SEMINARIO

COSA E’ L’IPNOSI?

A COSA SERVE?

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Ballò di Mirano (Venezia)

Sabato 1 ottobre 2016 – ore 9.30

Per prenotazioni ed info: 345/2378492

 

MODULI E RELATIVI CONTENUTI

Ipnosi clinica

Ipnosi nella patologia/clinica

– Accesso alle risorse personali – Disturbi psicosomatici
– Dialogo con la mente inconscia – Disturbi d’ansia
– De-potenziamento dei vecchi schemi mentali – Disturbi del tono dell’umore (depressioni)

Ipnosi nella quotidianità

– Disturbi alimentari
– Ambito lavorativo (miglioramento performance) – Disturbi del sonno
– Ambito scolastico (concentrazione – memoria – creatività – motivazione) Disfunzioni sessuali
– Ambito sportivo Dipendenze (affettive – alcool – fumo – gioco d’azzardo)
– Ambito affettivo-relazionale

 Autoipnosi

– Ambito personale (gestione emozioni negative – stress – elaborazione lutti – consapevolezza

Dimostrazione di trance ipnotica individuale e/o di gruppo

– Ambito alleviamento dolore (acuto – cronico)

Conclusioni

– Ambito pediatrico

Costo: Euro 60,00 – N.B.:  il corso è a numero chiuso – max 15 persone

Email: elena@psicologo-venezia.com

Durata prevista del seminario: 3 h. circa

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PaperinoPaperoneNegli anni ’80 comincia l’interessamento e quindi l’approfondimento da parte degli studiosi della comunità scientifica delle diverse tipologie di soprusi e vessazioni psicologiche sui posti di lavoro.

Fondamentalmente si possono distinguere quattro tipologie, quattro diversi comportamenti e modalità d’azione.

Tipologie vessatorie:

  • Mobbing: con questo termine si descrive un comportamento altamente aggressivo, sia fisico che verbale, persecutorio e sistematico nonché prolungato nel tempo, il cui preciso scopo consiste nel togliere alla vittima designata qualsiasi punto di riferimento (nel lavoro), destabilizzandola totalmente.

L’etimologia deriva dall’inglese to mob = assalire, molestare.

  • Bossing: con questo termine viene indicato un comportamento traducibile più chiaramente nel terrorismo psicologico, messo in atto dalla dirigenza con lo specifico obiettivo di allontanare la vittima designata dal proprio posto di lavoro. Il fenomeno del “bossing” è considerato una variante di quello del mobbing.

Il rimando alla etimologia inglese della parola boss, è nota.

  • Stalking: lo stalking sul posto di lavoro indica l’esplicitarsi di un interesse morboso di un molestatore (mobber) verso la vittima identificata attraverso la ripetizione di comportamenti aggressivi e vessatori.

L’etimologia deriva dall’inglese to stalk, ovvero “camminare con circospezione”, può indicare anche il “cacciatore in agguato”.

  • Straining: solo di recente si è arrivati ad identificare questo quarto tipo di comportamento. Esso si diversifica dal mobbing per la modalità con cui l’azione vessatoria viene messa in atto. Qui manca il carattere di continuità delle azioni moleste. Esempi tipici sono: la dequalificazione, il demansionamento, l’isolamento e la privazione degli strumenti di lavoro. In tutti questi casi però, per poter parlare di straining è sufficiente che sia o sia stata presente un’unica ed isolata azione (a differenza del mobbing).

L’etimologia deriva dall’inglese to strain, che si trauce letteralmente in “mettere sotto pressione”.

 

Dottor Harald Ege

La terminologia di straining viene utilizzata per prima dal dott. H. Ege per identificare quei conflitti organizzativi che, pur non facendo parte della definizione ortodossa di mobbing, arrecano stress ed incidono nocivamente sulla salute psichica e fisica di colui che li subisce.

