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L’essere padri oggi

L’essere padri oggi significa essere forti e presenti contro gli stereotipi ed i cliché che la storia racconta.

Dell’essere madre, del periodo della gravidanza, delle emozioni che si affacciano in tale periodo, per poi far capolino nella mente della donna, si è scandagliato abbastanza da sempre; così come dei suoi cambiamenti psicologici ed ormonali a cui va incontro durante e dopo questo delicato periodo, e ancor prima della fase in cui prende piede il desiderio di un figlio, della depressione post-partum e relativi vissuti contrastanti, ambivalenti per questo opprimenti.

Ma cosa si sa dei padri? Del loro mondo interiore? Delle loro emozioni e vissuti? Ben poco, in realtà.

 

Organizzazione della famiglia di ieri e di oggi

Nonostante i cambiamenti epocali che hanno attraversato la famiglia ed i suoi componenti, la figura paterna, la sua genitorialità e le relative componenti emotive è tutt’oggi non ben esplorata.

In passato esistevano le cosiddette famiglie allargate, in cui genitori, figli, cognati/e, generi, cugini, nonni, bisnonni, convivevano. Di certo i modelli educativi di allora erano ben poco improntati alla dimensione della empatia, della comprensione dei propri ed altrui vissuti, alla reciprocità, e non c’era spazio per tutto questo. Razionalità, rispetto delle norme (anche con maniere forti), cognitivismo la facevano da padrone. Ecco che allora la figura del padre era identificata ed introiettata dai figli in colui che usciva la mattina per tornare la sera dopo il lavoro, colui verso il quale bisognava avere ossequiosità e remore indipendentemente da tutto: il padre padrone non si discuteva; egli portava i soldi a casa e pensava al sostentamento delle intere famiglie per cui i suoi valori (anche opinabili), modelli educativi e modalità con cui faceva valere ciò non si potevano assolutamente mettere in discussione.

Quanto è cambiato ad oggi! Si potrebbe quasi asserire di essere dall’altro capo, dalla faccia opposta della medesima medaglia.

Si assiste sempre più – a differenza del padre padrone di allora – a figure paterne (ma anche materne) inconsistenti, evanescenti, portatrici di comunicazioni ambivalenti verso i figli (non che il passato fosse rose e fiori a confronto, anzi, il problema semmai era al contrario l’assenza in sé e per sé della comunicazione).

Oggi i genitori per converso hanno quasi timore di rimproverare i loro figli, e non di rado, laddove i confini che definiscono e sanciscono a buon ragione la diversità dei ruoli e funzioni dei membri della famiglia sono troppo permeabili (con la naturale ed insana conseguenza che non si capisce dove inizi il ruolo del genitore e dove cominci quello del figlio/a). Si strutturano dinamiche altamente disfunzionali all’interno della stessa. Vige la depersonalizzazione, chaos, anomia (assenza di rispetto di norme e regole), sovversione e ribaltamento di ciò che è per natura il rapporto genitore-figlio, e quello che implica fisiologicamente e psichicamente.

 

La figura paterna

Ecco che allora di fronte a questi cambiamenti un uomo che sta per diventare padre, o lo è da poco, possa sentire la nascita del figlio come un momento apportatore di un cambiamento radicale nella propria identità: responsabilità, paure, sensi di inadeguatezza si intrecciano e possono emergere, contemporaneamente a vissuti di gioia e totale felicità per l’evento.

Recenti studi hanno messo in luce come il neo papà non di rado si possa sentire come un estraneo, un intruso all’interno della coppia magica e simbiotica quale quella della mamma-bambino.

Avere consapevolezza di ciò e comprendere che fisiologicamente, naturalmente ed emotivamente non possa che essere così è già un primo passo per una rielaborazione costruttiva e positiva del sé paterno-genitoriale.

 

Funzione della figura paterna

Dal punto di vista psicoanalitico (ma non solo), il padre ha la funzione di “separare” questa coppia simbiotica mamma-bambino, di romperne il disincanto della magica onnipotenza e fusione caratterizzante il binomio.

