PaperinoPaperoneNegli anni ’80 comincia l’interessamento e quindi l’approfondimento da parte degli studiosi della comunità scientifica delle diverse tipologie di soprusi e vessazioni psicologiche sui posti di lavoro.

Fondamentalmente si possono distinguere quattro tipologie, quattro diversi comportamenti e modalità d’azione.

Tipologie vessatorie:

  • Mobbing: con questo termine si descrive un comportamento altamente aggressivo, sia fisico che verbale, persecutorio e sistematico nonché prolungato nel tempo, il cui preciso scopo consiste nel togliere alla vittima designata qualsiasi punto di riferimento (nel lavoro), destabilizzandola totalmente.

L’etimologia deriva dall’inglese to mob = assalire, molestare.

  • Bossing: con questo termine viene indicato un comportamento traducibile più chiaramente nel terrorismo psicologico, messo in atto dalla dirigenza con lo specifico obiettivo di allontanare la vittima designata dal proprio posto di lavoro. Il fenomeno del “bossing” è considerato una variante di quello del mobbing.

Il rimando alla etimologia inglese della parola boss, è nota.

  • Stalking: lo stalking sul posto di lavoro indica l’esplicitarsi di un interesse morboso di un molestatore (mobber) verso la vittima identificata attraverso la ripetizione di comportamenti aggressivi e vessatori.

L’etimologia deriva dall’inglese to stalk, ovvero “camminare con circospezione”, può indicare anche il “cacciatore in agguato”.

  • Straining: solo di recente si è arrivati ad identificare questo quarto tipo di comportamento. Esso si diversifica dal mobbing per la modalità con cui l’azione vessatoria viene messa in atto. Qui manca il carattere di continuità delle azioni moleste. Esempi tipici sono: la dequalificazione, il demansionamento, l’isolamento e la privazione degli strumenti di lavoro. In tutti questi casi però, per poter parlare di straining è sufficiente che sia o sia stata presente un’unica ed isolata azione (a differenza del mobbing).

L’etimologia deriva dall’inglese to strain, che si trauce letteralmente in “mettere sotto pressione”.

 

Dottor Harald Ege

La terminologia di straining viene utilizzata per prima dal dott. H. Ege per identificare quei conflitti organizzativi che, pur non facendo parte della definizione ortodossa di mobbing, arrecano stress ed incidono nocivamente sulla salute psichica e fisica di colui che li subisce.

 

Criteri per identificare lo straining

Parametri                                                      Requisiti

1 ambiente lavorativo                                        il conflitto deve svolgersi sul lavoro

2 frequenza                                                      le conseguenze devono essere costanti

3 durata                                                           il conflitto deve essere in corso da almeno 6 mesi

4 tipologia di azioni                                           la vittima è in posizione costante di inferiorità

5 dislivello tra i protagonisti                         le azioni subite devono appartenere ad almeno una delle seguenti categorie di Ege: attacchi ai contatti umani, isolamento sistematico, demansionamento o privazione di qualsiasi incarico, attacchi contro la reputazione della persona, violenza o minacce di violenza, sia fisica che sessuale

6 andamento secondo fasi successive              la vicenda ha raggiunto almeno la seconda fase (conseguenza percepita come permanente) del modello di Ege

7 intento persecutorio                                       deve essere scopo politico o obiettivo discriminatorio

 

Identikit dello “strainizzato”

Il profilo personologico della vittima di straining del dott. H. Ege (2005) avrebbe indicativamente alcune delle caratteristiche di seguito riportate:

  • Non avrebbe certezze o rivendicazioni al di fuori delle esigenze materiali basilari
  • Avrebbe un’insicurezza dell’”esistere” come individuo che lo esporrebbe al rischio della solitudine
  • Non avrebbe legami affettivi significativi, soprattutto familiari
  • Non avrebbe ambizioni e volontà di incidere sul processo di trasformazione della realtà circostante
  • Sarebbe caratterizzato dal legame con la sua necessità di percepire il salario
  • Sarebbe nevrotico, fatalista, attendista, privo di spirito di intraprendenza, scoraggiato ma non per questo dotato di rivendicazioni idealiste

 

Volutamente il soggetto manifesta la sua protesta in concomitanza con l’inizio dell’attività vessatoria, per poi scemare e farsi strada in lui un disimpegno con allontanamento dal posto di lavoro. Di pari passo si sviluppano in lui frustrazioni esistenziali e disadattamento sia familiare che sociale con espressioni depressive ed espressioni inadeguate d’azione.

