light-bulb-376922_640A metà degli anni ’50 lo psicologo F. Barron tratta in maniera esaustiva i rapporti che intercorrono tra personalità e creatività, sottoponendo ad un campione molto ampio di persone “creative” il California Q Sort Test. Da questo studio emergono quelle che sembrerebbero essere le caratteristiche dei soggetti creativi: tendenzialmente caratteriali, anticonformisti, ribelli, poco votati all’autocontrollo, alla responsabilità, abbastanza soddisfatti di sé e noncuranti delle apparenze e giudizi altrui; in aggiunta vi sarebbe la capacità di produrre idee considerate “ai limiti” ed una immaginazione molto attiva.

 Creatività e malattia mentale

 E’ fondamentale per non incorrere in false credenze distinguere la psicosi dallo psicoticismo. Le psicosi (dalla schizofrenia alle forme maniaco depressive) sono di per sé gravissimi quadri patologici in cui è presente l’estraneità totale dal mondo reale del soggetto. Lo psicoticismo (termine coniato da H. Eysenck) è una personalità intrisa di impulsività, egocentrismo, aggressività, mancanza di empatia, antisocialità ed autoreferenzialità. Il dato interessante è che tali personalità sembrerebbero essere “dotate” di una grande capacità immaginativa. Quindi: psicosi e creatività sono generalmente in contrapposizione; ma lo stesso non si può affermare invece per lo psicoticismo, in cui la correlazione con la creatività sarebbe notevole.

 Il funzionamento della mente creativa

 Molto spesso il creativo nel suo atto ispirativo regredisce ad uno stato di coscienza primario: qui sarebbe attivo il processo primario del pensiero caratterizzato da associazioni libere, analogie, immagini, insight; esso sarebbe tipico dello stato onirico (sogno), della veglia rilassata e della ipnosi ad esempio.

Quello secondario, invece, sarebbe tipico della coscienza vigile, ed è caratterizzato dall’astrattismo e logicità.

I creativi, proprio per “utilizzare” il processo primario del pensiero, sarebbero in grado di captare più analogie rispetto agli altri, e ciò porterebbe loro ad essere capaci di combinare gli elementi del pensiero in modo creativo, per l’appunto, originale.

I creativi inoltre sembrerebbero essere dotati di una gerarchia debole a cui la loro mente risponderebbe: ad un relativo stimolo produrrebbero difatti molte risposte (a differenza di coloro con gerarchia forte), legati a loro volta a numerose rappresentazioni mentali.

Un po’ di neuroscienze: creatività ed emisfero destro

 Sono le tecniche definite brain imaging (immagini cerebrali) degli ultimi anni, a comprendere sempre più i meccanismi di funzionamento della mente creativa.

Premessa: la corteccia cerebrale può essere più o meno attiva: siamo in presenza di onde lente e regolari in rilassamento, onde rapide (a basso voltaggio) in stato di veglia.

E’ stato dimostrato come in ambito di apprendimento per i compiti più complessi sarebbero necessari livelli bassi di attivazione cerebrale. I processi primari del pensiero (di cui si è trattato prima), quali le associazioni libere, da cui possono emergere idee creative, analogie ed ispirazione, si “attiverebbero” in condizione di bassa attività della corteccia cerebrale.

Numerosi studi confermano l’interessante relazione tra creatività e basso livello di attivazione corticale.

In quale parte del cervello i creativi presentano minore attivazione?

La risposta è al livello del lobo frontale. L’essere creativi dipenderebbe quindi dall’essere in grado di silenziare la corteccia frontale (deputata alle funzioni esecutive, processi decisionali), in modo da far emergere associazioni, metafore, analogie grazie alle quali poter dare vita al lato creativo per l’appunto.

Nei creativi, i quali come si è visto, fanno più ricorso ai processi primari degli altri, è l’emisfero destro ad essere più attivo.

L’emisfero destro difatti è implicato nella produzione e percezione della musica e nella creazione artistica di tipo visivo, e ancora nella produzione di immagini mentali.

Ricerche recenti avrebbero dimostrato come l’illuminazione creativa, la soluzione improvvisa ad un problema sarebbe un processo per la massima parte inconscio dipendente fondamentalmente dal coinvolgimento dell’emisfero destro.

Creatività quindi quale capacità di dare voce alle libere associazioni, all’inconscio, tenendo a bada il coinvolgimento dell’emisfero cerebrale sinistro.

 

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pensiero laterlaeLa definizione di pensiero laterale viene coniata da E. De Bono e con questa si intende un diverso utilizzo, più creativo, dell’intelletto.

