invecchiamento

Al concetto di invecchiamento normale (inteso come una serie di cambiamenti specifici del progredire della età e non accompagnato da particolari problemi legati all’autonomia personale) può affiancarsi un’altra tipologia di vecchiaia riguardante alterazioni significative dello status bio-psicologico del soggetto anziano. Tali patologie possono evolversi secondo un esito cronico da un lato e,acuto dall’altro. E’ in questa ultima categoria che risiedono le demenze, le quali, sono associate a deficit di natura psicologica.

Rassegna delle principali alterazioni delle funzioni cognitive in stati patologici

Dal punto di vista epidemiologico, la demenza è in aumento e ciò è dovuto al fatto che gli anziani vivono più a lungo e quindi diviene maggiore la probabilità che essi possano sviluppare tali patologie, dato che l’incidenza di queste ultime aumenta proprio con l’avanzare della età. La demenza può essere distinta in corticale e sottocorticale (Amoretti,1999). La prima corrisponde ad un deterioramento, ad una disintegrazione di carattere cognitivo la quale a sua volta è caratterizzata da deficit nella comprensione ed articolazione del linguaggio (quali l’afasia); da amnesia ed agnosia (intesa come perdita della capacità di riconoscere oggetti percepibili con la vista, il tatto o l’udito). Tali aspetti sono specifici della demenza di Alzheimer, del morbo di Pick e della demenza di Creutzfeldt-Jakob. La seconda tipologia di demenza è contrassegnata dall’alterazione a carico degli aspetti emotivi; della personalità e delle funzioni motorie; dal rallentamento dell’aspetto ideativo e progettuale e dalla deficitaria capacità di impiegare il proprio background di esperienze per risolvere o convivere con determinate situazioni.

Da un punto di vista prettamente clinico invece,le demenze vengono contraddistinte dai criteri diagnostici del Dsm, il quale le suddivide specificatamente in demenze degenerative, vascolari, infettive e metaboliche.

Demenze degenerative

In queste l’esordio è aggressivo ma l’evoluzione è fondamentalmente lenta, e comprende deficit del linguaggio e della memoria. Nell’Alzheimer ad esempio, man mano che la malattia avanza, si assiste ad una disintegrazione globale a carico delle funzioni cognitive: l’anomia (introdotto, come termine, per la prima volta da Durkheim per indicare la presenza di uno stato di “mancanza di norme”; la cui etimologia deriva da a-nomos, ovvero senza legge) si tramuta e si aggrava fino a sfociare in forme di afasia combinate (consistenti nell’afasia di Broca quale deficit di produzione del linguaggio; alla afasia di conduzione relativa al deficit di ripetizione ed alla afasia

di Wernicke inerente al deficit di comprensione) e riguardanti la comprensione e l’espressione. Tali quadri possono essere accompagnati da disturbi legati alla sfera affettiva, quali: i disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore (depressione). Possono essere presenti inoltre nel soggetto anche certe dosi di aggressività e allucinazioni. Amoretti (1999) spiega come, all’interno dei numerosi studi condotti rispetto a quseta tipologia di demenza, sembrino emergere due marker neuro patologici: i grovigli neuro fibrillari e le placche senili.

I grovigli neuro fibrillari: quali strutture di natura intra citoplasmatica (all’interno del citoplasma della cellula) contenenti proteine anomale.

Le placche senili: costituite da neuriti (componenti del neurone) distrofici correlati ad un nucleo centrale di contenuto amiloide, depositato all’interno delle pareti dei vasi sanguigni del sistema nervoso centrale. Il disfacimento neuronale è a carico soprattutto dell’amigdala e dell’ippocampo e della corteccia. Appare inoltre danneggiato il sistema modulatore diffuso che utilizza l’acetilcolina (Ach) come neurotrasmettitore.