Molto resta da fare per intervenire efficacemente in queste dinamiche, per ridurle sistematicamente, evitando il rischio che queste possano diventare parte integrante e funzionale alla stessa azienda, per esempio, per “fare fuori” il più debole all’interno di un clima di super competitività che relega la esigenza ed il sentire dell’individuo in fondo.

Iniziative e corsi di formazione, strutturati per aiutare le persone a divenire consapevoli delle proprie attitudini, proiezioni, personalità nonché tipologia di investimento affettivo e simbolico sul proprio (posto di) lavoro, sembrerebbero davvero fondamentali e fondanti per l’equilibrio e la salute psicofisica del lavoratore stesso.

 

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ottobre 14th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (0 Comments)

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Perché ci capita di prediligere paesaggi naturali, aperti, incontaminati?

Questa preferenza si chiama biofilia e la spiegazione potrebbe risalire addirittura alle radici della storia della nostra evoluzione.

Biofilia (termine coniato da Wilson ’87) quindi è un termine che riecheggia e richiama il nostro passato, i nostri avi, che vivevano ed interagivano in un ambiente totalmente naturale o adattato appena sufficientemente ai fini della sopravvivenza.

L’evoluzione della intelligenza umana ha successivamente messo sotto sopra questa dinamica ed ha visto progressivamente l’uomo adattare a sé l’ambiente e non viceversa.

10.000 anni or sono avviene la civilizzazione ad opera della rivoluzione agraria che a sua volta dà inizio alla Rivoluzione Urbana.

In questi ultimi 10.000 anni non ci sarebbero tracce che il cervello umano si sia modificato; per cui le persone vivrebbero anche nelle grandi metropoli con un cervello però ancora sintonizzato sugli ambienti naturali.

Prove dirette?

L’importanza delle piante da appartamento, del verde intenso delle foglie e del colore appariscente dei fiori, quasi fosse una trasposizione di un paesaggio in versione micro, incontaminato.

Le colonne utilizzate in architettura, surrogati di tronchi d’albero o steli ed i cui capitelli invece surrogati di foglie e fogliame.

Opere architettoniche e rapporti tra le persone

L’architettura e sua progettazione può sicuramente influenzare i rapporti tra le persone. La cosiddetta “sick building syndrome” ovvero sindrome da edificio malato, ne è un esempio lampante. Se l’edificio strutturato per determinati compiti lavorativi ed i relativi lavoratori, non è adeguato, in termini di illuminazione, spazio e colore ad esempio, possono insorgere nel soggetto malesseri fino a veri e proprie strutturazioni di sindromi (più o meno gravi), le quali a loro volta limitano la produttività ed il senso di autoefficacia del soggetto stesso. E’ proprio il caso di porre l’accento quindi sulla relazione: architettura e psiche.

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L’epoca in cui viviamo è quella della post modernità, ed è caratterizzata dall’utilizzo massiccio ed in larga scala dei social media; anche la cultura, non da ultima, è permeata da tutto ciò.

Se da un lato i mezzi di comunicazione hanno contribuito ad amplificare ed ampliare i perimetri dei nostri pensieri, idee, conoscenza e modalità di espressione, dall’altra lato però – è questo il rovescio della medaglia per l’appunto – pur rendendoci protagonisti del cosiddetto processo di globalizzazione essi si sono inseriti nella nostra vita e sfera privata generando a ruota ansie e angosce più o meno gravi e talora vere e proprie fobie.

Il circolo vizioso e paradossale che emergerebbe da questa dinamica sopra citata, sarebbe che gli stessi mezzi e/o strumenti ai quali ci “affidiamo” diventerebbero mezzi controllanti la nostra esistenza, da molteplici e vari punti di vista.

