concept of aging and skin care

concept of aging and skin careDemenza degenerativa di Alzheimer: tipologia di invecchiamento patologico

La demenza degenerativa di Alzheimer ha una durata media di 10-12 anni. Il quadro clinico subisce, col trascorrere del tempo, variazioni molto significative inerenti alle modificazioni delle prestazioni cognitive, funzionali,comportamentali, neurologiche e somatiche. Ogni paziente presenta una certa variabilità  della malattia: quindi la ripartizione della demenza nei diversi stadi clinici non dovrebbe  essere assunta come modello stereotipato della evoluzione clinica della malattia stessa. I primi campanelli di allarme consistono nella iniziale ma lieve perdita di memoria, la quale progredisce gradualmente ma inesorabilmente.

Nella fase iniziale il paziente non ricorda gli eventi recenti e tende a perdersi in quelli nuovi; inoltre il soggetto diviene ripetitivo e disorientato a livello temporale. Quando la malattia progredisce, anche la memoria remota diviene parzialmente deficitaria e l’incapacità di riconoscere i propri familiari diviene una condizione sine qua non abbinata alla prima. Emergono,inoltre, alterazioni funzionali di ordine superiore quali: la riduzione drastica della capacità di ragionamento logico e della capacità di concettualizzare da un lato; e l’impoverimento significativo del pensiero astratto dall’altro. A questo quadro clinico si aggiunge un mutamento della personalità e la presenza di una certa labilità emotiva. E’ da sottolineare come,a differenza dei soggetti,emerga apatia, impulsività, violenza o addirittura l’accentuazione esagerata di caratteri pre morbosi della personalità quali la paranoia, l’aggressività, gli atteggiamenti ossessivi o compulsivi od entrambi. Talvolta, in alcuni soggetti, si manifesta anche l’afasia (inerente alla capacità, competenza di padroneggiare il linguaggio) isolata o accompagnata a deficit di natura visuo spaziale. L’aprassia si manifesta abbastanza velocemente e riguarda le difficoltà di usare particolari strumenti e nel vestirsi. La fase intermedia della demenza è caratterizzata dalla incapacità di apprendere informazioni nuove e dalla incapacità di orientarsi correttamente in ambienti a lui familiari. La memoria remota non è persa irreversibilmente ma è altamente deficitaria. Il soggetto è a rischio cadute ed il suo comportamento diviene maggiormente compromesso.

Ciò che emerge è il totale disorientamento temporospaziale. Generalmente però il soggetto è ancora in rado di deambulare in maniera autonoma. La fase avanzata della malattia è determinata da un quadro clinico molto severo, infatti il paziente è incapace di espletare qualsiasi attività routinaria e compare l’incontinenza. Anche la memoria a breve termine ed a lungo termine sono completamente compromesse, ed il soggetto può diventare acinetico e mutalcico. Inoltre compare disfagia (intesa come difficoltà nella deglutizione a causa dei processi infiammatori della faringe o per lesioni a carico dell’esofago) e può servire l’alimentazione artificiale. In questa delicata fase aumenta il rischio di numerose complicazioni come ad esempio: le malattie infettive, le pieghe da decubito, le fratture, la malnutrizione e disidratazione. Nella fase terminale della malatia emergono complicazioni a livello broncopolmonari.

Modificazioni neurotrasmettitoriali cerebrali nella AD

Prima di prendere in considerazione le mutazioni a carico dei neurotrasmettitori cerebrali, è opportuno sottolineare come nella AD siano correlate due ipotesi di sviluppo. La prima riguarda lo sviluppo istopatologico classico, il quale a sua volta prende in considerazione l’esistenza di un a patologia primitivamente neuronale: vi sarebbe, difatti, una ridotta disponibilità dell’enzima della acetilcolina (Ach), quale importantissimo neurotrasmettitore cerebrale.  La seconda ipotesi, invece, consiste in ricerche neurochimiche, le quali spiegano come il processo della malattia abbia un esordio sottocorticale ad a carico del nucleo del diencefalo e di alcuni neuromi del locus coeruleus, il cui sistema è quello noradrenergico.

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invecchiamento-psicologiaIl concetto di invecchiamento è complesso ed incarna svariati significati secondo il “focus prospettico” che lo definisce.