Un passo indietro: nella storia da Aristotele in poi la facoltà esercitata dalla ragione, ovvero la logica, viene “osannata” come lo strumento principe di cui l’intelletto si serve, per l’appunto. L’assunto che conferisce forza al pensiero laterale, si traduce nel fatto che ,il carattere di imprevedibilità delle nuove idee, già di per sé fa capire come queste ultime possono non essere necessariamente l’esito di ragionamenti guidati dalla logica.

Pensiero verticale e pensiero laterale

De Bono nella sua trattazione fa riferimento al pensiero verticale per definire il metodo logico e ,a quello laterale , per delineare il metodo altro. Pensiero laterale ancora non solo impiegato per la soluzione di problemi, ma anche per inforcare “nuovi occhiali” con i quali guardare la realtà circostante e sé stessi, oltre che interessarsi di idee nuove di qualsiasi foggia esse siano.

La mente dell’uomo interpreta ciò che le accade secondo il criterio della probabilità ed è l’esperienza e la necessità dello hic et nunc, a determinare il maggiore o minore grado di tale probabilità.

Alla luce di quanto appena descritto, il pensiero verticale si “struttura” attraverso il criterio della massima probabilità. Un classico esempio per spiegare quanto sopra, è quello del millepiedi: esso non si “muoverebbe” più se dovesse divenire consapevole delle sue mille zampette, e per ciascuna di esse essere consapevole della meccanica del movimento che le sottende.

Riassumendo: il pensiero verticale si “attiva” nella condizione in cui ci sia una direzione da imboccare, necessita di una correttezza step by step, è un processo finito e ricalca i percorsi con il più alto tasso di probabilità. Il pensiero laterale invece, si “attiva” per crearne una di direzione, non necessita della ortodossia  step by step, può esplicarsi a salti ed indaga anche vie con minor tasso di probabilità.

Tecnica dei sei cappelli

Per sviluppare il pensiero laterale che, di per sé non è un insight che  avviene estemporaneamente, è necessario di un ambiente che lo stimoli e di azioni che lo possano rendere effettivo. Interessante è la tecnica dei sei cappelli per pensare dello stesso E. De Bono stesso. Quest’ultima viene così chiamata perché consta della presenza di sei cappelli appunto, ognuno dei quali ha un colore ed ognuno dei quali  analizza il problema in questione, secondo la propria, e quindi diversa, prospettiva.

Si affronta il problema attraverso un cappello per volta con l’ordine che segue: blu – bianco – rosso – verde – nero – giallo.

Blu:  si analizza quale sia il problema, da cosa sia originato e perché sia così difficile da risolvere

Bianco: si enucleano i dati oggettivi del problema, non richiede interpretazioni (es.: non ho soldi per andare in vacanza, qui comparirà il costo della vacanza, eventuali promozioni etc)

Rosso: si annota come ci fa sentire il problema ed il perché. Qui si comincia a fare una distinzione tra lato soggettivo ed oggettivo del problema stesso.

Verde: si annota in che modo si possa risolvere il problema, non importa pensare se la soluzione sia più o meno fattibile

Nero: ci si concede di far emergere da dentro tutto il pessimismo, e si annota il perché il problema sembra così irrisolvibile.

Giallo: si riprendono tutte le idee scaturite dai primi cappelli e lesi supporta pensando a come una determinata soluzione potrebbe funzionare.

Blu: si scremano tra le diverse soluzioni trovate, quelle maggiormente applicabili, ed le si attua attraverso l’agire.

Ciò che si rileva da tale tecnica è che, se la mente è “costretta” a concentrarsi su di una cosa per volta, avrà prestazioni più elevate dal punto di vista qualitativo.

Stimolare la creatività

Il pensiero laterale è strettamente connettibile alla creatività, e questa è un terreno che sia il pensiero parallelo stesso, che l’ipnosi possono avere in comune. A tal proposito M. Erickson e Rossi insegnano, quando ad esempio consigliano di leggere un libro, partendo dall’ultimo capitolo per poi cercare di immaginare ed intuire ciò che poteva essere accaduto precedentemente. Se questo non è allenare la propria creatività!

L’ipnosi può stimolare ed implementare la creatività delle persone in quanto “pesca” e recupera nelle stesse, tra le risorse e capacità inconsce già presenti in loro.

Dal punto di vista prettamente neurochimico nello stato di trance profonda vi è la presenza massiccia di onde cerebrali Theta: queste ultime a differenza di quelle Beta (predominanti nello stato di veglia) ed Alfa (tipiche degli stati di rilassamento psico fisico e del distacco dalla realtà esterna), hanno un numero minore di cicli al secondo (5-7) e presenziano in fase di sonno REM. Tali onde cerebrali, sono inoltre collegabili alla produzione immaginativa tipica dello stato ipnagogico, dalla veglia al sonno per intenderci.