Il padre facendo ciò contribuisce a frustrare il bambino-figlio, ovvero ad allontanarlo dall’investimento verso il suo oggetto di amore primario (la mamma). Questa “manovra” che teoricamente risuona come particolarmente complessa, è in realtà traducibile nella pratica della realtà con la presenza attiva del padre all’interno della coppia.

Ciò apre la porta e cementa la cosiddetta triangolazione: una dinamica in cui i tre componenti possono evolversi a livello identitario individuale ma anche come nucleo.

Sempre dal punto di vista psicoanalitico il bambino disinvestirebbe il desiderio verso il genitore del sesso opposto e si identificherebbe (introiettandone i tratti salienti) nel paterno. Ecco il superamento del complesso di Edipo e la “nascita” del Super Io, ovvero un processo che porterebbe l’identificazione secondaria con gli oggetti normativi (i genitori). Questo periodo si struttura intorno ai 6 anni di età del bambino.

La triangolazione permette che il bambino possa introiettare norme e regole ed un rapporto normato, in cui però vi deve essere spazio sia per l’empatia, il sostegno reciproco, il palesare le emozioni nonché sentirle accolte.

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SEMINARIO

Quale genitore sei? E quale figlio?

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Ballò di Mirano (Venezia), 27 febbraio 2016 – ore 09.30

Per prenotazioni ed info: 345/2378492

 

LA FAMIGLIA: STRATEGIE PER VIVERE IN ARMONIA

La famiglia è e rimarrà l’istituzione fondamentale ed essenziale per lo sviluppo psico-fisico dell’individuo: dalla nascita, fino all’età adulta, passando attraverso varie fasi dello sviluppo.

Essere genitori come essere figli del resto, è tutt’altro che semplice, e spesso, si vengono a creare, all’interno della famiglia stessa, dinamiche altamente conflittuali e comunicazioni non efficaci tra i membri della stessa; oltre che stati di malessere più o meno gravi e duraturi.

E’ fondamentale quindi, comprendere chi siamo, quali figli siamo stati e, soprattutto, da quale famiglia proveniamo; per essere genitori consapevoli e per evitare di trasmettere ai figli, nostre zone d’ombra e nuclei problematici ancora irrisolti.

Questo corso, oltre che trattare i punti di cui sopra, si propone di fornire degli strumenti e delle strategie per affrontare al meglio, situazioni più o meno problematiche sorte in seno al nucleo familiare.

Comprendere ed essere consapevoli di Chi siamo stati all’interno della nostra famiglia di origine è davvero vitale per essere altrettanto consapevoli di Quale posto occuperemo nella famiglia che andremo a creare.

Moduli e relativi contenuti
Quali tipologie di famiglie esistono

  • La tipologia di famiglia “Conservatrice”
  • La tipologia di famiglia “Moderna”
  • Altre tipologie di famiglia
  • Ed in mezzo cosa ci sta?

 

Da quale tipologia di famiglia provengo?

  • Relative conseguenze sul piano psicologico
  • Relative conseguenze sul piano relazionale
  • Che figlio sono stato? E quale genitore sarò?

 

Cenni di psicologia dello sviluppo e psicologia della personalità

  • Tappe evolutive fondamentali: dalla nascita, al bambino-figlio all’adulto-genitore

 

Quali sono le ferite narcisistiche da evitare al bambino-figlioI traumi, lutti, ferite aperte si trasmettono attraverso le generazioni

  • Come potere evitare di trasmetterle da genitore e figlio?
  • Cosa sono le “Costellazioni familiari?”

 

Strategie per vivere in armonia in famiglia

  • Strategie di ordine pedagogico
  • Strategie di ordine psicologico

 

Esempi pratici

 

Conclusione

 

Costo: Euro 50,00 – N.B.: il corso è a numero chiuso – max 15 persone

email: elena@psicologo-venezia.com

orario previsto termine seminario: 13.00

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E’ nel 1989 che l’Assemblea Generale dell’ONU approva la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia.

Da sempre la condizione dell’infanzia è stata maltrattata: ancora nel XIX secolo sia la famiglia che gli insegnanti non consideravano il bambino, e lo trattavano come un individuo privo di bisogni da rispettare.