Da un punto di vista biologico l’invecchiamento corrisponde a particolari processi cumulativi ed involutivi dell’organismo che sottostanno all’inesorabile trascorrere del tempo e sono imprescindibili dalla appartenenza dei diversi membri ad una specie. Da un punto di vista psicologico l’invecchiamento viene inteso quale l’unione delle modificazioni psicologiche per l’appunto che accomunano gli individui dopo il periodo della maturità.

In relazione col concetto di invecchiamento, pertinente è sottolineare anche quello di longevità, inteso chiaramente come la durata della vita di un organismo di molto superiore alla media. Il significato di longevità può racchiudere due prospettive: una intesa come normale modificazione-degenerazione dei ritmi dell’organismo ed apparati ed organi ad esso connessi, l’altra intesa quale alterazione disfunzionale di questi ultimi così da strutturarsi una condizione patologica. La vecchiaia allora, è intesa quale ultimo periodo della vita racchiudente sia modificazioni di natura sociale inerenti al singolo, che antropologiche, culturali, sia economiche che di entità bio-fisiologica.

Secondo la ben nota teoria degli stadi di sviluppo di E. Erickson, l’esistenza umana è caratterizzata da diversi stadi per l’appunto, ognuno dei quali prevede un determinato compito di sviluppo e le loro relative crisi psicosociali, la cui non “risoluzione” non permetterebbe armonicamente il passaggio al successivo stadio. Tale teoria definita epigenetica prevede quindi che per ogni stadio vi sia una dimensione dicotomica rappresentata dalla presenza di due poli antitetici, sia una crisi psicosociale da affrontare pienamente e a cui porre rimedio nel modo più funzionale possibile.

Sinteticamente:

I stadio) orale-sensorio tipico dell’infanzia. Qui il compito evolutivo richiede il superamento del conflitto relativo alla fiducia di base vs sfiducia. Nel bambino il senso di fiducia è fondamentale per lo sviluppo corretto della identità. Tale senso di fiducia viene manifestato ad esempio attraverso la profondità del sonno, la rilassatezza degli intestini e la facilità con cui si nutre. Le cure materne primarie messe in atto, come direbbe D. Winnicott (grande pedagogista dell’800), in maniera sufficientemente buona, aiutano a superare il conflitto di cui addietro.

Così a seguire il II stadio muscolare-anale: tipico della fase anale (in senso Freudiano quindi psicoanalitico) (3-6 anni), il cui conflitto riguarda la vergogna, dubbio vs autonomia.

A seguire il III stadio locomotorio-genitale: tipico della fase genitale, il cui conflitto riguarda lo spirito di iniziativa vs senso di colpa. Il IV stadio, latenza, il cui conflitto si dipana tra industriosità vs senso di inferiorità, il V stadio pubertà ed adolescenza, caratterizzato dal raggiungimento della identità vs dispersione, il VI stadio gioventù, nel quale vi è la presenza del senso di intimità vs quello di isolamento, il VII età adulta, in cui capeggia la generatività vs stagnazione, l’VIII Stadio maturità in cui l’individuo è alle prese nella risoluzione del conflitto tra integrità dell’Io vs disperazione. Questa è la fase tipica del soggetto che invecchia, dove per integrità dell’Io si possono intendere quegli accadimenti che implicano la partecipazione emotiva e la consapevole accettazione che il tempo è fugace, troppo breve per ricominciare una nuova vita. Erickson sostiene che la personalità di un soggetto si evolve per tappe pre-determinate in base a: disposizione del soggetto a farsi guidare verso una socialità ampia e la consapevolezza di possedere tale disposizione. Di seguito la tabella esemplificativa di tale teoria epigenetica.