 

Criteri per identificare lo straining

Parametri                                                      Requisiti

1 ambiente lavorativo                                        il conflitto deve svolgersi sul lavoro

2 frequenza                                                      le conseguenze devono essere costanti

3 durata                                                           il conflitto deve essere in corso da almeno 6 mesi

4 tipologia di azioni                                           la vittima è in posizione costante di inferiorità

5 dislivello tra i protagonisti                         le azioni subite devono appartenere ad almeno una delle seguenti categorie di Ege: attacchi ai contatti umani, isolamento sistematico, demansionamento o privazione di qualsiasi incarico, attacchi contro la reputazione della persona, violenza o minacce di violenza, sia fisica che sessuale

6 andamento secondo fasi successive              la vicenda ha raggiunto almeno la seconda fase (conseguenza percepita come permanente) del modello di Ege

7 intento persecutorio                                       deve essere scopo politico o obiettivo discriminatorio

 

Identikit dello “strainizzato”

Il profilo personologico della vittima di straining del dott. H. Ege (2005) avrebbe indicativamente alcune delle caratteristiche di seguito riportate:

  • Non avrebbe certezze o rivendicazioni al di fuori delle esigenze materiali basilari
  • Avrebbe un’insicurezza dell’”esistere” come individuo che lo esporrebbe al rischio della solitudine
  • Non avrebbe legami affettivi significativi, soprattutto familiari
  • Non avrebbe ambizioni e volontà di incidere sul processo di trasformazione della realtà circostante
  • Sarebbe caratterizzato dal legame con la sua necessità di percepire il salario
  • Sarebbe nevrotico, fatalista, attendista, privo di spirito di intraprendenza, scoraggiato ma non per questo dotato di rivendicazioni idealiste

 

Volutamente il soggetto manifesta la sua protesta in concomitanza con l’inizio dell’attività vessatoria, per poi scemare e farsi strada in lui un disimpegno con allontanamento dal posto di lavoro. Di pari passo si sviluppano in lui frustrazioni esistenziali e disadattamento sia familiare che sociale con espressioni depressive ed espressioni inadeguate d’azione.

Molto resta da fare per intervenire efficacemente in queste dinamiche, per ridurle sistematicamente, evitando il rischio che queste possano diventare parte integrante e funzionale alla stessa azienda, per esempio, per “fare fuori” il più debole all’interno di un clima di super competitività che relega la esigenza ed il sentire dell’individuo in fondo.

Iniziative e corsi di formazione, strutturati per aiutare le persone a divenire consapevoli delle proprie attitudini, proiezioni, personalità nonché tipologia di investimento affettivo e simbolico sul proprio (posto di) lavoro, sembrerebbero davvero fondamentali e fondanti per l’equilibrio e la salute psicofisica del lavoratore stesso.

 

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Architettura e Psiche

ottobre 14th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (0 Comments)

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Perché ci capita di prediligere paesaggi naturali, aperti, incontaminati?

Questa preferenza si chiama biofilia e la spiegazione potrebbe risalire addirittura alle radici della storia della nostra evoluzione.

Biofilia (termine coniato da Wilson ’87) quindi è un termine che riecheggia e richiama il nostro passato, i nostri avi, che vivevano ed interagivano in un ambiente totalmente naturale o adattato appena sufficientemente ai fini della sopravvivenza.

L’evoluzione della intelligenza umana ha successivamente messo sotto sopra questa dinamica ed ha visto progressivamente l’uomo adattare a sé l’ambiente e non viceversa.

10.000 anni or sono avviene la civilizzazione ad opera della rivoluzione agraria che a sua volta dà inizio alla Rivoluzione Urbana.

In questi ultimi 10.000 anni non ci sarebbero tracce che il cervello umano si sia modificato; per cui le persone vivrebbero anche nelle grandi metropoli con un cervello però ancora sintonizzato sugli ambienti naturali.

Prove dirette?

L’importanza delle piante da appartamento, del verde intenso delle foglie e del colore appariscente dei fiori, quasi fosse una trasposizione di un paesaggio in versione micro, incontaminato.

