pensiero laterlaeLa definizione di pensiero laterale viene coniata da E. De Bono e con questa si intende un diverso utilizzo, più creativo, dell’intelletto.

Un passo indietro: nella storia da Aristotele in poi la facoltà esercitata dalla ragione, ovvero la logica, viene “osannata” come lo strumento principe di cui l’intelletto si serve, per l’appunto. L’assunto che conferisce forza al pensiero laterale, si traduce nel fatto che ,il carattere di imprevedibilità delle nuove idee, già di per sé fa capire come queste ultime possono non essere necessariamente l’esito di ragionamenti guidati dalla logica.

Pensiero verticale e pensiero laterale

De Bono nella sua trattazione fa riferimento al pensiero verticale per definire il metodo logico e ,a quello laterale , per delineare il metodo altro. Pensiero laterale ancora non solo impiegato per la soluzione di problemi, ma anche per inforcare “nuovi occhiali” con i quali guardare la realtà circostante e sé stessi, oltre che interessarsi di idee nuove di qualsiasi foggia esse siano.

La mente dell’uomo interpreta ciò che le accade secondo il criterio della probabilità ed è l’esperienza e la necessità dello hic et nunc, a determinare il maggiore o minore grado di tale probabilità.

Alla luce di quanto appena descritto, il pensiero verticale si “struttura” attraverso il criterio della massima probabilità. Un classico esempio per spiegare quanto sopra, è quello del millepiedi: esso non si “muoverebbe” più se dovesse divenire consapevole delle sue mille zampette, e per ciascuna di esse essere consapevole della meccanica del movimento che le sottende.

Riassumendo: il pensiero verticale si “attiva” nella condizione in cui ci sia una direzione da imboccare, necessita di una correttezza step by step, è un processo finito e ricalca i percorsi con il più alto tasso di probabilità. Il pensiero laterale invece, si “attiva” per crearne una di direzione, non necessita della ortodossia  step by step, può esplicarsi a salti ed indaga anche vie con minor tasso di probabilità.

Tecnica dei sei cappelli

Per sviluppare il pensiero laterale che, di per sé non è un insight che  avviene estemporaneamente, è necessario di un ambiente che lo stimoli e di azioni che lo possano rendere effettivo. Interessante è la tecnica dei sei cappelli per pensare dello stesso E. De Bono stesso. Quest’ultima viene così chiamata perché consta della presenza di sei cappelli appunto, ognuno dei quali ha un colore ed ognuno dei quali  analizza il problema in questione, secondo la propria, e quindi diversa, prospettiva.

Si affronta il problema attraverso un cappello per volta con l’ordine che segue: blu – bianco – rosso – verde – nero – giallo.

Blu:  si analizza quale sia il problema, da cosa sia originato e perché sia così difficile da risolvere

Bianco: si enucleano i dati oggettivi del problema, non richiede interpretazioni (es.: non ho soldi per andare in vacanza, qui comparirà il costo della vacanza, eventuali promozioni etc)

Rosso: si annota come ci fa sentire il problema ed il perché. Qui si comincia a fare una distinzione tra lato soggettivo ed oggettivo del problema stesso.

Verde: si annota in che modo si possa risolvere il problema, non importa pensare se la soluzione sia più o meno fattibile

Nero: ci si concede di far emergere da dentro tutto il pessimismo, e si annota il perché il problema sembra così irrisolvibile.

Giallo: si riprendono tutte le idee scaturite dai primi cappelli e lesi supporta pensando a come una determinata soluzione potrebbe funzionare.

Blu: si scremano tra le diverse soluzioni trovate, quelle maggiormente applicabili, ed le si attua attraverso l’agire.

Ciò che si rileva da tale tecnica è che, se la mente è “costretta” a concentrarsi su di una cosa per volta, avrà prestazioni più elevate dal punto di vista qualitativo.

Stimolare la creatività

Il pensiero laterale è strettamente connettibile alla creatività, e questa è un terreno che sia il pensiero parallelo stesso, che l’ipnosi possono avere in comune. A tal proposito M. Erickson e Rossi insegnano, quando ad esempio consigliano di leggere un libro, partendo dall’ultimo capitolo per poi cercare di immaginare ed intuire ciò che poteva essere accaduto precedentemente. Se questo non è allenare la propria creatività!

L’ipnosi può stimolare ed implementare la creatività delle persone in quanto “pesca” e recupera nelle stesse, tra le risorse e capacità inconsce già presenti in loro.