Un po’ di storia

Il primo studioso da cui emerge una acerba caratterizzazione di questi aspetti è il filosofo J. Bentham nel 1787: egli progetta il cosiddetto “Panopticon” il cui significato coinciderebbe con “l’occhio-che-tutto-scruta”, una sorta di carcere ideale che possa garantire (inizialmente in ambito del carcere) una capacità di sorveglianza completa, a tutto tondo. Bentham quindi quale padre fondatore del Grande Fratello.

Col passare del tempo il significato di “Panopticon” ha incorporato più aspetti, trasversali alla vita del soggetto. Nel progetto di Bentham, nel suo modello, pensato inizialmente per l’ambito carcerario, sarebbe stata prevista anche una torre per i visitatori. I detenuti quindi non avrebbero avuto rapporti solo con le guardie carcerarie, col direttore, ma anche con altri voyeurs: ovvero visitatori che avrebbero incarnato l’”Opinione”. Il modo di comportarsi dei prigionieri sarebbe stato giudicato da tutti. In questo interessante aspetto vi sarebbe probabilmente l’avanguardia di quello che sono le odierne folle curiose che tutto sanno e spiano: connotate da una certa dose di inconscio e morboso desiderio di non farsi sfuggire nulla attraverso il buco della serratura.

Post modernità: paure e fobie

Con l’avvento della digitalizzazione anche l’identità è digitalizzata, basata e coincidente con una immagine esteriore, esterna, facilmente sostituibile con un’altra e oggetto di “preda”. A questo corrisponde parallelamente una involuzione psicologica ed emotiva del soggetto: egli si sente sempre più spersonalizzato, indeterminato, appeso ad un filo, il filo della immagine esteriore su cui si basa la sua identità.

Tale identità non è mai data una volta per tutte, e proprio perché basata sulla esteriorità, deve continuamente plasmarsi e modificarsi alle dinamiche che presiedono alla società attuale.

In questa post modernità la realtà nella quale siamo immersi è talmente trasparente che ci si può ritrovare repentinamente come il pesciolino rosso nella sua boccia di vetro, spiati, osservati, commentati da molti occhi privati ma anche pubblici.

In questo humus crescono diverse paure legate direttamente all’aspetto culturale dell   di appartenenza.

Le paure necessarie alla strutturazione della nostra interiorità e quindi personalità possono divenire panico, angoscia e fobia se superano una determinata soglia: la stessa soglia sarebbe invece funzionale ad una attenzione consapevole e selettiva di ciò che ci circonda.

Oicofobia

L’Oicofobia è una precisa espressione della epoca attuale che designerebbe la paura che la propria sfera privata venga invasa da terzi senza un consenso del soggetto interessato; ed il centro di questa nuova fobia è il furto della identità.

Sembrerebbe che i soggetti più a rischio siano i ventenni e trentenni appartenenti alla cosiddetta “Mtv generation” che a partire dagli anni ’80 ha trovato sempre più consensi tanto da inaugurare la cultura audiovisiva.

Il passato ed il presente

In passato gli strumenti e le tecniche erano funzionali all’uomo e alle sue necessità: essi venivano utilizzati con cautela e contingenza.

Oggi gli strumenti si “impossessano” della identità del singolo, perché egli in un certo qual senso glielo permette. Gli stimoli cosiddetti oicofobici sono dovunque: è da tenere ben presente che la enfasi con la quale non ci sfamiamo (dei pensieri, sofferenze, emozioni altrui) è la stessa con la quale gli altri poi si sfameranno a loro volta “attraverso noi”; sempre nella ottica di questa dimensione digitalizzata e digitalizzante.

L’identità debole alla luce di quanto sopra non è altro che il frutto di questa omologazione, precarietà, indefinitezza che si aggrappa al vivere quotidiano della persona.

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E’ nel 1989 che l’Assemblea Generale dell’ONU approva la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia.

Da sempre la condizione dell’infanzia è stata maltrattata: ancora nel XIX secolo sia la famiglia che gli insegnanti non consideravano il bambino, e lo trattavano come un individuo privo di bisogni da rispettare.