Le colonne utilizzate in architettura, surrogati di tronchi d’albero o steli ed i cui capitelli invece surrogati di foglie e fogliame.

Opere architettoniche e rapporti tra le persone

L’architettura e sua progettazione può sicuramente influenzare i rapporti tra le persone. La cosiddetta “sick building syndrome” ovvero sindrome da edificio malato, ne è un esempio lampante. Se l’edificio strutturato per determinati compiti lavorativi ed i relativi lavoratori, non è adeguato, in termini di illuminazione, spazio e colore ad esempio, possono insorgere nel soggetto malesseri fino a veri e proprie strutturazioni di sindromi (più o meno gravi), le quali a loro volta limitano la produttività ed il senso di autoefficacia del soggetto stesso. E’ proprio il caso di porre l’accento quindi sulla relazione: architettura e psiche.

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Psicologia delle Masse

aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (0 Comments)

psicologia delle masseIl concetto di massa può essere relato a quello di totalitarismo, così come di conseguenza la psicologia sottesa al totalitarismo si interseca con quella della massa per l’appunto.

Il primo studioso a sistematizzare ed analizzare scientificamente il ruolo delle masse nella società è Gustav Le Bon (1895), etnologo, psicologo ed uno dei fondatori della cosiddetta “psicologia sociale”. Egli conferisce loro un’accezione molto negativa; sarebbero difatti l’esito di un processo involutivo, portatore a sua volta di anomia, decadenza, distruzione, incapacità ad essere creativi e a possedere una visione olistica d’insieme.

La massa è il nuovo soggetto politico, protagonista incalzante degli ultimi decenni dell’800, che avrebbe poi predominato la scena anche del secolo a seguire.

Le Bon identifica la massa quale “grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme”, e che comincia a strutturarsi alla fine dell’800. L’autore traccia un identikit del moderno dittatore ideale, in cui predomina senza ombra di dubbio la sua capacità di incarnare aspirazioni, velleità e desideri segreti della folla. Dopodiché sarà lo stesso dittatore potenziale a proporsi come il salvatore, una specie di totem in grado di realizzare ciò che la folla brama e desidera. È l’illusione a giocare un ruolo cruciale in tutta questa dinamica: non è importante tanto che questi remoti sogni abbiano una traduzione positiva nella realtà, quanto far credere alla massa di essere capaci a realizzarli. Mussolini, ispiratosi pedissequamente all’opera di Le Bon, infatti affermava: “non è la ragione a scavalcare le montagne, ma la fede. La propensione dell’uomo moderno nel credere ha dell’incredibile” e ancora “la gente non ha tempo per pensare”.

Le masse, prosegue Le Bon, penserebbero per immagini, le quali si susseguirebbero senza alcuna concatenazione, esse sarebbero molto suggestionabili a ciò che di meraviglioso risiederebbe nelle cose in sé. Gli uomini che divengono dittatori non sono solitamente intellettuali, ma uomini d’azione, caratterizzati da quella che nella moderna neuro-psichiatria viene definita come “pseudologia fantastica”: le loro idee ed ideali verrebbero difesi ad oltranza e contro essi qualsivoglia ragionamento si infrangerebbe. Essi sono disposti a sacrificare tutto (sè stessi, famiglia) pur di raggiungere i propri obiettivi; ed anche l’istinto di conservazione verrebbe meno in nome di un’impresa ben più aulica ed altamente immaginifica, ovvero il lasciare ai posteri di loro nuovo Vangelo o “dottrina”.