Dal punto di vista prettamente neurochimico nello stato di trance profonda vi è la presenza massiccia di onde cerebrali Theta: queste ultime a differenza di quelle Beta (predominanti nello stato di veglia) ed Alfa (tipiche degli stati di rilassamento psico fisico e del distacco dalla realtà esterna), hanno un numero minore di cicli al secondo (5-7) e presenziano in fase di sonno REM. Tali onde cerebrali, sono inoltre collegabili alla produzione immaginativa tipica dello stato ipnagogico, dalla veglia al sonno per intenderci.

Per concludere ecco esempi di esercizi per “allenare” il pensiero laterale sui quali potersi cimentare per  la “sezione”rispettivamente del:

  • pensiero laterale realistico: una donna cammina sull’acqua, come si spiega? L’acqua in quel punto è profonda 6 metri, la donna cammina effettivamente sull’acqua, non indossa scarpe speciali.
  • Risposta:  la donna cammina su di una superficie di lago ghiacciato.
  • pensiero laterale surreale: un cavallo senza cavaliere vola sopra una terra ed atterra su di un uomo, il quale sparisce, come si spiega?
  • Risposta: trattasi di una mossa del gioco degli scacchi.

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parole2La defusione cognitiva è una tecnica facente parte della mindfulness. Essa consiste nel riuscire a far proprio, quindi adottare, una sorta di atteggiamento morbido nell’interpretazione della realtà. In pratica il soggetto dovrebbe imparare a differenziarsi dalla propria attività mentale, ripetendosi “io non sono la mia mente”; così facendo la persona impara a svincolarsi anche da una condizione di malessere sintomatico ad esempio. Le interpretazioni mentali e le sensazioni vengono distinte, dal soggetto, da quello che sono le esperienze di ordine corporeo, sensoriale e percettivo.

Il lavoro da farsi riguarda il decentramento dai pensieri (defusion appunto): i pensieri hanno una ricaduta fondamentale sul nostro modo di interpretare ed agire; ma essi non sono di fatto reali, sono “solo” sequenze di parole in successione nella nostra mente, e per tali aspetti dovrebbero essere osservati, notati, visti quindi per ciò che realmente sono (parole che si susseguono), non per ciò che ci appaiono, ovvero verità. Questo importantissimo processo porta chiaramente ad avere delle influenze positive sul nostro comportamento quotidiano.

Componente essenziale di tale pratica

L’ingrediente principale di questa procedura ha un’essenza immaginativa ed esperienziale. Ecco degli esempi: tenendo presente che ciò che la persona impara ad allenare è la funzione osservante e non giudicante della realtà e non, dato importantissimo, l’assenza di giudizio: è il presente ad essere obiettivo di consapevolezza. Interrompere la chimera del linguaggio non è semplice ma attraverso l’esercizio quotidiano diviene possibile.
Innanzitutto cerca un ambiente rilassante che ti permetta di svolgere tale pratica.

1) scegli una parola.
2) pensa a quello che suscita in te questa parola: se si tratta di una pietanza, ad esempio, il gusto, il colore, la forma, l’odore, l’aspetto.
3) annota su di un foglio le caratteristiche che possono essere collegabili a tale parola: pian piano che ci si allena in questo dovresti notare che queste caratteristiche divengono sempre più reali, e che finirai col farne esperienza diretta.
4) ripeti la parola scelta in partenza per un range di tempo non oltre i 50 secondi e nel farlo cerca di pronunciare bene tutte le sillabe di cui essa è composta. Ciò che si deve notare è se questa parola riveste lo stesso significato che aveva prima dell’esercizio.

E’ stato dimostrato da numerosi studi che questa pratica depotenzia (per l’80% dei soggetti) il significato originario che ha per loro la parola, e permette una sua rivalutazione attraverso esperienze che vanno al di là di quella del linguaggio.

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grpx_815Capita molto spesso di essere vittime di noi stessi senza nemmeno esserne appieno consapevoli. Vittime del nostro stesso modo di guardare il mondo ed approcciarci ad esso. Talvolta tali modalità di interazione e verso il mondo esterno e verso noi stessi si cronicizzano diventando una pesante zavorra che ci limita anche nell’autenticità del nostro essere, in quanto creano delle sovrastrutture che impediscono di percepire la realtà per come è veramente.

Errori cognitivi

Secondo la psicologia cognitiva, e più specificatamente la teoria cognitiva-comportamentista esisterebbero degli errori cognitivi (in termine tecnico conosciuti come bias cognitivi), compiuti inconsapevolmente dal soggetto nel guardare, interagire, comprendere, dedurre il mondo sia interiore che esteriore. Tra i più conosciuti ed interessanti vi sono i seguenti:

catastrofizzazione: percepire la realtà in termini e significati dagli epiloghi drammatici

pensiero dicotomico (o polarizzato): percepire la realtà con una modalità oppure il suo opposto, non contemplando vie di mezzo e/o sfumature di significato

visione tunnel: il soggetto seleziona solo alcune informazioni provenienti dalla realtà scartandone altre magari significative