In questi proverbi antichi popolari si rintracciava il cuore dello stile educativo che i genitori avrebbero dovuto adottare coi figli: “chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo”.

Vastissime ricerche realizzate in vari paesi per un arco temporale dal dopoguerra ai primi anni del 2000 (Gershoff ’02) avrebbero evidenziato come tale modello educativo forte avesse ripercussioni negative sul processo evolutivo degli stessi bambini.

Di seguito le ripercussioni negative più significative:

  • maggiore difficoltà di esprimere i propri vissuti interiori
  • disagi psichici
  • minori competenze cognitive
  • comportamenti aggressivi ed antisociali (se tali punizioni vengono protratte fino ai 12 anni di età)
  • non interiorizzazione delle norme morali e sociali; in assenza di genitori che puniscono il comportamento, quest’ultimo tende ad essere messo nuovamente in atto

Altri studi avrebbero evidenziato come, anche in quei paesi in cui le punizioni corporali fanno parte dei cosiddetti fattori socioculturali, tale modello educativo comporterebbe gravi destabilizzazioni per lo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino percosso.

 

Modello teorico dell’attaccamento di J. Bowlby

Tale modello (trattato anche in un altro mio articolo Come riconoscere gli stili di attaccamento del tuo bambino) spiegherebbe come, in base al modello educativo impartito dai genitori, il bambino sviluppi tipologie di attaccamento diverso: insicuro, sicuro, evitante, ambivalente e disorganizzato.

Una ricerca ha messo in luce che, proprio in base al modello teorico dell’attaccamento, i risvolti negativi nel bambino abbracciano aree diverse, se a picchiare è il padre o la madre.

Se picchiasse la madre le ripercussioni abbraccerebbero le aree relazionali e la regolazione delle emozioni. Se picchiasse il padre le conseguenze per il bambino sarebbero sul piano comportamentale; forte aggressività in ambito scolastico.

 

Modello educativo forte ed incapacità di esprimere le emozioni

Una ricerca effettuata su un vasto campione di giovani non patologici (Modestin 2005) evidenzia come un modello educativo improntato alla cognizione, e non all’empatia, caratterizzato da qualità scadente delle prime esperienze relazionali, sviluppi nel bambino un attaccamento di tipo insicuro.

Tale modello educativo verrebbe interiorizzato in maniera stabile nel bambino, così come il proprio stile di attaccamento.

E’ difficile quindi, dopo che si sia sperimentata nella prima infanzia una relazione affettiva insoddisfacente, sapersi relazionare propositivamente e positivamente verso i propri figli, una volta diventati genitori.

Per J. Bowlby si tratta di trasmissibilità intergenerazionale dell’attaccamento: quale tendenza diffusa a trasmettere automaticamente ed inconsapevolmente i modelli operativi appresi. Vi sarebbe inoltre una correlazione tra alessitimia, ovvero disturbo di ordine affettivo-cognitivo in cui vi è l’incapacità di trovare le parole per esprimere le emozioni, o nel caso più severo l’incapacità in toto di provarle, e stile educativo “forte”, che sfocerebbero nei bambini inoltre in stili di attaccamento di tipo insicuro.

E’ fondamentale quindi per un genitore raggiungere la consapevolezza del fulcro ed origine dei propri comportamenti, rivisitando ed abolendo le componenti negative del proprio comportamento.

Educare infatti deriva dal latino, ex ducere (tirar fuori). Ecco il compito primo del genitore quale educatore: far emergere le potenzialità e risorse del proprio figlio, nel pieno rispetto della sua personalità, psiche ed emotività.

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Padre-figlio: cosa e’ la sindrome di Telemaco

papaI rapporti padre-figlio sono caratterizzati da numerose sfumature, e queste parrebbero essere non solo l’esito di fattori personologici (riguardanti quindi la vulnerabilità del soggetto, le sue più peculiari caratteristiche, interessi, talenti ed inclinazioni), ma anche interpersonali, ambientali e persino genetici.