Le Bon identifica quella che è la moralità della folla e ne enuclea i relativi sentimenti, quali: suggestionabilità, credulità, e loro relativa ubbidienza alle suggestioni (le immagini che vengono utilizzate dal dittatore e che fanno breccia nell’anima della folla vengono considerate alla stregua della realtà), esacerbazione, iperbole e semplicismo dei propri sentimenti (non conoscendo né l’incertezza né tantomeno il dubbio i sentimenti della folla si distribuiscono agli estremi), servilismo dinanzi all’autorità forte e, nonostante gli impeti rivoluzionari contingenti, conservatorismo. A seguire, impulsività ed irritabilità in quanto la massa sembrerebbe essere l’esito, o meglio il contenitore, di tutti gli impulsi eccitatori esteriori e come tale ne rifrangerebbe inevitabilmente tutte le oscillazioni.

L’autore, attraverso l’applicazione di un paradigma di studio scientifico (dal background clinico) delineerebbe le dinamiche della folla caratterizzate dalla emotività emergente dall’inconscio, favorita a sua volta dal dispiegarsi delle varie declinazioni del concetto di contagio e suggestione. Le folle quindi sono considerate l’Uno in cui vige la depersonalizzazione, per cui per esse non potrebbe servire altro che un leader dotato di ferrea volontà, in grado di guidarle attraverso l’ausilio della ripetizione, affermazione, contagio, suggestionabilità.

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Psicologia dei Totalitarismi

aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale - (1 Comments)

totalitarismo-2Nel precedente articolo ho trattato della psicologia sottesa alla folla, in questo quella sottesa ai totalitarismi: chiaramente ogni totalitarismo “necessita” della propria folla e viceversa, da qui l’intersezione tra le due realtà ontologiche.

A tal proposito ho trovato di profonda originalità ed interesse, nonché ispirazione, il testo “Jung parla”, a cura di Mc Guire e Hull è quello della “Banalità del male” di Hannah Arendt. Ma procediamo con ordine.

Nel primo libro in diverse interviste Jung opera per la “diagnosi” di 3 grandi dittatori della storia: Hitler, Mussolini e Stalin. La descrizione personologica dei suddetti si rivela molto preziosa per comprendere da un lato la diversità degli stessi e dall’altro il cosiddetto trait d’union della dimensione dittatoriale in sé, e quindi la sua sottostante psicologia. Di Hitler, Jung sostanzia essere lo specchio dell’inconscio di ciascun tedesco che gli rimanda immagini che ne amplificano la necessità della propria anima; ma a chi tedesco non è tale amplificazione non arriverebbe. Ciò che contraddistingue Hitler dagli altri dittatori è che il suo potere apparirebbe magico e non politico: una sorta di chiaroveggenza, di potere calato “dall’alto” in cui egli comunicherebbe al popolo tedesco ciò che lo stesso avrebbe sempre provato nel proprio inconscio circa il destino della Germania. Il tutto cercando di depotenziare quello che caratterizzerebbe da sempre il popolo germanico, soprattutto nella sconfitta dopo la guerra mondiale, ovvero il complesso di inferiorità. Hitler è la Germania, egli infatti ascoltando la propria voce (come da lui stesso riferito) si fa ascoltare a sua volta: sulla sua voce, che altro non è che il suo inconscio, il popolo tedesco proietterebbe il proprio essere; per questo atavico motivo egli sarebbe così potente e magicamente carismatico. Si potrebbe scorgere un parallelismo storico tra gli ebrei dell’antichità e i tedeschi. Dopo la sconfitta mondiale i tedeschi hanno sempre desiderato un Messia, Redentore e questo sarebbe indicativo di coloro i quali soffrono del complesso di Inferiorità. Gli ebrei, per parte loro, accarezzano ed accolgono l’idea di un Messia che, dopo le innumerevoli conquiste per parte orientale ed occidentale, avrebbe potuto riunire (e salvare) il popolo ebraico sotto l’egida di una nazione unica. Jung disquisisce sulla diversità del popolo tedesco da un lato ed italiano dall’altro: i tedeschi, essendo cosmopoliti, smarrirebbero facilmente la propria identità, e sarebbero suggestionabili ed impressionabili; gli italiani invece porterebbero con sé più stabilità, non avendo familiarità con gli abissi e le oscillazioni peregrine tedesche. Hitler sarebbe una specie di sciamano, semi-dio, mito, e come uomo non esisterebbe ed evaporerebbe dietro il proprio ruolo essendo lui la Germania intera. Mussolini invece è un uomo che prevarrebbe sul proprio ruolo; ed è da queste diversità procedurali ed ontologiche che: se Mussolini è un uomo il carattere dell’Italia fascista è più umano che non quello della Germania nazista. Parlando di Stalin, Jung ne sottolineerebbe la debordante ambizione personale, la quale sottrarrebbe energie che potrebbero essere investite per il progresso e l’evoluzione del paese stesso. Da un punto di vista psicoanalitico, tra le svariate tipologie con cui l’inconscio si presenterebbe ad un uomo, vi sarebbe quello della figura femminile; analogamente per la donna il corrispettivo sarebbe la figura maschile: queste figure potrebbero assumere le forme più diverse. Se l’uomo non riesce a strutturare un giusto rapporto con tale figure femminili dentro sé, è probabile che potrebbe esserne alla fine posseduto divenendo, la figura femminile stessa, un’incognita di disgregazione e disarmonicità. Jung ipotizzerebbe difatti che Hitler non avrebbe mai sviluppato un rapporto sano con la suddetta figura femminile, definita da Jung quale anima: ecco allora una delle ragioni per cui egli sarebbe così pericoloso, sarebbe siffatto posseduto da tale Anima e non beneficerebbe dei semi dell’armonia che invece tale figura femminile potrebbe “elargire” se avesse però naturalmente coltivato con essa un rapporto genuino.