moralizzazione: il soggetto attribuisce all’aspetto della moralità un peso primario nell’interpretazione della realtà

doverizzazione: il soggetto agisce ed interpreta la realtà circostante come se tutto gli fosse dovuto, vi è confusione tra “pretendere” e “desiderare”

lettura del pensiero: il soggetto attribuisce indebitamente, senza la presenza di prove concrete, pensieri, intenzioni, opinioni, sentimenti agli altri

ragionamento emozionale: non vi è nessun filtro ad opera della ragione nell’interpretare la realtà; qui sono le emozioni le uniche interpreti di tutto ciò

etichettatura globale: il soggetto appone un’etichetta di valore ad una persona e/o situazione. Il comportamento altrui viene valutato da un singolo aspetto o azione, generalizzando

ingigantimento e/o minimizzazione: il soggetto sovrastima o sottostima l’entità dell’evento in questione

personalizzazione: il soggetto, in assenza di prove concrete, attribuisce indebitamente alla propria persona la causa prima di ciò che accade intorno, sentendosi quindi responsabile e strutturando svariati sensi di colpa.

Tutti questi errori cognitivi sono chiaramente delle modalità distorte agite dal pensiero, delle distorsioni cognitive, altresì dei processi di pensiero rigidi, inflessibili ed estremi.

Mindfulness

Possedere una mente ecologica significa allenare la nostra mente alla semplicità dell’interpretazione, al depotenziamento di eccessivi filtri ad opera della ragione, all’impoverimento di sovrastrutture che alterano, distorcono, enfatizzano, minimizzano ed alienano tutto ciò che ci circonda.
Mindfulness è una pratica che serve ed aiuta il soggetto a volersi bene, ad “amarsi” e prendersi cura di sé, ad inforcare degli occhiali dalle lenti neutre, che non permettono di incorrere e successivamente edificare gli errori cognitivi di cui sopra. Tale pratica insegna al soggetto ad acquisire piena consapevolezza di sé, e deriva la sua essenza dagli insegnamenti del Buddhismo, dalle pratiche di meditazione Zen e dallo Yoga. Tale modello solo di recente viene a far parte come paradigma indipendente di alcune discipline psicoterapeutiche italiane e persino europee ed ancora più in là oltre oceano.

Rapporto mente-corpo

Sempre più studi dimostrano la stretta relazione tra mente e corpo. Sempre più dai professionisti vengono utilizzate tecniche psicocorporee dove sia soma che mente traggono enormi benefici, rilassandosi entrambi e divenendo consapevoli della propria esistenza sia separatamente ma soprattutto insieme. Mindfulness è un termine di natura Pali che significa letteralmente “attenzione consapevole”: ed è questa ultima ad essere coltivata e secondariamente riconosciuta attraverso l’impiego di svariate tecniche; una di queste è conosciuta con il nome di Defusione cognitiva.

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papaI rapporti padre-figlio sono caratterizzati da numerose sfumature, e queste parrebbero essere non solo l’esito di fattori personologici (riguardanti quindi la vulnerabilità del soggetto, le sue più peculiari caratteristiche, interessi, talenti ed inclinazioni), ma anche interpersonali, ambientali e persino genetici.

Si è sempre preso in considerazione il complesso di Edipo ed il mito di Narciso per descrivere l’essenza e la natura della relazione tra genitore e figlio. Brevemente: il complesso di Edipo trae origine dalla teoria psicoanalitica Freudiana e più in là ancora dal mito greco di Edipo, il quale a sua insaputa, per mano di circostanze drammatiche, uccide il padre Laio ed inconsapevolmente ne sposa la madre Giocasta. Metaforicamente secondo l’impostazione Freudiana, tale complesso descrive un insieme di desideri sessuali di natura ambivalente, provati dal bambino verso i genitori. Esso compare verso i tre anni di età e si conclude nel periodo di latenza, attorno ai sei anni. Verso il padre si struttura un desiderio di morte e sostituzione col genitore del sesso opposto, mentre verso la madre si sviluppa un desiderio di possesso esclusivo.

Nel mito greco di Narciso quest’ultimo è un cacciatore conosciuto per la sua notevole bellezza e per il fatto di non considerare nessuno degno di stargli al fianco. Proprio per questa essenza crudele gli viene inflitta una punizione divina che si traduce nell’innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. L’epilogo sarà alquanto tragico, in quanto una di queste pratiche del rimirarsi lo porterà a scivolare nell’acqua ed annegare ineluttabilmente.