Demenze vascolari

Tali demenze vengono definite secondarie, ed hanno un’incidenza maggiore. La somma delle diverse lesioni cortico e sottocorticali, causano danni estesi ai vasi sanguigni o anche periodi abbastanza lunghi di insufficienza vascuolo-cerbrale diffusa: queste lesioni sono responsabili dei deficit cognitivi. LA demenza vascolare è correlata inoltre a segnali di tipo neuroradiologico. Quella maggiormente diffusa è quella multi infartuale, ed è responsabile e protagonista di una serie di piccoli infarti cerebrali di tipo cortico e sottocorticale. Il quadro generale della malattia è designato da: deficit cognitivi ed in particolari da disturbi della funzione esecutiva;della memoria; della difficoltà di ragionamento; di astrazione dei significati e di pianificazione di una determinata azione in relazione ad uno scopo specifico. Questi disturbi cognitivi coesistono con mutazioni a carico del tono dell’umore e del carattere. Le demenze cortico multi infartuali presentano afasia, aprassia, agnosia, disturbi neuro comportamentali ed emiplagia (paresi che colpisce solo una metà del corpo). Quelle sottocorticali sono caratterizzate da patologie ai vasi sanguigni penetranti, come ad esempio lo stato lacunare (lesioni al talamo ed la tronco encefalico) e la malattia di Biswanger (causata dalla ipertensione che a sua volta altera i vasi sanguigni piccoli con significativi deficit motori).

Demenze infettive e metaboliche

Tra le demenze infettive, quella più conosciuta è la demenza di Creutfeldt-Jakob,

la quale è rara, ed esordisce intorno alla sesta-settima decade di vita. Si manifesta attraverso astenia; difficoltà di concentrazione; depressione ed in un secondo tempo deficit cognitivi. LA fase terminale è caratterizzata dallo stato vegetativo: il cinquanta per cento dei malati muore entro sei mesi dall’esordio della malattia. A livello eziologico la causa sembrerebbe essere la presenza di un virus lento all’interno dell’organismo e refrattario ai classici metodi di disinfezione. Altre demenze di natura infettiva sono: il complesso Aids demenza ( quale complesso direttamente collegato alla infezione da Hiv); la demenza da abuso di alcool; la demenza associata a disturbi metabolici della tiroide e alla carenza della vitamina B 12; le demenze associate alla neurosifilide e quella su base tossica.

Per concludere, di sotto vengono riportati i sintomi cognitivi e non cognitivi della demenza. In questa, alla luce delle diverse tipologie sopra descritte, possono essere presenti una vasta variabilità di quadri clinici (all’interno anche della stessa eziologia). Indipendentemente dalla tipologia della demenza però, in tutti i pazienti, però,, coesistono per l’appunto sintomi cognitivi e non cognitivi.

Sintomi cognitivi:

deficit mnesici

disorientamento temporo spaziale

aprassia

afasia

deficit del ragionamento astratto, di logica e giudizio

acalculia (difficoltà e/o deficit nelle operazioni matematiche quali ad esempio il contare)

agnosia

deficit visuospaziali

Sintomi non cognitivi:

psicosi (deliri paranoidei, allucinazioni)

alterazioni del tono dell’umore (depressione, euforia, labilità emotiva)

ansia

sintomi negativi (alterazioni del ritmo sonno veglia, dell’appetito, del comportamento sessuale)

disturbi dell’attività psicomotoria (vagabondaggio, affacendamento afinalistico)

agitazione (aggressività verbale o fisica, vocalizzazione persistente)

alterazioni della personalità ( indifferenza, apatia, disinibizione, irritabilità).

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concept of aging and skin care

concept of aging and skin careDemenza degenerativa di Alzheimer: tipologia di invecchiamento patologico

La demenza degenerativa di Alzheimer ha una durata media di 10-12 anni. Il quadro clinico subisce, col trascorrere del tempo, variazioni molto significative inerenti alle modificazioni delle prestazioni cognitive, funzionali,comportamentali, neurologiche e somatiche. Ogni paziente presenta una certa variabilità  della malattia: quindi la ripartizione della demenza nei diversi stadi clinici non dovrebbe  essere assunta come modello stereotipato della evoluzione clinica della malattia stessa. I primi campanelli di allarme consistono nella iniziale ma lieve perdita di memoria, la quale progredisce gradualmente ma inesorabilmente.