Per concludere ecco esempi di esercizi per “allenare” il pensiero laterale sui quali potersi cimentare per  la “sezione”rispettivamente del:

  • pensiero laterale realistico: una donna cammina sull’acqua, come si spiega? L’acqua in quel punto è profonda 6 metri, la donna cammina effettivamente sull’acqua, non indossa scarpe speciali.
  • Risposta:  la donna cammina su di una superficie di lago ghiacciato.
  • pensiero laterale surreale: un cavallo senza cavaliere vola sopra una terra ed atterra su di un uomo, il quale sparisce, come si spiega?
  • Risposta: trattasi di una mossa del gioco degli scacchi.

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come_funziona_cervelloUn aspetto molto interessante trattato da Ramachandran, esperto mondiale indiscusso nel panorama delle Neuroscienze, è quello del “cervello dell’artista”. A tal proposito il neologismo “neuroestetica” starebbe ad indicare la capacità degli scienziati di analizzare le loro congetture, attraverso l’analisi diretta ed empirica del cervello. L’ambizione della neuroestetica si traducerà nel poter comprendere nel futuro prossimo, maggiormente e sempre più, le connessioni esistenti tra le trenta aree della corteccia visiva del cervello ed il sistema limbico, le loro logiche interne e le loro basi evolutive. E’ il lobo parietale destro ad essere preposto a quello che è il senso  della forma artistica. Ramachandran elabora le dieci regole universali dell’arte: iperbole, raggruppamento percettivo, nascondino visivo, isolamento modale, mefafora, equlibrio, ripetizione ritmo e ordine, contrasto, simmetria, avversione per le coincidenze sospette e la singolarità ed equilibrio. Di seguito verranno riportate quelle fondamentali, con i corrispondenti esempi esplicativi:

  • Iperbole: sintatticamente trattasi di una figura retorica, con la quale si esagera la descrizione della realtà. Amplificandone aspetti in eccesso o difetto (ipobole). Esempi: “darei la testa per comprarmi quella auto fiammante”. In tal senso l’arte può dirsi agli antipodi del realismo, è scientemente iperbole, esagerazione, distorsione della realtà.
  • Raggruppamento percettivo: se vi capite di andarlo vedere,un esempio di questa categoria potrebbe essere il cane dalmata di Ron James. Tale operazione di astrazione utilizza la cosiddetta “via evoluta” della vista; e non appena essa riesce a distinguere l’oggetto dal contesto, sfondo,invierà tramite i centri encefalici cerebrali un messaggio al sistema limbico del tipo “ah! Ecco il muso di un cane”.Da questo primo step,si procederà ad una risoluzione progressiva della figura e quindi del “problema target”.
  • Nascondino visivo: quale risoluzione dei problemi percettivi. Perchè un corpo velato seduce maggiormente di uno nudo ad esempio? La risposta è di tipo evolutivo ed è: perchè se ne trae più piacevolezza, soddisfacimento nella ricerca prima e nella la scoperta poi. Il cervello umano è “progredito”in ambienti mimetici ed è proprio la connessione tra i centri emozionali e quelli visivi a permettere che il processo di ricerca di soluzione sia gradevole (vedi l’essere alle prese con la risoluzione di un puzzle).
  • Isolamento modulare: tale categoria incarna l’aforisma “meno è più”. Il cervello umano è così strutturato da non contemplare la presenza contemporanea di due moduli contenenti attività neuronale che si sovrappongono
  • La metafora: essa è tanto più evocativa e comunicativa, quanto più i termini di cui la stessa è composta sono “lontani”all’interno del campo semantico.

Per comprendere la base neuronale della metafora, si  parte  dallo studio della sinestesia; trovare la base neuronale di questa ultima infatti (da ricercarsi chiaramente nel cervello), permetterebbe di entrare in possesso di dati sperimentali, i quali riuscirebbero a fare chiarezza su alcuni settori esclusivi della mente, quale appunto la metafora.

Procediamo con ordine: la sinestesia è un fenomeno reale, ed il meccanismo che può spiegarla è quello della attivazione incrociata. Studi con le neuro immagini  spiegano meglio il concetto. Test clinico della sinestesia: far apparire sul monitor una serie di 5 disposti a caso, in cui sono inseriti dei 2. Le persone “normali” proverebbero  molta fatica a distinguerli; mentre i sinestetici che vedono i numeri colorati, li scorgerebbero subito. La sinestesia più frequente è quella del tipo numero-colore; sia l’ area del riconoscimento del colore e quello dei numeri si trovano molto vicine nello lobo temporale; per cui si è inferito che, nei sinestetici, si attiverebbe un’attivazione incrociata, data da una mutazione genetica nel cervello, che scaturirebbe prima dello stadio in cui il numero giunga alla consapevolezza conscia.