Spiegazione dei miti in funzione del rapporto padre-figlio

Nel complesso di Edipo ciò che emerge e che può essere trasportato nella vita odierna è che la relazione padre-figlio (anche di età superiore ai 6 anni ovviamente), è caratterizzata da una natura conflittuale: il figlio si sente essere in competizione col padre con le sue caratteristiche e cerca in qualche modo di “studiarne” le falle per “scavalcarne” la figura. Il rapporto è colorato probabilmente dall’aridità della non condivisione, nel non riconoscimento della importanza della trasmissione di valori generazionali.

Anche nel mito di Narciso ciò che emerge a livello relazionale tra il genitore padre ed il figlio è un rapporto non sufficientemente buono. In questo contesto, addirittura, non comparirebbe (come in Edipo) nemmeno la dimensione della conflittualità, dello scontro. Il figlio (Narciso nel mito) si eleva al di sopra di tutto, in una sorta di autocompiacimento assoluto dove vige solo il riconoscimento di sé, e a livello di identità, e a livello di individuo.

Il complesso di Telemaco

Il complesso di Telemaco invece prende in considerazione un rapporto padre-figlio del tutto svincolato dalle caratteristiche di conflitto, alterità ed egocentrismo di cui sopra. Il figlio Telemaco (figlio di Ulisse) attende il padre al suo ritorno in patria Itaca. Non si tratta né di un archetipo (ovvero modello frutto delle dinamiche dell’inconscio) di padre padrone con cui rivaleggiare ed eventualmente soccombere, né un padre trasparente verso il quale non sussiste alcuna relazione se non quella del figlio verso sé stesso. Il figlio Telemaco “crede” (e vuole quindi rispecchiarsi) non in una figura paterna dogmatica ideale “debole” e tiepida (dal punto di vista dei valori, dell’insegnamento dei valori e dei limiti) ma in una figura del padre “giusto”, un padre che sa e che può sbagliare, forte proprio perché capace di dimostrare ed osare nella dimostrazione dei propri sentimenti così come dei propri limiti, o altresì un padre radicalmente umanizzato, incapace di sapere il senso ultimo della vita, ma capace di dimostrare attraverso la propria testimonianza di vita che un senso nella vita è possibile (M. Recalcati in “Il complesso di Telemaco”).

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Chi di noi non ha mai vissuto uno stato d’ansia perchè in una particolare situazione, quale: il dover affrontare un compito, l’ottenere un buon risultato ad una prestazione, od altro? Chiaramente, vi è una distinzione tra stati d’ansia e di angoscia; definibili quest’ultimi quali intensi sentimenti di ansia e/o apprensione, non semplicemente minacciosi, ma devastanti per chi li vive. Solitamente, una volta affrontato l’evento per il quale l’ansia era sorta, esso si affievolisce sino a scomparire.

Cause bio chimiche dell’ansia
Una accreditata e recente ricerca, tra i cui ricercatori compare R. Pawlak, avrebbe scoperto che l’amigdala, ovvero la sede delle emozioni nel cervello e facente parte del sistema limbico, in situazioni e/o eventi stressogeni, reagirebbe increnmentando la produzione di una proteina, la neurospina; che a sua volta innescherebbe una cascata di eventi, atti a produrre un incremento dell’attività amigdalica stessa, tra cui quello legato all’attivazione di un gene, che, a livello cellulare, caratterizzerebbe la risposta allo stress.

Lo studio etologico, quindi comportamentale, basato su alcuni topi alle prese con un labirinto, ha dimostrato come, gli stessi topi, eviterebbero sotto stress, le aree del labirinto nelle quali non avrebbero dimestichezza. Però, quando le proteine in questione descritte sopra, vengono arrestate o per mezzo dei farmaci o per mezzo di una terapia genica; si è potuto dimostrare che i topi non dimostravano più quei tratti di ansia: in pratica,le conseguenze comportamentali legate allo stress, venivano azzerate.

Dal punto di vista clinico, gli stati d’ansia, specie se cronicizzati, si strutturano in disturbi d’ansia. Brevemente, il DSM V, li ripartisce come segue:
mutismo elettivo, fobia specifica, disturbo d’ansia da separazione, disturbo d’ansia sociale, disturbo d’ansia da condizione medica, altro disturbo d’ansia specifico, disturbo non altrimenti specificato, disturbo da panico ed agorafobia.

Cause
Sono numerose le teorie atte a spiegare le cause della genesi dell’ansia; alcuni studiosi privilegiano la componente psicologica: l’ansia sarebbe la derivante di conflitti psicologici già esistenti; altri la componente sociale: la famiglia, quale prima e fondamentale agenzia educativa e pedagogica, sarebbe responsabile di strutturare il temperamento del figlio; altri quella prettamente biologica. Qui, la modificazione di alcuni neurotrasmettitori (sostanze chimiche fondanti il sistema nervoso) quali serotonina, noradrenalina e gaba (il più importante neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale),provocherebbero a loro volta l’insorgenza dei disturbi psicologici.