Si è sempre preso in considerazione il complesso di Edipo ed il mito di Narciso per descrivere l’essenza e la natura della relazione tra genitore e figlio. Brevemente: il complesso di Edipo trae origine dalla teoria psicoanalitica Freudiana e più in là ancora dal mito greco di Edipo, il quale a sua insaputa, per mano di circostanze drammatiche, uccide il padre Laio ed inconsapevolmente ne sposa la madre Giocasta. Metaforicamente secondo l’impostazione Freudiana, tale complesso descrive un insieme di desideri sessuali di natura ambivalente, provati dal bambino verso i genitori. Esso compare verso i tre anni di età e si conclude nel periodo di latenza, attorno ai sei anni. Verso il padre si struttura un desiderio di morte e sostituzione col genitore del sesso opposto, mentre verso la madre si sviluppa un desiderio di possesso esclusivo.

Nel mito greco di Narciso quest’ultimo è un cacciatore conosciuto per la sua notevole bellezza e per il fatto di non considerare nessuno degno di stargli al fianco. Proprio per questa essenza crudele gli viene inflitta una punizione divina che si traduce nell’innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. L’epilogo sarà alquanto tragico, in quanto una di queste pratiche del rimirarsi lo porterà a scivolare nell’acqua ed annegare ineluttabilmente.

Spiegazione dei miti in funzione del rapporto padre-figlio

Nel complesso di Edipo ciò che emerge e che può essere trasportato nella vita odierna è che la relazione padre-figlio (anche di età superiore ai 6 anni ovviamente), è caratterizzata da una natura conflittuale: il figlio si sente essere in competizione col padre con le sue caratteristiche e cerca in qualche modo di “studiarne” le falle per “scavalcarne” la figura. Il rapporto è colorato probabilmente dall’aridità della non condivisione, nel non riconoscimento della importanza della trasmissione di valori generazionali.

Anche nel mito di Narciso ciò che emerge a livello relazionale tra il genitore padre ed il figlio è un rapporto non sufficientemente buono. In questo contesto, addirittura, non comparirebbe (come in Edipo) nemmeno la dimensione della conflittualità, dello scontro. Il figlio (Narciso nel mito) si eleva al di sopra di tutto, in una sorta di autocompiacimento assoluto dove vige solo il riconoscimento di sé, e a livello di identità, e a livello di individuo.

Il complesso di Telemaco

Il complesso di Telemaco invece prende in considerazione un rapporto padre-figlio del tutto svincolato dalle caratteristiche di conflitto, alterità ed egocentrismo di cui sopra. Il figlio Telemaco (figlio di Ulisse) attende il padre al suo ritorno in patria Itaca. Non si tratta né di un archetipo (ovvero modello frutto delle dinamiche dell’inconscio) di padre padrone con cui rivaleggiare ed eventualmente soccombere, né un padre trasparente verso il quale non sussiste alcuna relazione se non quella del figlio verso sé stesso. Il figlio Telemaco “crede” (e vuole quindi rispecchiarsi) non in una figura paterna dogmatica ideale “debole” e tiepida (dal punto di vista dei valori, dell’insegnamento dei valori e dei limiti) ma in una figura del padre “giusto”, un padre che sa e che può sbagliare, forte proprio perché capace di dimostrare ed osare nella dimostrazione dei propri sentimenti così come dei propri limiti, o altresì un padre radicalmente umanizzato, incapace di sapere il senso ultimo della vita, ma capace di dimostrare attraverso la propria testimonianza di vita che un senso nella vita è possibile (M. Recalcati in “Il complesso di Telemaco”).

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psicologia famigliaPsicogenealogia  – La famiglia: nido o gabbia?