Nella fase iniziale il paziente non ricorda gli eventi recenti e tende a perdersi in quelli nuovi; inoltre il soggetto diviene ripetitivo e disorientato a livello temporale. Quando la malattia progredisce, anche la memoria remota diviene parzialmente deficitaria e l’incapacità di riconoscere i propri familiari diviene una condizione sine qua non abbinata alla prima. Emergono,inoltre, alterazioni funzionali di ordine superiore quali: la riduzione drastica della capacità di ragionamento logico e della capacità di concettualizzare da un lato; e l’impoverimento significativo del pensiero astratto dall’altro. A questo quadro clinico si aggiunge un mutamento della personalità e la presenza di una certa labilità emotiva. E’ da sottolineare come,a differenza dei soggetti,emerga apatia, impulsività, violenza o addirittura l’accentuazione esagerata di caratteri pre morbosi della personalità quali la paranoia, l’aggressività, gli atteggiamenti ossessivi o compulsivi od entrambi. Talvolta, in alcuni soggetti, si manifesta anche l’afasia (inerente alla capacità, competenza di padroneggiare il linguaggio) isolata o accompagnata a deficit di natura visuo spaziale. L’aprassia si manifesta abbastanza velocemente e riguarda le difficoltà di usare particolari strumenti e nel vestirsi. La fase intermedia della demenza è caratterizzata dalla incapacità di apprendere informazioni nuove e dalla incapacità di orientarsi correttamente in ambienti a lui familiari. La memoria remota non è persa irreversibilmente ma è altamente deficitaria. Il soggetto è a rischio cadute ed il suo comportamento diviene maggiormente compromesso.

Ciò che emerge è il totale disorientamento temporospaziale. Generalmente però il soggetto è ancora in rado di deambulare in maniera autonoma. La fase avanzata della malattia è determinata da un quadro clinico molto severo, infatti il paziente è incapace di espletare qualsiasi attività routinaria e compare l’incontinenza. Anche la memoria a breve termine ed a lungo termine sono completamente compromesse, ed il soggetto può diventare acinetico e mutalcico. Inoltre compare disfagia (intesa come difficoltà nella deglutizione a causa dei processi infiammatori della faringe o per lesioni a carico dell’esofago) e può servire l’alimentazione artificiale. In questa delicata fase aumenta il rischio di numerose complicazioni come ad esempio: le malattie infettive, le pieghe da decubito, le fratture, la malnutrizione e disidratazione. Nella fase terminale della malatia emergono complicazioni a livello broncopolmonari.

Modificazioni neurotrasmettitoriali cerebrali nella AD

Prima di prendere in considerazione le mutazioni a carico dei neurotrasmettitori cerebrali, è opportuno sottolineare come nella AD siano correlate due ipotesi di sviluppo. La prima riguarda lo sviluppo istopatologico classico, il quale a sua volta prende in considerazione l’esistenza di un a patologia primitivamente neuronale: vi sarebbe, difatti, una ridotta disponibilità dell’enzima della acetilcolina (Ach), quale importantissimo neurotrasmettitore cerebrale.  La seconda ipotesi, invece, consiste in ricerche neurochimiche, le quali spiegano come il processo della malattia abbia un esordio sottocorticale ad a carico del nucleo del diencefalo e di alcuni neuromi del locus coeruleus, il cui sistema è quello noradrenergico.

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invecchiamento-psicologiaIl concetto di invecchiamento è complesso ed incarna svariati significati secondo il “focus prospettico” che lo definisce.