L’Ipnosi trova ottimo impiego nel trattamento dei disturbi d’ansia. Una volta escluse, dopo accurata anamnesi del paziente, condizioni mediche importanti e/o sindromi a carattere psichiatrico, si cerca di affrontare l’ansia così come si presenta coi suoi correlati psicologici (senso di inadeguatezza, di fallimento, irritabilità, nervosismo, insicurezza etc…) e neurovegetativi ( tachicardia, capogiri, aumentata sudorazione, aumento della frequenza respiratoria e cardiaca, etc…). L’utilizzo della Ipnosi, negli stati e disturbi d’ansia, prevede inizialmente un training di rilassamento generale, in cui il soggetto possa esperire (come non riesce a fare da solo) sensazioni di benessere, leggerezza, positività. Questo “nuovo”esperire, può risultare davvero lo spartiacque tra presente, futuro e passato della storia del paziente; difatti egli ora sa che può riuscire a rilassarsi, grazie alla sua mente inconscia, e godere appieno di tale stato, di cui egli è il fautore ed unico protagonista. Successivamente, il terapeuta può utilizzare, tra le suggestioni, metafore, immagini, suoni, evocazioni di odori, sapori (secondo il canale sensoriale utilizzato preferibilmente dal soggetto); quelli maggiormente adatti a quel, e solo quel paziente: in base alla sua storia personale. Queste induzioni, che iniziano dal far raggiungere uno stato di rilassamento generalizzato, per affinarsi progressivamente e divenire contenutisticamente “tagliate su misura”per la persona; permettono il dispiegarsi di miglioramenti sia a livello della psiche (in quanto fanno familiarizzare col paziente il saper allontanarsi adattivamente dalle preoccupazioni ed emozioni negative), che del soma. Infatti in questo cotesto, viene ad attivarsi il sistema nervoso periferico parasimaptico, la cui funzione, è quella di rallentare, inibire le attività degli organi del sistema nervoso. Se questo sistema si può volgarmente definire del “riposa e digerisci”; quello simpatico “fight or flight” del “attacca o fuggi”). Man mano che il soggetto riesce a godere di questi stati di benessere, ed acquisire fiducia in se, nelle proprie capacità e nella propria mente inconscia, grazie ai sentimenti nascenti correlati ai suggerimenti di suggestioni ipnotiche; quelli post ipnotici (dopo l’induzione), completeranno la seduta.

Un esempio di quanto scritto sopra?
Un paziente che, in seguito agli stati ansiosi provati, vivrà un senso di nausea allo stomaco, ad esempio potrà trovare giovamento nel visualizzare (appurato essere quello visivo, il canale sensoriale da lui maggiormente utilizzato e nel quale si trova “più a proprio agio”) attraverso le suggestioni ipnotiche del terapeuta, delle zavorre sul proprio stomaco, sollevarsi da esso, magari attaccate a delle mongolfiere che si alzano pian piano per stagliarsi nel cielo primaverile dall’azzurro intenso. Le zavorre attraccate alle mongolfiere, saranno sempre più lontane dallo stomaco del paziente, ed egli starà sempre meglio.

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invecchiamento

Al concetto di invecchiamento normale (inteso come una serie di cambiamenti specifici del progredire della età e non accompagnato da particolari problemi legati all’autonomia personale) può affiancarsi un’altra tipologia di vecchiaia riguardante alterazioni significative dello status bio-psicologico del soggetto anziano. Tali patologie possono evolversi secondo un esito cronico da un lato e,acuto dall’altro. E’ in questa ultima categoria che risiedono le demenze, le quali, sono associate a deficit di natura psicologica.

Rassegna delle principali alterazioni delle funzioni cognitive in stati patologici

Dal punto di vista epidemiologico, la demenza è in aumento e ciò è dovuto al fatto che gli anziani vivono più a lungo e quindi diviene maggiore la probabilità che essi possano sviluppare tali patologie, dato che l’incidenza di queste ultime aumenta proprio con l’avanzare della età. La demenza può essere distinta in corticale e sottocorticale (Amoretti,1999). La prima corrisponde ad un deterioramento, ad una disintegrazione di carattere cognitivo la quale a sua volta è caratterizzata da deficit nella comprensione ed articolazione del linguaggio (quali l’afasia); da amnesia ed agnosia (intesa come perdita della capacità di riconoscere oggetti percepibili con la vista, il tatto o l’udito). Tali aspetti sono specifici della demenza di Alzheimer, del morbo di Pick e della demenza di Creutzfeldt-Jakob. La seconda tipologia di demenza è contrassegnata dall’alterazione a carico degli aspetti emotivi; della personalità e delle funzioni motorie; dal rallentamento dell’aspetto ideativo e progettuale e dalla deficitaria capacità di impiegare il proprio background di esperienze per risolvere o convivere con determinate situazioni.