Ma come mai si verificherebbe tale attivazione incrociata? Prima ipotesi: presenza difettosa del gene della potatura; ovvero di quel gene deputato a tagliare connessioni ripetitive, ridondanti per stabilizzare l’architettura dei moduli del cervello adulto. Tale difettosità si tradurrebbe nella attivazione incrociata di aree separate, ma contigue del cervello. Seconda ipotesi: presenza di uno squilibrio chimico. L’incidenza della sinestesia sarebbe sette volte più frequente tra poeti, pittori, scrittori,in una sola parola, artisti. E da qui il collegamento con la metafora: se il gene della “attivazione incrociata” o “iper connettività”si dovesse esprimere in maniera più diffusa ( e non solo nel  giro fusiforme del lobo temporale ed angolare ad esempio), allora si assisterebbe di conseguenza ad un implemento della iper connettività in tutto il cervello; e ciò a sua volta predisporrebbe maggiormente a creare metafore ed unire concetti in superficie slegati. Il cervello dell’Artista, sarebbe caratterizzato da un eccesso di connessioni, attivazioni incrociate che gli  permetterebbe di relare concetti con minore difficoltà rispetto alle altre persone.

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WCENTER 0REDADFGHZ -Il cervello umano: non solo esercizio della ragione

Joseph Ledoux è uno dei più riconosciuti studiosi nel campo della neurobiologia, e ne “Il cervello emotivo” tratta di come esista un cervello prettamente emotivo in cui le emozioni rivestirebbero un ruolo fondamentale e proverrebbero dal cervello stesso. Plutchik distinguerebbe 3 diadi di emozioni: diadi primarie: gioia+accettazione=amicizia; paura+sorpresa=allarme. Diadi secondarie: gioia+paura=senso di colpa; tristezza+paura=risentimento. Diadi terziarie: gioia+sorpresa=delizia; anticipazione+paura=ansia.

Le due vie emotive

Ledoux sottolinea le modalità con cui il cervello percepirebbe gli stimoli ritenuti emotivamente significativi, eccitanti e successivamente vi risponderebbe; quelle di come si verificherebbe l’apprendimento e si costruirebbero i ricordi emotivi e quelle ancora secondo cui i sentimenti di cui si avrebbe consapevolezza emergerebbero da processi inconsci. Sommariamente esisterebbero 2 vie emotive, quella bassa e quella alta. Nella prima il percorso è il seguente: stimolo emotivo → talamo sensoriale → amigdala → risposte emotive. Quello alto: stimolo emotivo → talamo sensoriale → corteccia sensoriale → amigdala → risposte emotive. La via bassa è più breve e veloce ma evitando la “tappa” della corteccia non potrebbe usufruire della elaborazione corticale: la rappresentazione dello stimolo alla amigdala sarebbe di natura “essenziale”. Tale via sarebbe utile nel rispondere immediatamente a stimoli pericolosi, o meglio che in potenza potrebbero rivelarsi tali, senza essere a conoscenza di cosa si tratti. Nonostante ciò il percorso indiretto, ovvero la via alta, dovrebbe prevalere su quello diretto. Alle emozioni corrisponderebbero le relative memorie ed ad esse i relativi sistemi cerebrali. Schematicamente: ad esempio la situazione emotiva traumatica può essere contenuta ed elaborata da un lato dal sistema della amigdala; in questo “circuito” gli stimoli provocherebbero le tensioni muscolari, la variazione della pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, il rilascio degli ormoni ed altre risposte fisiologiche cerebrali, si parla di memoria emotiva. Dall’altro lato la situazione emotiva viene “elaborata” dal sistema dell’ippocampo e ciò che viene ricordato riguarda essenzialmente “con chi ero e cosa facevo”: in sostanza il fatto nudo e crudo. In questo caso invece si fa riferimento alla memoria esplicita emotiva, dichiarativa, cosciente. In eventi traumatici i due sistemi di memoria, implicita ed esplicita, funzionerebbero e lavorerebbero sinergicamente in parallelo: questi sistemi di memoria, essendo attivati dagli stessi stimoli, sembrerebbero far parte di un’unica funzione della memoria anche se creerebbero delle funzioni delle memorie indipendenti.