Da sempre si dibatte sui cambiamenti psico-antropologici a cui l’istituzione “famiglia” nel corso della storia è andata incontro. Già di per sé la famiglia nucleare della post modernità racchiude colori, contenuti e tendenze completamente diverse da quelle che erano presenti nella cosiddetta famiglia allargata. È ormai noto come lo sviluppo psicologico del bambino possa essere “influenzato” positivamente o negativamente e dalle variabili endogene dello stesso (quali vulnerabilità personologica, strategie di problem solving, tipologia di attaccamento alla figura genitoriale, risorse, capacità e competenze) e da quelle esogene. Per queste ultime si può fare riferimento a quello che è in primis la famiglia (prima agenzia educativa), o meglio all’ambiente, allo “humus” familiare. Ci sono numerosi approcci teorici allo studio delle dinamiche intrafamiliari e alla patologicizzazione delle stesse. Tra questi uno alquanto originale ma al contempo, a mio parere, assolutamente pertinente, è quello ravvisabile nella psicogenealogia.

A.A. Schutzenberger, in “Una malattia chiamata genitori” e nella “Sindrome degli antenati”, riprende ed approfondisce con innumerevoli esempi il concetto di cui sopra. La composizione della parola psicogenealogia fa comprendere come gli accadimenti scanditi dalla genealogia appunto (componente quest’ultima innata e strutturale “data” in dotazione a ciascun individuo) possano intersecarsi alla psiche del soggetto, favorendo o meno l’armonicità dello sviluppo stesso e la risoluzione più o meno edificante dei compiti evolutivi che lo sviluppo in sé richiede. La tesi della Schutzenberger risiede nel fatto che la nostra genealogia, ovvero i nostri genitori, nonni, bisnonni ed ancora più in là indietro nella timeline per arrivare agli avi, possono lasciarci in eredità problematiche irrisolte, una sorta di cerchi aperti di traumi non metabolizzati e quindi non digeribili, di segreti inconfessabili, che si annidano silentemente nella persona per palesarsi e manifestarsi con tutta la loro forza vitale in concomitanza magari di alcune contingenze. Tale processo è sovrapponibile per significato e rilevanza clinica a quello noto della somatizzazione.

In esso laddove la mente non può permettersi di esprimersi è il corpo che lo fa, che lo deve fare: il soma del bambino, figlio, nipote o pronipote “incarna” la voce dell’avo ferito, divenendo la parola, il portavoce del suo trauma. L’anismo è una patologia che potrebbe fornire un buon esempio di quanto appena descritto sopra. L’anismo è una anomalia contrassegnata dal fatto che l’ano, invece che rilassarsi per permettere il passaggio delle feci, fa l’opposto, si chiude difatti. Il dato clinico rilevante e significante è che tra i diversi casi di anismo, il numero di storie riguardanti l’abuso sessuale è dieci volte superiore rispetto a coloro i quali non soffrono di questa disfunzione. Si potrebbe definire l’anismo quale dissociazione somatica: parti del cervello inviano segnali opposti, uno atto al rilassamento, l’altro relativo alla contrazione dell’ano. Tale dissociazione è presente in tutta la sua enfasi anche nelle persone vittime di abusi e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci dato che la dissociazione è un meccanismo di difesa dell’Io, che permette alla persona vittimizzata di dissociarsi a livello psicologico dall’evento traumatico per non soffrire ulteriormente. Dissociazione, però, che non ha solo un’accezione negativa. Infatti può essere anche sinonimo di resilienza: terminologia mutuata dalla metallurgia che per trasposizione indica metaforicamente la capacità che la persona ha dentro sé di “non fondere ad una certa temperatura”, ovvero in altri termini di saper resistere funzionalmente anche alle difficoltà più severe. Qui sempre in merito alla strategia dissociativa la parte che osserva (che si allontana quindi dal trauma subito), prende il sopravvento su quella che è sofferente, per poter avere il controllo e successivamente sopraffare il caos. Interessante come sempre la Schutzenberger individui 3 percorsi in cui la parte sana della persona può declinarsi: mitomania, reverie e menzogna. La mitomania serve a contraffare la realtà, edulcorarla per compensare l’angoscia ed il senso di vuoto dati dal trauma; la reverie dà una forma all’ideale del sé che può divenire creatività nella declinazione positiva o miraggio, inganno in quella negativa. La menzogna infine maschera la realtà, proteggendo, a differenza del percorso della mitomania che protegge come un’immagine seducente, quale una fortezza. La somatizzazione è espressione delle emozioni (dei conflitti tra, e/o le espressione di esse) e si svela esclusivamente attraverso il corpo. Si tratta di un problema reale! Le parti coinvolte sono lo spirito ed il corpo che nello stress acuto attivano una risposta di tipo psicofisiologico mentre in quello cronico il loro rapporto dà una risposta di tipo psico-neuro-immunologica. I disturbi fittizi si strutturano nel processo immaginativo invece, e “creano” a loro volta disturbi fittizi. Per concludere i traumi mai digeriti dalla vittima si trasmetterebbero ai loro discendenti attraverso le più svariate modalità, una tra queste la sopra menzionata somatizzazione. Quando un bambino è farmaco resistente sarebbe opportuno esplorare attentamente la sua anamnesi remota familiare! Potrebbe trattarsi, alla luce di quanto descritto fino ad ora, di una non-sinergia operativa tra corpo e pensiero: se il corpo contraddice il pensiero, visto non mente mai, allora qualcosa non è stato detto, non è entrato nell’ordine delle parole.