In “La banalità del male” di H. Arendt l’autrice (filosofa tedesca ed allieva di Heidegger e Jaspers) tratta del processo a Gerusalemme (11 maggio 1960) di uno dei personaggi del totalitarismo germanico: Otto Adolf Eichmann. Egli dovette rispondere di quindici capi di imputazione per aver commesso “in concorso con altri” crimini contro l’umanità. La scrittrice assistette personalmente ai dibattiti in aula e poi, per il giornale per il quale era inviata, trattò dei diversi ordini di problemi celati dietro il caso Eichmann, di ordine politico, giuridico e morale. Nel titolo del libro compare la parola “banalità”: con questa la Arendt sottolineerebbe come il male, personificato da Eichmann, sarebbe per l’appunto banale e come tale ancora più feroce è pericoloso; dietro ad esso una folta schiera di “piccoli grigi burocrati” per essenza dissimili dalla “grandezza” dei demoni. Di questi personaggi, quali Eichmann, emergerebbe la distanza dalla realtà e la mancanza di idee ovvero l’incapacità di pensare e di essere il braccio volontariamente inconsapevole di qualcuno d’altro; ciò sarebbe palesemente comune oltre che banale; di tutto questo il potere si servirebbe per sistematizzarlo e declinarlo in infiniti modus operandi, ed uno di questi sarebbe il regime totalitario. In Eichmann la depersonalizzazione consisterebbe nell’attaccamento delirante non tanto della propria opera quanto alla “ragione” promulgata dal regime: un uomo normale i cui atti sono mostruosi. Il male per la Arendt sfiderebbe il pensiero, in quanto quest’ultimo si proporrebbe di arrivare alla profondità, alle radici: ed è in questa raffinata ed analitica prospettiva che la banalità del male si tradurrebbe nella dinamica in cui il pensiero, cercando il male, non troverebbe assolutamente nulla e si frustrerebbe. Il bene per l’autrice avrebbe radici, a differenza della banalità, in cui in quest’ultima confluirebbero spersonalizzazione, cecità, distorsione della realtà, pensiero “magico”, distruttore, anticreativo, piegato su sé stesso e agli antipodi della evoluzione creatrice contenente ideali e valori positivi, quindi umani, nella accezione ontologica più stretta.

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