Le due vie sono entrambe utili nella quotidianità

Riassumendo: l’attività del sistema di memoria esplicita dipendente dall’ippocampo risulterebbe nella consapevolezza del sapere e/o delle esperienze immagazzinate (emozioni passate). L’attività invece del sistema di memoria implicita dipendente dall’amigdala risulterebbe tradursi nella espressione delle risposte emotive (di difesa specificatamente, emozioni attuali). Nella esperienza cosciente immediata infine, “risiedente” nella cosiddetta working memory, ovvero memoria di lavoro, si assisterebbe alla intersezione della memoria esplicita e della eccitazione emotiva. Più semplicemente: diveniamo anche consapevoli d’essere eccitati dal punto di vista emotivo e ciò permetterebbe di legare, fondere nella coscienza i ricordi espliciti di situazioni passate e l’eccitazione emotiva immediata: così i nuovi ricordi espliciti, formatisi inerentemente ai ricordi passati potrebbero assumere anche loro una nuance emotiva. Il tutto a sottolineare come il cervello umano non sia solo trattabile ed argomentabile attraverso le ortodosse funzioni prettamente cognitive: il cervello umano è anche cervello emotivo.

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aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Neuroscienze - (5 Comments)

come_funziona_cervello

Da diversi secoli, all’incirca tre, l’umanità e la sua storia vengono attraversate da rivoluzioni scientifiche che incidono enormemente sulla concezione che abbiamo di noi stessi, anche rispetto alla nostra collocazione e destinazione nell’Universo. La prima rivoluzione scientifica in ordine cronologico si fa risalire alla rivoluzione Copernicana, la quale sottrae alla Terra il primato di detentrice del centro del cosmo, per attribuirle quelle secondario di appendice gravitante intorno al Sole. La seconda si ravvisa nella rivoluzione Darwiniana, che spoglia l’essere umano di connotati prettamente angelici, quasi di derivazione mistica, per conferigli tratti fortemente “animaleschi” quali quelli derivanti dal primate, per l’appunto. Procedendo con lo scorrere del tempo, é la scoperta dell’Inconscio Freudiano ad essere la terza rivoluzione scientifica:  l’essenza di tale teoria si fonda sul fatto che l’essere umano sarebbe governato da forze, spinte di natura inconscia, che strutturerebbero il comportamento del soggetto: quello che è manifesto agli occhi della stessa persona è solamente la punta estrema di un iceberg, sul cui fondale giacerebbero dinamiche, forze, conflitti, meccanismi di difesa dell’Io, pulsioni atti a pre determinare la personalità ed il comportamento della persona. La quarta rivoluzione scientifica è quella di portata maggiore, e si riscontra nella comprensione dei meccanismi di funzionamento del cervello umano. Chiaramente le scoperte neuroscientifiche avranno ripercussioni anche nei settori umanistici (arte, filosofia e letteratura), colmando magari quello che P. Snow aveva definito come divario tra  queste due culture.

S. Ramachandran è il massimo esperto mondiale per quanto attiene il campo delle neuroscienze ed i relativi ultimi progressi: egli insieme ai suoi collaboratori approfondisce lo studio di alcune sindromi neurologiche (di fatto ignorate o considerate non particolarmente curiose), perchè proprio da questi studi si può pervenire ad una maggiore conoscenza dei meccanismi (per discriminazione) di funzionamento del cervello sano. Prima di descrivere alcuni aspetti interessanti di tale funzionamento, alcuni cenni di neuroanatomia.

I neuroni sono le cellule nevose costituenti e fondanti il sistema nervoso e ciascuno di essi ha con gli altri neuroni dai mille a diecimila punti di contatto, ovvero sinapsi. Sinteticamente si può asserire che il neurone è costituito da un corpo cellulare, da strutture  ramificate chiamate dendriti (strutture efferenti che permetterebbero il passaggio delle informazioni attraverso una comunicazione centripeta: dall’esterno al pirenoforo, centro del corpo cellulare) e da un assone (struttura invece afferente che consentirebbe il passaggio delle informazioni attraverso una comunicazione centrifuga: dal pirenoforo all’esterno). E’ proprio nelle sinapsi che avviene lo scambio di informazioni tra il neurone pre e quello post sinaptico, attraverso il rilascio del neurotrasmettitore che si “legherà”ai siti recettoriali corrispondenti del neurone post sinaptico: ecco che l’informazione prosegue scandita circolarmente da questi suddetti passaggi. E’ sulla base di queste conoscenze che si è arrivati a postulare che il numero di possibili combinazioni e declinazioni, permutazioni della attività cerebrale (traducibile siffatto in stati mentali) sarebbe maggiore rispetto a quello delle particelle elementari costitutive l’Universo sconosciuto.