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attaccamento-bambinoL’attaccamento

Da sempre i legami relativi all’attaccamento che si instaurano tra il bambino e gli adulti significativi (i genitori) ricoprono grande interesse psicologico. Specificatamente a questo ambito la teoria dell’attaccamento difatti incarna il punto nel quale confluiscono diverse aree della indagine e della teorizzazione psicologica, e ciò permette di fornire un utile strumento per poter “leggere” e comprendere (clinicamente) i molteplici eventi relazionali che bambini e genitori esperiscono quotidianamente.

J. Bowlby (1982) definisce l’attaccamento quale comportamento del bambino definibile in 4 sistemi di controllo: di attaccamento, di esplorazione, affiliativo e di paura-attenzione; questi possono interagire sinergicamente o in antitesi. Già dai 7 mesi di vita gli stessi comportamenti di attaccamento si strutturano in quello che è un sistema di attaccamento, il quale secondo un orientamento goal-corrected permette al bambino di coordinare l’agire dei comportamenti di attaccamento con lo scopo-meta. É sempre Bowlby a sostenere che la disposizione propensione nell’allacciare legami con altre persone sarebbe innata. É lo stesso sistema di attaccamento che scaturirebbe nel bambino la capacità dello stesso agite per raggiungere in ogni modo la vicinanza con la figura di attaccamento. Indubbiamente tale processo non può non implicare l’esplicarsi di diverse emozioni: dal benessere e sensazione di sicurezza per la vicinanza con l’adulto alla rabbia e collera per la lontananza dallo stesso. Il sistema di attaccamento e quello esplorativo (atto ad acquisire padronanza verso il mondo circostante) si alternano, così che, ad esempio, più il bambino si sente sicuro e protetto e più sarà capace di “disattivare” parzialmente il suddetto sistema di attaccamento a favore di altri sistemi funzionali dal punto di vista evolutivo. Dal punto di vista prettamente evolutivo il legame di attaccamento si sviluppa attraverso diverse fasi. La prima e la seconda che si sostanziano come preattaccamento e formazione, sono definibili come rispettivamente di orientamento e segnali senza discriminazione della persona e orientamento e segnali verso una o più persone discriminate. Tale periodo va dalla nascita ai 6-8 mesi. La terza fase inizia con la formazione vera e propria dell’attaccamento, verso i 6-8 mesi, e si definisce di mantenimento della vicinanza ad una persona discriminata mediante la locomozione e mediante segnali, fino al 2^-3^ anno di vita. Le “conquiste” psico-cognitivo-motorie di tale tappa sono ravvisabili nella costanza dell’oggetto (terminologia di derivazione piagetiana con la quale si definisce la capacità, competenza del bambino di costruire e far permanere una rappresentazione mentale degli oggetti anche se questi ultimi sono assenti), nel gattonamento, nella deambulazione e nello sviluppo del linguaggio.