Da un punto di vista biologico l’invecchiamento corrisponde a particolari processi cumulativi ed involutivi dell’organismo che sottostanno all’inesorabile trascorrere del tempo e sono imprescindibili dalla appartenenza dei diversi membri ad una specie. Da un punto di vista psicologico l’invecchiamento viene inteso quale l’unione delle modificazioni psicologiche per l’appunto che accomunano gli individui dopo il periodo della maturità.

In relazione col concetto di invecchiamento, pertinente è sottolineare anche quello di longevità, inteso chiaramente come la durata della vita di un organismo di molto superiore alla media. Il significato di longevità può racchiudere due prospettive: una intesa come normale modificazione-degenerazione dei ritmi dell’organismo ed apparati ed organi ad esso connessi, l’altra intesa quale alterazione disfunzionale di questi ultimi così da strutturarsi una condizione patologica. La vecchiaia allora, è intesa quale ultimo periodo della vita racchiudente sia modificazioni di natura sociale inerenti al singolo, che antropologiche, culturali, sia economiche che di entità bio-fisiologica.

Secondo la ben nota teoria degli stadi di sviluppo di E. Erickson, l’esistenza umana è caratterizzata da diversi stadi per l’appunto, ognuno dei quali prevede un determinato compito di sviluppo e le loro relative crisi psicosociali, la cui non “risoluzione” non permetterebbe armonicamente il passaggio al successivo stadio. Tale teoria definita epigenetica prevede quindi che per ogni stadio vi sia una dimensione dicotomica rappresentata dalla presenza di due poli antitetici, sia una crisi psicosociale da affrontare pienamente e a cui porre rimedio nel modo più funzionale possibile.

Sinteticamente:

I stadio) orale-sensorio tipico dell’infanzia. Qui il compito evolutivo richiede il superamento del conflitto relativo alla fiducia di base vs sfiducia. Nel bambino il senso di fiducia è fondamentale per lo sviluppo corretto della identità. Tale senso di fiducia viene manifestato ad esempio attraverso la profondità del sonno, la rilassatezza degli intestini e la facilità con cui si nutre. Le cure materne primarie messe in atto, come direbbe D. Winnicott (grande pedagogista dell’800), in maniera sufficientemente buona, aiutano a superare il conflitto di cui addietro.

Così a seguire il II stadio muscolare-anale: tipico della fase anale (in senso Freudiano quindi psicoanalitico) (3-6 anni), il cui conflitto riguarda la vergogna, dubbio vs autonomia.

A seguire il III stadio locomotorio-genitale: tipico della fase genitale, il cui conflitto riguarda lo spirito di iniziativa vs senso di colpa. Il IV stadio, latenza, il cui conflitto si dipana tra industriosità vs senso di inferiorità, il V stadio pubertà ed adolescenza, caratterizzato dal raggiungimento della identità vs dispersione, il VI stadio gioventù, nel quale vi è la presenza del senso di intimità vs quello di isolamento, il VII età adulta, in cui capeggia la generatività vs stagnazione, l’VIII Stadio maturità in cui l’individuo è alle prese nella risoluzione del conflitto tra integrità dell’Io vs disperazione. Questa è la fase tipica del soggetto che invecchia, dove per integrità dell’Io si possono intendere quegli accadimenti che implicano la partecipazione emotiva e la consapevole accettazione che il tempo è fugace, troppo breve per ricominciare una nuova vita. Erickson sostiene che la personalità di un soggetto si evolve per tappe pre-determinate in base a: disposizione del soggetto a farsi guidare verso una socialità ampia e la consapevolezza di possedere tale disposizione. Di seguito la tabella esemplificativa di tale teoria epigenetica.