Da un punto di vista prettamente clinico invece,le demenze vengono contraddistinte dai criteri diagnostici del Dsm, il quale le suddivide specificatamente in demenze degenerative, vascolari, infettive e metaboliche.

Demenze degenerative

In queste l’esordio è aggressivo ma l’evoluzione è fondamentalmente lenta, e comprende deficit del linguaggio e della memoria. Nell’Alzheimer ad esempio, man mano che la malattia avanza, si assiste ad una disintegrazione globale a carico delle funzioni cognitive: l’anomia (introdotto, come termine, per la prima volta da Durkheim per indicare la presenza di uno stato di “mancanza di norme”; la cui etimologia deriva da a-nomos, ovvero senza legge) si tramuta e si aggrava fino a sfociare in forme di afasia combinate (consistenti nell’afasia di Broca quale deficit di produzione del linguaggio; alla afasia di conduzione relativa al deficit di ripetizione ed alla afasia

di Wernicke inerente al deficit di comprensione) e riguardanti la comprensione e l’espressione. Tali quadri possono essere accompagnati da disturbi legati alla sfera affettiva, quali: i disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore (depressione). Possono essere presenti inoltre nel soggetto anche certe dosi di aggressività e allucinazioni. Amoretti (1999) spiega come, all’interno dei numerosi studi condotti rispetto a quseta tipologia di demenza, sembrino emergere due marker neuro patologici: i grovigli neuro fibrillari e le placche senili.

I grovigli neuro fibrillari: quali strutture di natura intra citoplasmatica (all’interno del citoplasma della cellula) contenenti proteine anomale.

Le placche senili: costituite da neuriti (componenti del neurone) distrofici correlati ad un nucleo centrale di contenuto amiloide, depositato all’interno delle pareti dei vasi sanguigni del sistema nervoso centrale. Il disfacimento neuronale è a carico soprattutto dell’amigdala e dell’ippocampo e della corteccia. Appare inoltre danneggiato il sistema modulatore diffuso che utilizza l’acetilcolina (Ach) come neurotrasmettitore.

Demenze vascolari

Tali demenze vengono definite secondarie, ed hanno un’incidenza maggiore. La somma delle diverse lesioni cortico e sottocorticali, causano danni estesi ai vasi sanguigni o anche periodi abbastanza lunghi di insufficienza vascuolo-cerbrale diffusa: queste lesioni sono responsabili dei deficit cognitivi. LA demenza vascolare è correlata inoltre a segnali di tipo neuroradiologico. Quella maggiormente diffusa è quella multi infartuale, ed è responsabile e protagonista di una serie di piccoli infarti cerebrali di tipo cortico e sottocorticale. Il quadro generale della malattia è designato da: deficit cognitivi ed in particolari da disturbi della funzione esecutiva;della memoria; della difficoltà di ragionamento; di astrazione dei significati e di pianificazione di una determinata azione in relazione ad uno scopo specifico. Questi disturbi cognitivi coesistono con mutazioni a carico del tono dell’umore e del carattere. Le demenze cortico multi infartuali presentano afasia, aprassia, agnosia, disturbi neuro comportamentali ed emiplagia (paresi che colpisce solo una metà del corpo). Quelle sottocorticali sono caratterizzate da patologie ai vasi sanguigni penetranti, come ad esempio lo stato lacunare (lesioni al talamo ed la tronco encefalico) e la malattia di Biswanger (causata dalla ipertensione che a sua volta altera i vasi sanguigni piccoli con significativi deficit motori).

Demenze infettive e metaboliche

Tra le demenze infettive, quella più conosciuta è la demenza di Creutfeldt-Jakob,

la quale è rara, ed esordisce intorno alla sesta-settima decade di vita. Si manifesta attraverso astenia; difficoltà di concentrazione; depressione ed in un secondo tempo deficit cognitivi. LA fase terminale è caratterizzata dallo stato vegetativo: il cinquanta per cento dei malati muore entro sei mesi dall’esordio della malattia. A livello eziologico la causa sembrerebbe essere la presenza di un virus lento all’interno dell’organismo e refrattario ai classici metodi di disinfezione. Altre demenze di natura infettiva sono: il complesso Aids demenza ( quale complesso direttamente collegato alla infezione da Hiv); la demenza da abuso di alcool; la demenza associata a disturbi metabolici della tiroide e alla carenza della vitamina B 12; le demenze associate alla neurosifilide e quella su base tossica.