Non è affatto semplice definire un esaustivo criterio cronologico atto ad individuare l’inizio della vecchiaia. Solitamente ad oggi vengono presi in considerazione due range di età sulla base di indici sociali, biologici e psicologici: la terza età, “young old”, tra i 65 e i 75 anni; la quarta età, “old old”, dopo i 75 anni. All’interno di quest’ultimo è possibile individuare un sottoinsieme caratterizzato da 90enni e centenari. Concludendo: il processo dell’invecchiare riguarda sostanzialmente fattori di diversa natura quale quella cognitiva (apprendimento, memoria, linguaggio, reminiscenza, attenzione, inibizione, sensazione), affettiva, emozionale e motivazionale. Con invecchiamento primario si intende un processo “normale”, intrinseco della popolazione, ineluttabile per gli effetti bio-psicologici che comporta e non contraddistinto da alterazioni a carico della personalità. Secondario, in cui l’avanzamento di un processo patologico acuisce quello primario in maggiore o minor misura, secondo la presenza o meno di malattie croniche.

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Come smettere di fumare in Ipnosi

aprile 3rd, 2015 | Posted by admin in Ipnosi - (1 Comments)

ipnosi-fumo-psicologo-veneziaSolitamente si definisce un fumatore, specie se accanito, una persona “dipendente” dalla nicotina. Perchè si utilizza la denominazione “dipendente?”; per tre aspetti sostanzialmente, tra loro correlati: primo aspetto: riguarda la dipendenza di ordine fisico procurata dalla stessa nicotina; il secondo aspetto: riguarda la dipendenza psicologica. Per il fumatore, il tabacco diviene il “compagno”insostituibile che lo accompagna nella quotidianità; il terzo ed ultimo aspetto riguarda la dipendenza socio comportamentale; il tabagismo gode dell’appoggio e quindi dell’accettazione sociale.

Anche la pubblicità ed i media, così come il gruppo di appartenenza per i più giovani, esercita una pressione di tipo ambientale sul soggetto. Generalmente una persona continua a fumare per i seguenti motivi: per piacere, per il rilassamento che ne deriva, perchè aiuterebbe la concentrazione sul lavoro, per la dipendenza dalla nicotina, per paura che una volta smesso si possa divenire depressi, irritabili, suscettibili e perchè si ha la convinzione che fumando moderatamente non si possa incorrere in rischi seri. Chiaramente una persona non nasce “dipendente da”, ma lo diviene; ed è a livello di questo circuito che si dovrebbe intervenire per spezzarlo efficacemente da un lato; e dall’altro rinforzare quello della ricompensa: nel quale, attraverso manovre terapeutiche ipnotiche, si fanno intervenire fattori altri nella vita del soggetto, positivi, che possano fungere da scambio equo.

La perdita della dipendenza dal fumo di per sé deve necessariamente essere sostituita con qualcosa di diverso, dal pari od addirittura superiore significato e valore, onde scongiurare nel lungo periodo crisi di astinenza (che, se inizialmente, sono fisiologiche e pertinenti) e quindi rischi di ricadute. Il percorso psicoterapico è molto complesso e delicato e, l’aspetto motivazionale gioca un ruolo vitale: è fondamentale,oltre alla raccolta della anamnesi del soggetto (che significato da al fumo, quali i vantaggi secondari, quale l’età di esordio, le motivazioni dell’inizio, la storia familiare, la frequenza, se ha già tentato di smettere, quanto si allargono al massimo i periodi in cui è riuscito a non fumare, come si attivano le dinamiche che precedono la ricadute e da coso sono caratterizzate, se vi sono cioè degli elementi ricorrenti che ricompaiono ogni volta prima della ricaduta stessa..), quantificare quelle che sono le tre componenti primarie dell’atto del fumare, ovvero: la componente da dipendenza farmacologica, quella da risposta ansiolitica ed antidepressiva alle situazioni stressanti ed infine quella prettamente comportamentale e gestuale. Difatti, questi esami inerenti alle caratteristiche del fumo, possono chiarire e far emergere importanti aspetti della personalità del fumatore e “rituali”, tali da poter condizionare negativamente l’ipnosi e le tecniche cognitive comportamentali di attivazione e di appoggio che ad essa come corollario si possono ivi associare. Brevemente queste si possono tradurre nell’acrostico Ride, ovvero Ritirare; decidere di rimandare il tempo di accensione della sigaretta, controllando anche a cascata l’ansia ed il disagio; Involarsi, ovvero scegliere un luogo il più possibile neutro, fino a che la necessità ed il desiderio del fumo possano diminuire; Distrarsi, ovvero impegnarsi a fare altro, volgendo la mente a situazioni più piacevoli od impegnandola in attività sostitutive; Evitare, ovvero decidere momentaneamente di eludere situazioni troppo complesse da gestire senza sigaretta, per affrontarle successivamente quando le risorse saranno sufficienti. Tali tecniche possono raggiungere la massima efficacia se somministrate durante la seduta di ipnosi stessa, anziché come ausilio.

