volta controllano in uscita la risposta emotiva,

Sinteticamente, vi sono due vie relative all’elaborazione in amigdala del significato emotivo: la prima definibile talamica bassa  , ovvero talamo sensoriale-amigdala. Tale via è più breve e la trasmissione più veloce. In tale percorso però, dato l’evitamento del passaggio per la corteccia, l’elaborazione del suddetto stimolo emotivo si traduce in una rappresentazione “grezza” dello stesso. Questo percorso permetterebbe di rispondere a stimoli pericolosi prima di comprenderne esattamente il loro significato: ne discende che tale via è molto utile nelle situazioni e/o eventi rischiosi, pericolosi. Tale percorso diretto (amigdala-talamo) se prevale su quello corticale, può causare all’individuo diversi disturbi nella sfera emotiva, come il disturbo post-traumatico da stress ad esempio.

La seconda via è definibile invece talamica alta, ovvero talamo sensoriale – corteccia sensoriale – amigdala. L’informazione che riceve il talamo ha il compito di suscitare una risposta, il ruolo della corteccia sarà quello di scongiurare la risposta sbagliata.

Esempio: siamo in una foresta e sentiamo un rumore. Il sentirlo di per sé avviene tramite il percorso diretto talamo – amigdala; il riconoscere di cosa si tratti (emissione di suono di un animale, rametto spezzato etc.) è compito della corteccia. La corteccia capisce, l’amigdala inizia la difesa e “prepara” un sistema di reazione alla paura.

Alessitimia

Dopo questa, a mio avviso doverosa, lunga premessa sulle emozioni ed i circuiti neurobiologici dai quali hanno origine le stesse, descriverò l’etimologia della parola alessitimia. E’ Sifneos P.E che nel 1973 conia tale termine: dal greco a=mancanza lexis=parola thimas=emozione ovvero mancanza di parole per le emozioni od emozioni senza parole. Quando si fa riferimento alla alessitimia si intende globalmente un deficit a carico delle capacità deputate all’elaborazione degli affetti sia dal punto di vista cognitivo, sia da quello esperienziale.

Si differenziano due tipi di alessitimia: primaria, su base biologica quale difetto strutturale neuroanatomico che a causa di fattori ereditari causerebbe una alterazione od interruzione tra sistema limbico e neocorteccia. Secondaria, la quale si estrinsica come esito di situazioni traumatiche vissute in età infantile o, in età adulta, quale risultato dell’aver vissuto emozioni particolarmente intense. Interessante è l’abbinamento dell’ alessitimia con alcune malattie di ordine fisiologico: l’ipertensione, l’infarto miocardico e l’artrite reumatoide ne sono un esempio. In questi contesti, l’alessitimia potrebbe tradursi come meccanismo difensivo a disposizione dell’Io per difendersi dallo stato di malattia.

Essendo intesa l’alessitima quale disregolazione degli affetti, “la regolazione affettiva” di per se, già nella primissima fase dello sviluppo del bambino è fondamentale. Per regolazione si può intendere un processo attivo riguardante gli aspetti cognitivo-esperienziali, comportamentali e neurofisiologici. Sono le relazioni pre oggettuali ovvero pre verbali, senso motorie, emotive e concrete a caratterizzare tale regolazione. Queste relazioni si sviluppano nel bambino prima della propria consapevolezza conscia di sé e degli altri: chiaramente la madre con la propria funzione di care-giver aiuta il piccolo in questa acquisizione e nell’acquisizione di uno stile di attaccamento sicuro.

Riassumendo quindi, dal punto di vista psicologico, l’alessitimia è relata ad uno stile di attaccamento insicuro-evitante del bambino verso la madre.

L’emozione non viene elaborata dalla mente ma esperita direttamente sul corpo, segnalando quindi un deficit nel mentalizzare l’esperienza da parte del soggetto, così come nell’attribuirgli un significato. Emozioni quindi, come pura percezione del corpo, esito della attivazione emotiva dei correlati psicofisiologici.

Tra le altre caratteristiche del soggetto alessitimico vi sono: maggiore concentrazione verso eventi esterni piuttosto che intimistici; tendenza a stabilire delle relazioni sociali basate sulla dipendenza o isolamento; stile cognitivo orientato verso l’esterno e concreto impulsività quale tratto personologico in quanto è preferenziale l’uso dell’azione per risolvere i problemi.

I percorsi curativi sono molteplici, dall’impiego di farmaci, a tecniche psicoterapeutiche. E’ fondamentale per questi pazienti cominciare a riconoscere , distinguere e gestire le proprie emozioni.

L’ipnosi può essere utile per far esperire inizialmente uno stato di rilassamento generale, sapendolo identificare come tale: successivamente attraverso l’ausilio di suggestioni ad personam, creare un “terreno” nel quale il soggetto possa esperirsi nei più diversi connotati emotivi, favorendo la formazione e strutturazione di nuovi sentieri neuronali, nei quali l’esperienza delle diverse emozioni divenga parte fondante del sé.

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