A partire dal XXI secolo i “non addetti ai lavori” sanno sommariamente che il cervello umano è costituito da due emisferi cerebrali speculari (destro e sinistro) posti in cima ad un tronco, fusto definito come tronco cerebrale. Ciascun emisfero si suddivide in frontale (facente parte della corteccia pre e motoria), occipitale (corteccia visiva), temporale, parietale (corteccia somato sensoriale) e limbica (corteccia insulare).

Il lobo temporale è deputato alla programmazione ed esecuzione del movimento, in esso si “sostanzierebbe” il senso morale, la saggezza, l’ambizione.

Il lobo parietale è coinvolto nella rappresentazione della struttura spaziale del mondo esterno in tre dimensioni e la struttura del corpo all’interno sempre della rappresentazione tridimensionale. Egli riconoscerebbe la posizione e percezione del corpo del soggetto e la contrazione dei suoi muscoli, senza l’ausilio del senso della vista. Tale lobo favorirebbe quindi la propriocezione, nocicezione(percezione del senso del dolore, e della qualità avversiva dello stesso indipendentemente dalla tipologia ), termocezione ed il senso del tatto.

Il lobo parietale “governa” le sensazioni di tutte le parti del corpo elicitate dalla stimolazione (non si fa riferimento chiaramente ai sensi della vista, udito,gusto. Olfatto, tatto).

Il lobo occipitale presiede al senso della vista e consta di trenta aree visive (relative al colore, al movimento finito ed alla rappresentazione di numeri e lettere).

Il lobo temporale governa l’udito, le emozioni e certi aspetti della percezione visiva, l’apprendimento e la memoria. Nel Gyrus risederebbe il centro del gusto e dell’olfatto.

Il sistema limbico è strettamente connesso con quello della corteccia pre frontale; ed alla base dei circuiti limbico frontali, albergherebbe il meccanismo

della prese decisionali in base a reazioni emozionali.

Per concludere ecco di sotto riportata, una panoramica della peculiarità delle diverse funzioni dei due emisferi cerebrali:

Emisfero sinistro:

  • logica
  • lingua, parole (parlare,leggere,scrivere)
  • affronta una cosa alla volta
  • elabora informazioni in modo lineare
  • compie operazioni in modo sequenziale
  • calcolo matematico
  • dogmi e vecchie regole
  • vecchie soluzioni a nuovi problemi
  • comunicazione logica
  • mette in sequenza (linearità,lista)
  • classifica
  • ragiona
  • memoria verbale
  • dettagli
  • bianco e nero
  • metodi
  • nota le differenze
  • scompone
  • pone obiettivi
  • “si”ammala
  • tempo (prima e poi)
  • orecchio sinistro (linguaggio,particolari del discorso)
  • orecchio destro (vedere da vicino, mettere a fuoco)
  • spazio in due dimensioni

Emisfero destro:

  • istinto
  • disegno,musica,canto,arte,danza
  • integra diversi input contemporaneamente
  • percepisce e pensa in modo olistico
  • sede dei sogni
  • spirituale, sacro e mistico
  • interpreta forme e volumi
  • da nuove regole
  • nuove soluzioni a vecchi problemi
  • comunicazione gestuale ed emozionale
  • visione d’insieme, schemi
  • percezione
  • sintesi
  • memoria visiva
  • globale
  • colori
  • intuito
  • nota le somiglianze
  • ricompone
  • più sensibile alle idee
  • “può”guarire
  • focalizza sul presente (qui ed ora)
  • orecchio sinistro (musicale, discorso in generale)
  • orecchio sinistro (vedere da lontano, spaziare)
  • spazio in tre dimensioni

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mirror-neuronsNell’ articolo “I segreti della nostra mente” ho trattato di come Ramachandran abbia fatto luce su alcuni peculiari aspetti di funzionamento della mente: partendo dallo studio della sinestesia ed il meccanismo neuronale che la sottende, ovvero quello della attivazione incrociata, è arrivato ad ipotizzare la base neuronale della metafora, per sostanziare che ai soggetti dotati di particolare talento artistico, farebbe difetto “il gene della potatura”: esso, difatti, non poterebbe connessioni ridondanti per cui i soggetti sarebbero più inclini a coltivare collegamenti tra i concetti, astrazioni ed utilizzi metaforici.