L’ipnositerapia è un intervento di elezione per raggiungere la disassuefazione dal fumo, riducendone la sindrome di astinenza, per modificare radicalmente od inibire abitudini e componenti legate al tabacco; e può fungere anche da psicoterapia breve per affrontare la costellazione di sintomi fisici e psichici presenti in questa tipologia di dipendenza. Dopo aver indotto nel soggetto la trance ipnotica. L’ipnotista utilizza suggestioni (…definire cosa sono?) che sono diverse l’una dall’altra secondo il contenuto che si intende trasmettere. Indicate per questa problematica sembrerebbero essere quelle ristrutturanti in senso positivo: esse pongono l’accento sui vantaggi nascenti che si possono ottenere dalla avvenuta astensione. Utili anche quelle a finale aperto, perchè si adattano all’esperienza di vita del soggetto e per questo altamente individualizzanti. Alcune declinazioni dell’ipnosi ad esempio, quali la proiezione nel futuro (“come si vede nel soggetto nei tempi futuri senza sigaretta?”), l’ipnoanalisi (ovvero il comprendere le cause del problema chiaramente sotto seduta di Ipnosi), le rivivificazione d’età (intesa come il rivivere vivamente determinati eventi cruciali con i suoi correlati psicologici, somatici ed emotivi), possono essere impiegate parimenti, magari quali integrazioni per ottenere l’astensione dal fumo.

Ed ora per concludere un test che potrebbero dare qualche feedback aggiuntivo per coloro i quali volessero comprendere maggiormente la loro “relazione”con il fumo:

 

Quale è il tuo grado di dipendenza dalla nicotina?

Test di Fagerstrom

Domande Risposte Punti
1 Dopo quanto tempo dal risveglio accendi la prima sigaretta? Entro 5 minuti 3
Entro 6-30 minuti 2
Entro 31-60 minuti 1
Dopo 60 minuti 0
2 Fai fatica a non fumare in luoghi in cui è proibito?
3 A quale sigaretta ti costa di più rinunciare? A quella del mattino 1
A tutte le altre 0
4 Quante sigarette fumi al giorno? 10 o meno 0
01/11/20 1
21-30 2
31 o più 3
5 Fumi più frequentemente durante la prima ora del risveglio che durante il resto del giorno? Si 1
No 0
6 Fumi anche quando sei così malato da passare a letto la maggior parte del giorno? Si 1
No 0

 

Un punteggio da 0 a 2 indica lieve dipendenza, 3 o 4 media dipendenza, 5 o 6 forte dipendenza, da 7 a 10 dipendenza molto

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perversioni-sessualiIn “Psichiatria psicodinamica” G.O.Gabbard (’92) opera ad un raffronto tra le categorie ed i criteri diagnostici del DSM (penultima edizione) ed i costrutti psicodinamici. La descrizione di alcune delle parafilie più note riportate sotto, seguono un approccio clinico diagnostico;capace di tener conto sia della dimensione biologica sia quella psicosociale,integrandole a vicenda.

Esibizionismo e vouyerismo

Secondo la teoria psicoanalitica classica, l’esibizionista prova,nella esposizione dei propri genitali,un senso di potere, grazie al quale può tenere a bada ed esorcizzare l’angoscia di castrazione. Non è raro trovare, nella storia di queste persone, episodi in cui il soggetto si sia sentito umiliato da una donna. Egli attuerebbe quindi una sorta di vendetta  attraverso l’ausilio del gesto esibizionistico, che gli conferirebbe una certa rassicurazione, dal momento in cui la loro mascolinità è incerta. Il vouyerismo sarebbe l’altra faccia della medaglia: il soggetto viola il privato di una donna sconosciuta, realizzando così una specie di trionfo aggressivo  e segreto nei confronti del sesso femminile. Alcune ipotesi eziologiche convergono sul fatto di imputare ad un trauma infantile tale condizione:il bambino assisterebbe alla scena primaria(ovvero alla copulazione dei genitori) e, una volta adulto, tenterebbe attraverso l’atto dello spiare, di sovvertire e padroneggiare attivamente il trauma a cui invece ha assistito passivamente nella prissima infanzia.