L’acquisizione della costanza oggettuale da un lato e la “padronanza” di nuove capacità di organizzazione comportamento dall’altro, permettono al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento con la peculiare figura di riferimento, caregiver. Il prevedere i reciproci comportamenti e la costruzione delle aspettative verso il comportamento dell’altro partner (ove l’assenza della risposta attesa è generatrice di angoscia), sono caratteristiche importanti di questo periodo. Nella quarta fase si cominciano a strutturare la reciprocità tra adulto e bambino, grazie soprattutto alle conquiste precipue: implemento delle capacità linguistiche e del sistema della memoria, costanza nella rappresentazione mentale degli eventi (la quale consente al piccolo di considerare la figura di attaccamento come “altro-da-sè”), gli IWM ovvero i modelli operativi interni (terminologia coniata da Bretherton, 1985). Questi ultimi possono essere definiti come rappresentazioni mentali inerenti a sé stesso e dell’altro riflettenti la storia relazionale del bambino con l’adulto. Nei paragrafi successivi verrà nominata la SSP: per SSP, o meglio Strange Situation Procedure, si intende una procedura standardizzata elaborata da M. Ainsworth, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Essa è utile per comprendere le tipologie di attaccamento del bambino verso i genitori. Durante la procedura, svolta in ambiente sconosciuto per il bambino, vengono attivati pattern comportamentali introducendo situazioni di stress crescente (quale l’introduzione nel setting di una persona estranea). La SSP comprende 8 episodi e 2 di separazione, ricongiungimento col genitore.

L’attaccamento, o meglio la valutazione dello stesso, consta di 5 categorie. Qui di seguito sono riportate le caratteristiche di ciascuna categoria.

ATTACCAMENTO SICURO (B): il bambino palesa un desiderio di vicinanza, di interazione, di contatto fisico verso la figura di attaccamento. Solitamente l’esplorazione verso l’ambiente circostante è buono ma tende comunque a ricercare attivamente la partecipazione dell’adulto. Durante la separazione, così come nel ricongiungimento, i segnali manifestati dal bambino sono contingenti alla situazione e non inerenti al fatto che il bambino è stato lasciato solo. L’esplorazione dell’ambiente, così come l’attaccamento verso i genitori, si intersecano bilanciandosi. Gli ingredienti sono: dipendenza, autonomia ed indipendenza.

ATTACCAMENTO INSICURO EVITANTE (A): il bambino dimostra un notevole “evitamento” verso il genitore nella SSP (Strange Situation procedure), è maggiormente concentrato sulla esplorazione esterna che sulle figure di attaccamento; lo stesso accade negli episodi di riunione con gli stessi. La tendenza sembrerebbe quella di minimizzare le proprie reazioni affettive specialmente dopo le separazioni. Qui il bilanciamento tra esplorazione ambientale ed attaccamento genitoriale è a favore della prima. Lo stile relazionale è quello di autonomia ed indipendenza con la de-enfatizzazione dei propri bisogni psicologici di conforto, protezione, cure.

ATTACCAMENTO INSICURO AMBIVALENTE (C): nella SSP i bambini palesano un forte attaccamento verso il genitore. Il bilanciamento tra esplorazione ed attaccamento è disequilibrato ed è a favore della seconda questa volta. Ciononostante il genitore qui non rappresenta una base sicura sulla quale approdare: difatti se questi bambini sono spaventati od a disagio non sembrerebbero trovare conforto e consolazione con la loro presenza. Apparirebbe quindi esiguo il sentimento interno di poter avere a disposizione una figura stabile sulla quale poter contare.

ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO/DISORIENTATO (D): tali bambini sembrano simili ai bambini caratterizzati dalle altre tipologie di attaccamento, tuttavia in alcuni momenti sembrano non possedere una strategia coerente nella relazione genitoriale. I comportamenti si farebbero risalire più ad un tratto della relazione che ad una caratteristica personologica del bambino: si manifesterebbero difatti solamente nella SSP durante la separazione e riunione ai genitori.

ATTACCAMENTO EVITANTE/AMBIVALENTE (A/C): è Crittenden nel 1988 a descrivere per la prima volta questa tipologia. Questo attaccamento si struttura quindi nel palesare comportamenti opposti e sarebbe considerato quale esito di una strategia organizzata, in quanto si percepisce il genitore come minaccioso e/o pericoloso.

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