E’ sempre Ramachandran che asserirebbe che “i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è per la biologia”.  La scoperta dei neuroni specchio all’ inizio degli anni novanta, orgoglio italiano di G. Rizzolatti ed equipe, si può senza ombra di dubbio annoverare quale scoperta scientifica sorprendente: una vera e propria rivoluzione scientifica. Questi neuroni mettono in evidenza il fatto che, proprio dal nostro patrimonio motorio, discenderebbe il riconoscimento degli altri, delle loro azioni ed intenzioni: sono questi stessi neuroni specchio a  permettere al nostro cervello di correlare gli atti motori osservati a quelli del proprio back ground,  attribuendogli così significato specifico. Il potere e saper cogliere nelle altre persone reazioni motorie ma persino emotive, sarebbe connessa ad un insieme di aree connotate da proprietà specchio!. I neuroni specchi spiegherebbero fisiologicamente la capacità dell’uomo di porsi in relazione con l’altro. Quando osserviamo un nostro simile compiere un’azione, si attivano nel nostro cervello i medesimi circuiti neuronali che si attiverebbero se fossimo noi in prima persona a compiere quella azione; e questo anche se immaginassimo o visualizzassimo di compierla quella azione.  I circuiti nervosi attivantesi sono quelli che “richiamerebbero”azioni simili compiute da noi nel passato. Esempio: in un ballerino di danza moderna, vedendone un altro ballare, od immaginando di farlo lui stesso, si attiverebbero i neuroni specchio; ciò non accadrebbe verosimilmente se assistesse ad un danzatore di danza contemporanea. Così come per la comprensione delle azioni motorie, anche per il riconoscimento delle emozioni altrui, i neuroni specchio giocherebbero un ruolo cruciale. Mediante studi sperimentali delle emozioni primarie, si è arrivato a postulare che, un essere umano osservante in un altro ad esempio una reazione di rabbia, attiverebbe in se lo stesso substrato neuronale collegabile alla percezione esperita personalmente della stessa tipologia di emozione. Sia i comportamenti motori, le emozioni ma anche il linguaggio, farebbero riferimento, per peculiari aspetti, ai meccanismi di “risonanza” inerenti al sistema motorio.

Un po’ di storia: i neuroni specchio sono stati scoperti dapprima nella scimmia, specificatamente nella sua corteccia premotoria. Le stesse scariche elettriche si registravano sia che la scimmia avesse compiuto un determinato atta motorio (afferrare un oggetto ad esempio) sia che avesse visto qualcun’ altra compierlo. La presenza dei neuroni specchio si ravvisò sia nei lobi frontali e pre frontali in quello parietale inferiore, ed alcuni anche nell’area di Broca. I neuroni specchio sono neuroni motori ed,a questo punto, una domanda lecita sarebbe: perchè il sistema motorio conterrebbe neuroni “rispondenti”alla visione di atti motori altrui? La risposta potrebbe risiedere nel fatto che, tali neuroni, sarebbero molto funzionali alla comprensione delle altrui azioni ed intenzioni: una sorta di anticamera alla strutturazione della empatia. Cercherò con un esempio di spiegare il meccanismo specchio:  Marco afferra una posata e, nel farlo, sa chiaramente cosa sta facendo; ed è l’attivazione di una serie di neuroni motori che preparano il gesto di “afferrare la posata” a fornire a Marco tale consapevolezza. Quando egli osserva un’altra persona compiere lo stesso atto, si attivano gli stessi neuroni di quando era egli stesso protagonista dell’atto motorio, per conferirgli una rappresentazione motoria, ovvero “atto motorio potenziale”, del gesto compiuto dall’altrui persona. Marco comprende cosa l’altro sta facendo perchè l’atto motorio potenziale osservato nell’altrui soggetto è il medesimo che si viene a generarsi volontariamente il lui quando prepara od agisce lo stesso comportamento. Ecco molto probabilmente il perchè, l’opera di G Rizzolatti e C. Sinigaglia reca il titolo “So quel che fai”. Il fatto di sapere ed essere consapevoli che l’effetto immaginato e visualizzato è al pari di quello reale, spalanca le porte a diverse tipologie di intervento anche nell’ambito psicoterapico: e se si facesse visualizzare ad esempio ad uno sportivo,con severa ansia da prestazione, la propria prestazione? Ed ad una persona traumatizzata la sensazione della propria efficacia, magari esperita già nel proprio passato? Scenari questi, aperti a molte declinazioni, le  quali possono essere funzionali, curative, terapiche per diverse tipologie di esistenze umane e le loro relative costellazioni di disturbi, sindromi, problematiche.

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De Bono nella sua trattazione fa riferimento al pensiero verticale per definire il metodo logico e ,a quello laterale , per delineare il metodo altro. Pensiero laterale ancora non solo impiegato per la soluzione di problemi, ma anche per inforcare “nuovi occhiali” con i quali guardare la realtà circostante e sé stessi, oltre che interessarsi di idee nuove di qualsiasi foggia esse siano.

