Come la famiglia puo’ influenzare il comportamento del bambino

marzo 27th, 2015 | Posted by admin in Psicologia della Famiglia

psicologia famigliaPsicogenealogia  – La famiglia: nido o gabbia?

Da sempre si dibatte sui cambiamenti psico-antropologici a cui l’istituzione “famiglia” nel corso della storia è andata incontro. Già di per sé la famiglia nucleare della post modernità racchiude colori, contenuti e tendenze completamente diverse da quelle che erano presenti nella cosiddetta famiglia allargata. È ormai noto come lo sviluppo psicologico del bambino possa essere “influenzato” positivamente o negativamente e dalle variabili endogene dello stesso (quali vulnerabilità personologica, strategie di problem solving, tipologia di attaccamento alla figura genitoriale, risorse, capacità e competenze) e da quelle esogene. Per queste ultime si può fare riferimento a quello che è in primis la famiglia (prima agenzia educativa), o meglio all’ambiente, allo “humus” familiare. Ci sono numerosi approcci teorici allo studio delle dinamiche intrafamiliari e alla patologicizzazione delle stesse. Tra questi uno alquanto originale ma al contempo, a mio parere, assolutamente pertinente, è quello ravvisabile nella psicogenealogia.

A.A. Schutzenberger, in “Una malattia chiamata genitori” e nella “Sindrome degli antenati”, riprende ed approfondisce con innumerevoli esempi il concetto di cui sopra. La composizione della parola psicogenealogia fa comprendere come gli accadimenti scanditi dalla genealogia appunto (componente quest’ultima innata e strutturale “data” in dotazione a ciascun individuo) possano intersecarsi alla psiche del soggetto, favorendo o meno l’armonicità dello sviluppo stesso e la risoluzione più o meno edificante dei compiti evolutivi che lo sviluppo in sé richiede. La tesi della Schutzenberger risiede nel fatto che la nostra genealogia, ovvero i nostri genitori, nonni, bisnonni ed ancora più in là indietro nella timeline per arrivare agli avi, possono lasciarci in eredità problematiche irrisolte, una sorta di cerchi aperti di traumi non metabolizzati e quindi non digeribili, di segreti inconfessabili, che si annidano silentemente nella persona per palesarsi e manifestarsi con tutta la loro forza vitale in concomitanza magari di alcune contingenze. Tale processo è sovrapponibile per significato e rilevanza clinica a quello noto della somatizzazione.

In esso laddove la mente non può permettersi di esprimersi è il corpo che lo fa, che lo deve fare: il soma del bambino, figlio, nipote o pronipote “incarna” la voce dell’avo ferito, divenendo la parola, il portavoce del suo trauma. L’anismo è una patologia che potrebbe fornire un buon esempio di quanto appena descritto sopra. L’anismo è una anomalia contrassegnata dal fatto che l’ano, invece che rilassarsi per permettere il passaggio delle feci, fa l’opposto, si chiude difatti. Il dato clinico rilevante e significante è che tra i diversi casi di anismo, il numero di storie riguardanti l’abuso sessuale è dieci volte superiore rispetto a coloro i quali non soffrono di questa disfunzione. Si potrebbe definire l’anismo quale dissociazione somatica: parti del cervello inviano segnali opposti, uno atto al rilassamento, l’altro relativo alla contrazione dell’ano. Tale dissociazione è presente in tutta la sua enfasi anche nelle persone vittime di abusi e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci dato che la dissociazione è un meccanismo di difesa dell’Io, che permette alla persona vittimizzata di dissociarsi a livello psicologico dall’evento traumatico per non soffrire ulteriormente. Dissociazione, però, che non ha solo un’accezione negativa. Infatti può essere anche sinonimo di resilienza: terminologia mutuata dalla metallurgia che per trasposizione indica metaforicamente la capacità che la persona ha dentro sé di “non fondere ad una certa temperatura”, ovvero in altri termini di saper resistere funzionalmente anche alle difficoltà più severe. Qui sempre in merito alla strategia dissociativa la parte che osserva (che si allontana quindi dal trauma subito), prende il sopravvento su quella che è sofferente, per poter avere il controllo e successivamente sopraffare il caos. Interessante come sempre la Schutzenberger individui 3 percorsi in cui la parte sana della persona può declinarsi: mitomania, reverie e menzogna. La mitomania serve a contraffare la realtà, edulcorarla per compensare l’angoscia ed il senso di vuoto dati dal trauma; la reverie dà una forma all’ideale del sé che può divenire creatività nella declinazione positiva o miraggio, inganno in quella negativa. La menzogna infine maschera la realtà, proteggendo, a differenza del percorso della mitomania che protegge come un’immagine seducente, quale una fortezza. La somatizzazione è espressione delle emozioni (dei conflitti tra, e/o le espressione di esse) e si svela esclusivamente attraverso il corpo. Si tratta di un problema reale! Le parti coinvolte sono lo spirito ed il corpo che nello stress acuto attivano una risposta di tipo psicofisiologico mentre in quello cronico il loro rapporto dà una risposta di tipo psico-neuro-immunologica. I disturbi fittizi si strutturano nel processo immaginativo invece, e “creano” a loro volta disturbi fittizi. Per concludere i traumi mai digeriti dalla vittima si trasmetterebbero ai loro discendenti attraverso le più svariate modalità, una tra queste la sopra menzionata somatizzazione. Quando un bambino è farmaco resistente sarebbe opportuno esplorare attentamente la sua anamnesi remota familiare! Potrebbe trattarsi, alla luce di quanto descritto fino ad ora, di una non-sinergia operativa tra corpo e pensiero: se il corpo contraddice il pensiero, visto non mente mai, allora qualcosa non è stato detto, non è entrato nell’ordine delle parole.

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