Per concludere, di sotto vengono riportati i sintomi cognitivi e non cognitivi della demenza. In questa, alla luce delle diverse tipologie sopra descritte, possono essere presenti una vasta variabilità di quadri clinici (all’interno anche della stessa eziologia). Indipendentemente dalla tipologia della demenza però, in tutti i pazienti, però,, coesistono per l’appunto sintomi cognitivi e non cognitivi.

Sintomi cognitivi:

deficit mnesici

disorientamento temporo spaziale

aprassia

afasia

deficit del ragionamento astratto, di logica e giudizio

acalculia (difficoltà e/o deficit nelle operazioni matematiche quali ad esempio il contare)

agnosia

deficit visuospaziali

Sintomi non cognitivi:

psicosi (deliri paranoidei, allucinazioni)

alterazioni del tono dell’umore (depressione, euforia, labilità emotiva)

ansia

sintomi negativi (alterazioni del ritmo sonno veglia, dell’appetito, del comportamento sessuale)

disturbi dell’attività psicomotoria (vagabondaggio, affacendamento afinalistico)

agitazione (aggressività verbale o fisica, vocalizzazione persistente)

alterazioni della personalità ( indifferenza, apatia, disinibizione, irritabilità).

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Invecchiamento fisiologico emozionale

come_funziona_cervelloUn aspetto molto interessante trattato da Ramachandran, esperto mondiale indiscusso nel panorama delle Neuroscienze, è quello del “cervello dell’artista”. A tal proposito il neologismo “neuroestetica” starebbe ad indicare la capacità degli scienziati di analizzare le loro congetture, attraverso l’analisi diretta ed empirica del cervello. L’ambizione della neuroestetica si traducerà nel poter comprendere nel futuro prossimo, maggiormente e sempre più, le connessioni esistenti tra le trenta aree della corteccia visiva del cervello ed il sistema limbico, le loro logiche interne e le loro basi evolutive. E’ il lobo parietale destro ad essere preposto a quello che è il senso  della forma artistica. Ramachandran elabora le dieci regole universali dell’arte: iperbole, raggruppamento percettivo, nascondino visivo, isolamento modale, mefafora, equlibrio, ripetizione ritmo e ordine, contrasto, simmetria, avversione per le coincidenze sospette e la singolarità ed equilibrio. Di seguito verranno riportate quelle fondamentali, con i corrispondenti esempi esplicativi:

  • Iperbole: sintatticamente trattasi di una figura retorica, con la quale si esagera la descrizione della realtà. Amplificandone aspetti in eccesso o difetto (ipobole). Esempi: “darei la testa per comprarmi quella auto fiammante”. In tal senso l’arte può dirsi agli antipodi del realismo, è scientemente iperbole, esagerazione, distorsione della realtà.
  • Raggruppamento percettivo: se vi capite di andarlo vedere,un esempio di questa categoria potrebbe essere il cane dalmata di Ron James. Tale operazione di astrazione utilizza la cosiddetta “via evoluta” della vista; e non appena essa riesce a distinguere l’oggetto dal contesto, sfondo,invierà tramite i centri encefalici cerebrali un messaggio al sistema limbico del tipo “ah! Ecco il muso di un cane”.Da questo primo step,si procederà ad una risoluzione progressiva della figura e quindi del “problema target”.
  • Nascondino visivo: quale risoluzione dei problemi percettivi. Perchè un corpo velato seduce maggiormente di uno nudo ad esempio? La risposta è di tipo evolutivo ed è: perchè se ne trae più piacevolezza, soddisfacimento nella ricerca prima e nella la scoperta poi. Il cervello umano è “progredito”in ambienti mimetici ed è proprio la connessione tra i centri emozionali e quelli visivi a permettere che il processo di ricerca di soluzione sia gradevole (vedi l’essere alle prese con la risoluzione di un puzzle).
  • Isolamento modulare: tale categoria incarna l’aforisma “meno è più”. Il cervello umano è così strutturato da non contemplare la presenza contemporanea di due moduli contenenti attività neuronale che si sovrappongono
  • La metafora: essa è tanto più evocativa e comunicativa, quanto più i termini di cui la stessa è composta sono “lontani”all’interno del campo semantico.

Per comprendere la base neuronale della metafora, si  parte  dallo studio della sinestesia; trovare la base neuronale di questa ultima infatti (da ricercarsi chiaramente nel cervello), permetterebbe di entrare in possesso di dati sperimentali, i quali riuscirebbero a fare chiarezza su alcuni settori esclusivi della mente, quale appunto la metafora.