La mente dell’uomo interpreta ciò che le accade secondo il criterio della probabilità ed è l’esperienza e la necessità dello hic et nunc, a determinare il maggiore o minore grado di tale probabilità.

Alla luce di quanto appena descritto, il pensiero verticale si “struttura” attraverso il criterio della massima probabilità. Un classico esempio per spiegare quanto sopra, è quello del millepiedi: esso non si “muoverebbe” più se dovesse divenire consapevole delle sue mille zampette, e per ciascuna di esse essere consapevole della meccanica del movimento che le sottende. Riassumendo: il pensiero verticale si “attiva” nella condizione in cui ci sia una direzione da imboccare, necessita di una correttezza step by step, è un processo finito e ricalca i percorsi con il più alto tasso di probabilità. Il pensiero laterale invece, si “attiva” per crearne una di direzione, non necessita della ortodossia  step by step, può esplicarsi a salti ed indaga anche vie con minor tasso di probabilità.

Per sviluppare il pensiero laterale che, di per sé non è un insight che  avviene estemporaneamente, è necessario di un ambiente che lo stimoli e di azioni che lo possano rendere effettivo. Interessante è la tecnica dei sei cappelli per pensare dello stesso E. De Bono stesso. Quest’ultima viene così chiamata perché consta della presenza di sei cappelli appunto, ognuno dei quali ha un colore ed ognuno dei quali  analizza il problema in questione, secondo la propria, e quindi diversa, prospettiva.

Si affronta il problema attraverso un cappello per volta con l’ordine che segue: blu – bianco – rosso – verde – nero – giallo.

Blu:  si analizza quale sia il problema, da cosa sia originato e perché sia così difficile da risolvere

Bianco: si enucleano i dati oggettivi del problema, non richiede interpretazioni (es.: non ho soldi per andare in vacanza, qui comparirà il costo della vacanza, eventuali promozioni etc)

Rosso: si annota come ci fa sentire il problema ed il perché. Qui si comincia a fare una distinzione tra lato soggettivo ed oggettivo del problema stesso.

Verde: si annota in che modo si possa risolvere il problema, non importa pensare se la soluzione sia più o meno fattibile

Nero: ci si concede di far emergere da dentro tutto il pessimismo, e si annota il perché il problema sembra così irrisolvibile.

Giallo: si riprendono tutte le idee scaturite dai primi cappelli e lesi supporta pensando a come una determinata soluzione potrebbe funzionare.

Blu: si scremano tra le diverse soluzioni trovate, quelle maggiormente applicabili, ed le si attua attraverso l’agire.

Ciò che si rileva da tale tecnica è che, se la mente è “costretta” a concentrarsi su di una cosa per volta, avrà prestazioni più elevate dal punto di vista qualitativo.

Il pensiero laterale è strettamente connettibile alla creatività, e questa è un terreno che sia il pensiero parallelo stesso, che l’ipnosi possono avere in comune. A tal proposito M. Erickson e Rossi insegnano, quando ad esempio consigliano di leggere un libro, partendo dall’ultimo capitolo per poi cercare di immaginare ed intuire ciò che poteva essere accaduto precedentemente. Se questo non è allenare la propria creatività!

L’ipnosi può stimolare ed implementare la creatività delle persone in quanto “pesca” e recupera nelle stesse, tra le risorse e capacità inconsce già presenti in loro.

Dal punto di vista prettamente neurochimico nello stato di trance profonda vi è la presenza massiccia di onde cerebrali Theta: queste ultime a differenza di quelle Beta (predominanti nello stato di veglia) ed Alfa (tipiche degli stati di rilassamento psico fisico e del distacco dalla realtà esterna), hanno un numero minore di cicli al secondo (5-7) e presenziano in fase di sonno REM. Tali onde cerebrali, sono inoltre collegabili alla produzione immaginativa tipica dello stato ipnagogico, dalla veglia al sonno per intenderci.

Per concludere ecco esempi di esercizi per “allenare” il pensiero laterale sui quali potersi cimentare per  la “sezione”rispettivamente del:

  • pensiero laterale realistico: una donna cammina sull’acqua, come si spiega? L’acqua in quel punto è profonda 6 metri, la donna cammina effettivamente sull’acqua, non indossa scarpe speciali.
  • Risposta:  la donna cammina su di una superficie di lago ghiacciato.
  • pensiero laterale surreale: un cavallo senza cavaliere vola sopra una terra ed atterra su di un uomo, il quale sparisce, come si spiega?
  • Risposta: trattasi di una mossa del gioco degli scacchi.

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