In questi proverbi antichi popolari si rintracciava il cuore dello stile educativo che i genitori avrebbero dovuto adottare coi figli: “chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo”.

Vastissime ricerche realizzate in vari paesi per un arco temporale dal dopoguerra ai primi anni del 2000 (Gershoff ’02) avrebbero evidenziato come tale modello educativo forte avesse ripercussioni negative sul processo evolutivo degli stessi bambini.

Di seguito le ripercussioni negative più significative:

  • maggiore difficoltà di esprimere i propri vissuti interiori
  • disagi psichici
  • minori competenze cognitive
  • comportamenti aggressivi ed antisociali (se tali punizioni vengono protratte fino ai 12 anni di età)
  • non interiorizzazione delle norme morali e sociali; in assenza di genitori che puniscono il comportamento, quest’ultimo tende ad essere messo nuovamente in atto

Altri studi avrebbero evidenziato come, anche in quei paesi in cui le punizioni corporali fanno parte dei cosiddetti fattori socioculturali, tale modello educativo comporterebbe gravi destabilizzazioni per lo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino percosso.

 

Modello teorico dell’attaccamento di J. Bowlby

Tale modello (trattato anche in un altro mio articolo Come riconoscere gli stili di attaccamento del tuo bambino) spiegherebbe come, in base al modello educativo impartito dai genitori, il bambino sviluppi tipologie di attaccamento diverso: insicuro, sicuro, evitante, ambivalente e disorganizzato.

Una ricerca ha messo in luce che, proprio in base al modello teorico dell’attaccamento, i risvolti negativi nel bambino abbracciano aree diverse, se a picchiare è il padre o la madre.

Se picchiasse la madre le ripercussioni abbraccerebbero le aree relazionali e la regolazione delle emozioni. Se picchiasse il padre le conseguenze per il bambino sarebbero sul piano comportamentale; forte aggressività in ambito scolastico.

 

Modello educativo forte ed incapacità di esprimere le emozioni

Una ricerca effettuata su un vasto campione di giovani non patologici (Modestin 2005) evidenzia come un modello educativo improntato alla cognizione, e non all’empatia, caratterizzato da qualità scadente delle prime esperienze relazionali, sviluppi nel bambino un attaccamento di tipo insicuro.

Tale modello educativo verrebbe interiorizzato in maniera stabile nel bambino, così come il proprio stile di attaccamento.

E’ difficile quindi, dopo che si sia sperimentata nella prima infanzia una relazione affettiva insoddisfacente, sapersi relazionare propositivamente e positivamente verso i propri figli, una volta diventati genitori.

Per J. Bowlby si tratta di trasmissibilità intergenerazionale dell’attaccamento: quale tendenza diffusa a trasmettere automaticamente ed inconsapevolmente i modelli operativi appresi. Vi sarebbe inoltre una correlazione tra alessitimia, ovvero disturbo di ordine affettivo-cognitivo in cui vi è l’incapacità di trovare le parole per esprimere le emozioni, o nel caso più severo l’incapacità in toto di provarle, e stile educativo “forte”, che sfocerebbero nei bambini inoltre in stili di attaccamento di tipo insicuro.

E’ fondamentale quindi per un genitore raggiungere la consapevolezza del fulcro ed origine dei propri comportamenti, rivisitando ed abolendo le componenti negative del proprio comportamento.

Educare infatti deriva dal latino, ex ducere (tirar fuori). Ecco il compito primo del genitore quale educatore: far emergere le potenzialità e risorse del proprio figlio, nel pieno rispetto della sua personalità, psiche ed emotività.

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Padre-figlio: cosa e’ la sindrome di Telemaco

light-bulb-376922_640A metà degli anni ’50 lo psicologo F. Barron tratta in maniera esaustiva i rapporti che intercorrono tra personalità e creatività, sottoponendo ad un campione molto ampio di persone “creative” il California Q Sort Test. Da questo studio emergono quelle che sembrerebbero essere le caratteristiche dei soggetti creativi: tendenzialmente caratteriali, anticonformisti, ribelli, poco votati all’autocontrollo, alla responsabilità, abbastanza soddisfatti di sé e noncuranti delle apparenze e giudizi altrui; in aggiunta vi sarebbe la capacità di produrre idee considerate “ai limiti” ed una immaginazione molto attiva.