Procediamo con ordine: la sinestesia è un fenomeno reale, ed il meccanismo che può spiegarla è quello della attivazione incrociata. Studi con le neuro immagini  spiegano meglio il concetto. Test clinico della sinestesia: far apparire sul monitor una serie di 5 disposti a caso, in cui sono inseriti dei 2. Le persone “normali” proverebbero  molta fatica a distinguerli; mentre i sinestetici che vedono i numeri colorati, li scorgerebbero subito. La sinestesia più frequente è quella del tipo numero-colore; sia l’ area del riconoscimento del colore e quello dei numeri si trovano molto vicine nello lobo temporale; per cui si è inferito che, nei sinestetici, si attiverebbe un’attivazione incrociata, data da una mutazione genetica nel cervello, che scaturirebbe prima dello stadio in cui il numero giunga alla consapevolezza conscia.

Ma come mai si verificherebbe tale attivazione incrociata? Prima ipotesi: presenza difettosa del gene della potatura; ovvero di quel gene deputato a tagliare connessioni ripetitive, ridondanti per stabilizzare l’architettura dei moduli del cervello adulto. Tale difettosità si tradurrebbe nella attivazione incrociata di aree separate, ma contigue del cervello. Seconda ipotesi: presenza di uno squilibrio chimico. L’incidenza della sinestesia sarebbe sette volte più frequente tra poeti, pittori, scrittori,in una sola parola, artisti. E da qui il collegamento con la metafora: se il gene della “attivazione incrociata” o “iper connettività”si dovesse esprimere in maniera più diffusa ( e non solo nel  giro fusiforme del lobo temporale ed angolare ad esempio), allora si assisterebbe di conseguenza ad un implemento della iper connettività in tutto il cervello; e ciò a sua volta predisporrebbe maggiormente a creare metafore ed unire concetti in superficie slegati. Il cervello dell’Artista, sarebbe caratterizzato da un eccesso di connessioni, attivazioni incrociate che gli  permetterebbe di relare concetti con minore difficoltà rispetto alle altre persone.

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Vi sono perversioni tipicamente maschili quali il feticismo, il travestitismo, l’esibizionismo, il voyeurismo, il masochismo ed il sadismo sessuale, pedofilia, bestialità e necrofilia. In queste la strategia della perversione maschile è quella di portare alla coscienza una esagerazione difensiva della mascolinità che permetterebbe all’uomo di sentirsi vivo e fiero di sé. Le perversioni femminili invece, quale la cleptomania, mutilazione, sottomissione estrema, sindrome della moglie incestuosa ad esempio, si differenziano perché la strategia suscita fantasie, prestazioni ed esperienze coscienti dissimili. E’ lo stereotipo sociale di genere, messo in auge nel copione comportamentale della perversione, a rendere diverse le perversioni maschili e femminili: nelle donne la perversione mette in evidenza lo stereotipo sociale della femmina sottomessa con la sua alta consapevolezza del suo senso di colpa e del peccato, e ciò permetterebbe alla donna di mantenere affetti e pensieri pericolosi (in quanto ribelli rispetto all’ortodossia dei ruoli maschili-femminili della società) ai margini dell’ombra. Negli uomini invece lo stereotipo sociale di genere che si evidenzia è quello correlato al potere narcisistico e alla estremizzazione della mascolinità. La cleptomania, quale tipica perversione femminile, si distingue dal furto classico. E’ accompagnata da una eccitazione erotica legata all’atto di appropriazione. La cleptomania corrisponde al prototipo della perversione sessuale femminile ed è analoga al feticismo, perversione sessuale maschile. Questa analogia tra feticismo e cleptomania risiederebbe nel fatto che le donne, dal punto di vista genitale sarebbero coloro che soffrirebbero di invidia del pene, mentre gli uomini essendo “coloro che hanno” soffrirebbero di angoscia di castrazione. Nel feticismo il feticcio rappresenta una sorta di rassicurazione genitale, un sostituto per l’assenza del pene nella donna; e nella cleptomania la merce che viene rubata rappresenterebbe invece uno strumento con cui vendicarsi per permettere l’espletarsi di una sorta di “compensazione” per il pene rubato. La cleptomane donna vuole vendicarsi di chi l’ha derubata, di chi lei immagina abbia ciò di cui lei è priva. Esistono anche dei cleptomani maschi, ma in misura molto esigua, per i quali gli psicoanalisti leggono nei loro furti un tentativo di procurarsi un apparato genitale maggiormente dotato di quello paterno. Se le perversioni palesano una traslazione di emozioni e desideri da partner umani, vivi e comunicanti tra loro ad oggetti disumanizzati e feticizzati; allora la cleptomania nello specifico, pone in essere lo spostamento dell’invidia vendicativa, angoscia, depressione, follia, confusa concupiscenza, aggressività, dalle relazioni umane ai beni materiali. Le donne quindi, avrebbero imparato ad usare beni feticcio, come sostituti dei rapporti umani per prevenire ansia, depressione, violenza e follia.

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