Non è affatto semplice definire un esaustivo criterio cronologico atto ad individuare l’inizio della vecchiaia. Solitamente ad oggi vengono presi in considerazione due range di età sulla base di indici sociali, biologici e psicologici: la terza età, “young old”, tra i 65 e i 75 anni; la quarta età, “old old”, dopo i 75 anni. All’interno di quest’ultimo è possibile individuare un sottoinsieme caratterizzato da 90enni e centenari. Concludendo: il processo dell’invecchiare riguarda sostanzialmente fattori di diversa natura quale quella cognitiva (apprendimento, memoria, linguaggio, reminiscenza, attenzione, inibizione, sensazione), affettiva, emozionale e motivazionale. Con invecchiamento primario si intende un processo “normale”, intrinseco della popolazione, ineluttabile per gli effetti bio-psicologici che comporta e non contraddistinto da alterazioni a carico della personalità. Secondario, in cui l’avanzamento di un processo patologico acuisce quello primario in maggiore o minor misura, secondo la presenza o meno di malattie croniche.

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invecchiamento fisico emozionaleLe emozioni sono definibili come stati psicologici complessi comprensivi di: uno stato  affettivo di attrazione o repulsione verso un evento, persona, oggetti; una attivazione fisiologica del soggetto nella direzione ad esempio della attivazione  del sistema nervoso simpatico (accelerazione del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, dilatazione delle pupille, aumento della salivazione); una elaborazione cognitiva dello stimolo che ha determinato quella peculiare emozione (riconoscimento) ed una disposizione alla azione traducibile in comportamento motorio, o chiarificazione di una intenzione o comunicazione non verbale come un’espressione facciale. L’ordine con cui compaiono tali componenti dello stato emotivo non è predeterminato. Un esempio per chiarire quanto scritto sinora: se dobbiamo incontrare una persona che ci piace e man mano che ci viene incontro la riconosciamo sempre più nitidamente siamo consapevoli generalmente di provare felicità (elaborazione cognitiva), e desideriamo congiungerci a lei quanto prima (stato affettivo). Nel frattempo ci accadono dei cambiamenti nel nostro organismo come il cuore che batte più forte e magari un arrossamento al viso (attivazione fisiologica), e mentre ci avviciniamo a lei ci spunta sul volto un grande sorriso (disposizione all’azione). A livello sociale non tutte le emozioni sono condivisibili; in realtà però il potere e sapere rievocarle con qualcuno permette la rielaborazione delle stesse sul piano affettivo e cognitivo, comportando un indubbio benessere psicologico.

Riassumendo, le componenti delle emozioni sono: il contenuto affettivo, l’attivazione fisiologica, la valutazione cognitiva, la disposizione all’azione e le regole sociali. In ognuna di queste componenti si assiste ad un cambiamento nel passaggio dalla fase adulta a quella della vecchiaia. Per quanto riguarda il contenuto affettivo questo è soggetto, secondo il modello di E. Erickson, alla polarità tra integrità dell’Io e dispersione. L’anziano ha la possibilità di avere risorse interne per mantenere una buona immagine di sé ed un legame con l’ambiente fisico e sociale circostante, dall’altro lato egli può esperire la perdita di controllo e sul proprio organismo e sul proprio ambiente. Ecco che allora affiorano emozioni dal contenuto “grigio”, altamente negativo, non di rado nefasto. Anche i cambiamenti del sistema nervoso centrale possono influire negativamente sui contenuti emotivi quale effetto, ad esempio, di calo della capacità di controllo dei desideri e del tono dell’umore. Con l’invecchiamento inoltre aumenta l’incidenza dell’insorgere delle patologie cerebrali e quindi di conseguenza quello dei disturbi emozionali.

Attivazione fisiologica. I cambiamenti relati al sistema endocrino (SNA) quali il rallentamento dei processi dello stesso, procurano una reazione fisiologica più “tiepida”, con uno start ritardato, più lento, e ciò influisce sia sulla sensazione del soggetto di percepire l’attivazione emozionale, sia sulla capacità di esprimere tale emozione. Tuttavia tali modifiche non inquinano né l’intensità né la qualità della emozione stessa.