 Creatività e malattia mentale

 E’ fondamentale per non incorrere in false credenze distinguere la psicosi dallo psicoticismo. Le psicosi (dalla schizofrenia alle forme maniaco depressive) sono di per sé gravissimi quadri patologici in cui è presente l’estraneità totale dal mondo reale del soggetto. Lo psicoticismo (termine coniato da H. Eysenck) è una personalità intrisa di impulsività, egocentrismo, aggressività, mancanza di empatia, antisocialità ed autoreferenzialità. Il dato interessante è che tali personalità sembrerebbero essere “dotate” di una grande capacità immaginativa. Quindi: psicosi e creatività sono generalmente in contrapposizione; ma lo stesso non si può affermare invece per lo psicoticismo, in cui la correlazione con la creatività sarebbe notevole.

 Il funzionamento della mente creativa

 Molto spesso il creativo nel suo atto ispirativo regredisce ad uno stato di coscienza primario: qui sarebbe attivo il processo primario del pensiero caratterizzato da associazioni libere, analogie, immagini, insight; esso sarebbe tipico dello stato onirico (sogno), della veglia rilassata e della ipnosi ad esempio.

Quello secondario, invece, sarebbe tipico della coscienza vigile, ed è caratterizzato dall’astrattismo e logicità.

I creativi, proprio per “utilizzare” il processo primario del pensiero, sarebbero in grado di captare più analogie rispetto agli altri, e ciò porterebbe loro ad essere capaci di combinare gli elementi del pensiero in modo creativo, per l’appunto, originale.

I creativi inoltre sembrerebbero essere dotati di una gerarchia debole a cui la loro mente risponderebbe: ad un relativo stimolo produrrebbero difatti molte risposte (a differenza di coloro con gerarchia forte), legati a loro volta a numerose rappresentazioni mentali.

Un po’ di neuroscienze: creatività ed emisfero destro

 Sono le tecniche definite brain imaging (immagini cerebrali) degli ultimi anni, a comprendere sempre più i meccanismi di funzionamento della mente creativa.

Premessa: la corteccia cerebrale può essere più o meno attiva: siamo in presenza di onde lente e regolari in rilassamento, onde rapide (a basso voltaggio) in stato di veglia.

E’ stato dimostrato come in ambito di apprendimento per i compiti più complessi sarebbero necessari livelli bassi di attivazione cerebrale. I processi primari del pensiero (di cui si è trattato prima), quali le associazioni libere, da cui possono emergere idee creative, analogie ed ispirazione, si “attiverebbero” in condizione di bassa attività della corteccia cerebrale.

Numerosi studi confermano l’interessante relazione tra creatività e basso livello di attivazione corticale.

In quale parte del cervello i creativi presentano minore attivazione?

La risposta è al livello del lobo frontale. L’essere creativi dipenderebbe quindi dall’essere in grado di silenziare la corteccia frontale (deputata alle funzioni esecutive, processi decisionali), in modo da far emergere associazioni, metafore, analogie grazie alle quali poter dare vita al lato creativo per l’appunto.

Nei creativi, i quali come si è visto, fanno più ricorso ai processi primari degli altri, è l’emisfero destro ad essere più attivo.

L’emisfero destro difatti è implicato nella produzione e percezione della musica e nella creazione artistica di tipo visivo, e ancora nella produzione di immagini mentali.

Ricerche recenti avrebbero dimostrato come l’illuminazione creativa, la soluzione improvvisa ad un problema sarebbe un processo per la massima parte inconscio dipendente fondamentalmente dal coinvolgimento dell’emisfero destro.

Creatività quindi quale capacità di dare voce alle libere associazioni, all’inconscio, tenendo a bada il coinvolgimento dell’emisfero cerebrale sinistro.

 

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