Sadismo e masochismo

Il sadismo ed il masochismo rappresenterebbero un qualcosa di unico all’interno della panoramica delle perversioni. Sono ugualmente distribuiti tra uomini e donne. I soggetti che abbisognano di coltivare azioni o fantasie sadiche per pervenire ad una gratificazione sessuale cercano di sovvertire, capovolgere degli scenari infantili, che li hanno visti protagonisti-vittime di abusi fisici e/o sessuali pregressi, talvolta remoti. Il sadomasochismo è una dinamica dove un apparente piacere sessuale è ottenuto attraverso una reale sofferenza mediata dalla violenza: è la ripetitività ed esclusività di tali dinamiche nel vivere la sessualità, a rendere legittimo e pertinente l’utilizzo del termine parafilia, per l’appunto.

Feticismo

Il feticcio è per il perverso un oggetto che rappresenterebbe il pene femminile. Freud definisce il feticismo come baluardo contro l’angoscia di castrazione (come per le altre perversioni, del resto).La consapevolezza maschile dell’ “esserci” dei genitali femminili, incrementerebbe nell’uomo la pura di poter perdere i suoi stessi genitali, per divenire una donna. Freud a riguardo formula il concetto di “scissione dell’ Io” (1938) per il quale nella mente del feticista sussisterebbero due idee contraddittorie:la negazione della castrazione e l’affermazione (attraverso l’esempio della esistenza della donna) della stessa. Il feticcio quale simbolo della esistenza del pene, le incarnerebbe entrambe queste due idee.  Nei feticisti più gravi, sia il feticcio che il processo di feticizzazione di un oggetto, diverrebbero necessari per tollerare la prolungata assenza di una, o molteplici funzioni materne. Il feticcio, in questo contesto, quale sostituto dell’oggetto non disponibile e/o inadeguato. Il feticista una volta entrato in possesso del feticcio, non ha bisogno di mantenere la relazione con l’altro, in quanto l’oggetto inanimato non ha desideri e soprattutto non è imprevedibile. In tale pratica non è necessaria una verifica costante della realtà; non occorre conquistare l’altro, ed i feticci hanno,per coloro che si sottopongono ad una psicoterapia, un valore simbolico. Nelle donne, la forma più grave, sarebbe quella di considerare il figlio stesso come feticcio. Vi sono diverse forme di feticismo relative a qualsiasi parte del corpo, secrezione corporea, ogni indumento ed oggetto, qualsiasi tipo umano.

Pedofilia

Freud (1905) e Fenichel (1945) sottolineano come la pedofilia sembrerebbe essere una scelta oggettuale narcisistica:il pedofilo, quindi, vedrebbe il bambino prescelto come una immagine che rispecchia se stesso bambino. La scelta d’oggetto corrispondente al bambino servirebbe ad “assumere” due funzioni nel soggetto pedofilo: quella di percepire le proprie risorse come grandiose ed onnipotenti in quanto comparate a quelle maggiormente limitate del bambino; e quella di poter permettere la realizzazione di fantasia inconscia di una “fusione” con un progetto ideale, in grado di “ricompattare” un fallato e deficitario senso di se. Non di rado queste persone soffrono anche di una patologia narcisistica del carattere, ivi inclusa una variante psicopatica del disturbo narcisistici di personalità con forti tratti antisociali. I soggetti pedofili vengono differenziati in base alla presenza in loro di una regressione od un blocco evolutivo. Il pedofilo regredito solitamente non dimostra attrazione verso soggetti più giovani di lui: la sua prognosi è nettamente più favorevole del pedofilo con blocco evolutivo, attratto invece sin dall’ adolescenza da soggetti più giovani di lui. Si ritiene questa patologia ad appannaggio del sesso maschile; dimenticando a volte che alcune madri utilizzano una seduttività così marcata nei confronti dei figli maschi, da rientrare nell’ambito della pedofilia e dell’incesto.