Valutazione cognitiva. I cambiamenti a livello del sistema nervoso centrale possono influire su una adeguata valutazione cognitiva delle emozioni e tale valutazione sarebbe a carico principalmente e dei processi percettivi e di quelli mnemonici. Per quanto attiene all’aspetto percettivo, il leggero ritardo verso lo stimolo che fa scaturire l’emozione comporta un suo non corretto etichettamento (non causando però deficit nella identificazione della qualità ed intensità emozionale). Per quanto riguarda invece l’aspetto mnemonico deficit a questo livello possono comportare difficoltà nella valutazione di pregressi eventi emozionali relati anche ai valori sociali di riferimento.

Disposizione all’azione. Specificatamente riguardo all’aspetto della componente espressiva delle emozioni, le modificazioni del SNC potrebbero comportare modificazioni a loro volta a carico della capacità di manifestare le emozioni, e della intensità della espressione delle stesse. Rispetto all’aspetto invece delle intenzioni comportamentali l’anziano ha solitamente un ridotto range di opzioni, e per scarsità di risorse o per la valutazione della inutilità dell’azione od ancora per non contravvenire al conformismo sociale. Di per sé la rinuncia ad agire comporta vissuti emozionali negativi.

Regole sociali. Vi sono molti stereotipi legati al dispiegarsi della quotidianità di vita dell’anziano, e questi stessi in una sorta di circolo vizioso, in una sorta di profezia che si autoavvera, fanno vivere all’anziano ciò che ci si aspetta da lui: tristezza, nostalgia, pochezza di risorse, senso di disperazione e disintegrazione.

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Invecchiamento patologico

invecchiamento-precoce

invecchiamento-precoce

Modificazioni bio-chimiche nel processo fisiologico di invecchiamento

Quando si parla di invecchiamento si pensa che anche le unità fondamentali e fondanti il sistema nervoso, ovvero le cellule neuronali, i neuroni, possano invecchiare: ma non è così. A differenza di tutte le altre tipologie di cellule dell’organismo che sono ineluttabilmente bersaglio di senescenza, quelle neuronali non andrebbero incontro a tale processo, anzi. Le altre cellule dell’organismo replicandosi farebbero scorta di danni al DNA per poi concludere il tutto verso il suicidio della cellula stessa. Le cellule neuronali, o meglio le connessioni a livello sinaptico delle stesse con altre, aumenterebbero grazie al processo dell’apprendimento che, ovviamente, col progredire dell’età dovrebbe intensificarsi e “contenere” una vasta eterogeneità di contenuti, saperi. Esisterebbero ad esempio delle cellule staminali che riprodurrebbero anche in età avanzata (80 anni) i neuroni perduti. La riflessione a questo punto porta naturalmente al comprendere come cervello e corpo non seguono percorsi intersecanti durante il processo di invecchiamento del soggetto. Dall’altro lato però ci sono fattori ambientali, molecolari, biologici, che possono arrecare danni notevoli ai neuroni. Sommariamente però i principali cambiamenti a carico del sistema nervoso centrale possono essere così riassunti:

  • presenza di “placche” senili quali alterazioni strutturali ritenute tali perché presenti in età avanzata
  • aumento delle cellule gliali che si sostituiscono a quelle neuronali
  • irrigidimento delle pareti dei vasi sanguigni
  • diminuzione progressiva per quanto riguarda la produzione di determinati neurotrasmettitori e dei relati recettori quali: dopamina, acetilcolina, serotonina, norepinefrina
  • modesta diminuzione della massa cerebrale già verso i 60 anni maggiormente nei lobi frontali (fondamentali per le funzioni cognitive superiori) e l’ippocampo (facente parte del sistema limbico ed importantissimo per l’immagazzinamento di nuove informazioni)

Numerosi studi hanno dimostrato come il praticare moto incrementerebbe nel cervello il livello di Bdnf, una proteina atta a contribuire alla creazione di nuovi neuroni. Anche una ricca ed equilibrata dieta a base di Omega-3 favorirebbe indubbiamente, insieme agli antiossidanti, un’azione protettiva dai radicali liberi.

Allenare la mente in età avanzata, quindi, si può e si deve! Scopri come