Il travestitismo

I soggetti che soffrono di tale patologia sono sempre maschi eterosessuali ed adattati, anche se la maggior parte delle volte la loro sessualità risulta essere inibita. Il paziente maschio, ad esempio, si travestirebbe da donna per “edificare” un eccitamento sessuale in se, garante nel favorire poi l’esplicarsi di un rapporto eterosessuale o anche masturbatorio. Solitamente il soggetto avrebbe, o meglio, “conserverebbe” atteggiamenti maschili quando vestito da uomo e, diverrebbe effeminato quando indosserebbe abiti femminili. Anche per questa perversione, sussisterebbe una spiegazione psicoanalitica: il travestitismo ingloberebbe il concetto di “madre fallica”, per cui il bambino-maschio immaginando la madre  un pene detentrice di un pene (non visibile), riuscirebbe ad affrontare la sua angoscia di castrazione. Da una prospettiva relazionale invece,il mezzo del travestitismo consentirebbe a tali soggetti di esperire una fusione con una madre, quale oggetto presente nella loro psiche: essi verrebbero confortati nel non dover smarrire l’accogliente presenza materna che “risiederebbe”in loro, ed eviterebbero così di provare l’ansia da separazione.  Il travestitismo non è affatto da confondersi con il transessualismo, portavoce quest’ultimo, di una problematica relata all’identità di genere.

Nelle situazioni in cui il soggetto si dimostrasse essere troppo disinibito,, allora si potrebbe pensare di effettuare una diagnosi differenziale con un processo schizofrenico o con un ritardo mentale. Dopo i cinquanta anni di età, tali comportamenti dovrebbero porre l’accento su di un processo organico quale la demenza o tumore cerebrale, se in condizioni in cui non fossero presenti precedenti anamnestici.

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perversioni_sessuali_maschili_femminiliL’espressione femminile e maschile della perversione secondo un orientamento della psicologia dinamica

Kaplan in “Le perversioni femminili” (1990) argomenta come le strategie perverse possano essere considerate come aspetti di una strategia perversa complessiva, e non come delle entità cliniche nettamente definite. Ed è proprio partendo dalla considerazione dell’importanza ascrivibile alle dinamiche psicologiche, dipendenti dalle identità di genere, che si delinea la possibilità di enucleare uno “specifico femminile” relativamente alle parafilie. E’ come se, le parafilie femminili o maschili rappresentassero una “caricatura” dell’ideale di genere, inerente al proprio sesso, e nello specifico quello femminile “richiamerebbe” dimensioni di pulizia, innocenza, spiritualità e sottomissione. Per comprendere il significato delle perversioni femminili, secondo Kaplan, bisognerebbe soffermarsi sul concetto di perversione nelle sue manifestazioni comportamentali ed inconsce. L’autrice appone delle critiche verso talune teorie psicanalitiche, le quali definiscono le perversioni come aberrazioni sessuali basate sul disperato bisogno di quelle cose o aspetti che possono servire come condizioni obbligatorie per raggiungere erezione ed orgasmo, un modo per dare un’espressione cosciente alla vita mentale inconscia. Per l’autrice invece la perversione viene contraddistinta dalla qualità di disperazione e fissità che obbliga la persona a mantenere e perpetuare quel determinato rituale comportamentale. La sessualità umana è poliforma, possiede cioè la peculiare capacità di assumere forme diverse, eterogenee.

Questa qualità sembrerebbe derivare dalla durata molto lunga della nostra dipendenza infantile, ed è inoltre il frutto di una ricca vita fantasmatica, che ci permetterebbe di assumere diverse forme maschili e femminili, a prescindere dal sesso biologico. Il polimorfismo tipico della sessualità umana da un lato rappresenta una sorta di difesa contro gli stereotipi di genere, dall’altro un rischio, proprio perché esporrebbe la sessualità stessa al pericolo di essere associata ad ogni singola causa sociale. Ad esempio, la società può porsi l’obiettivo di “tenere al loro posto” sia gli uomini che le donne, canalizzando la sessualità e spacciando tale canalizzazione per libertà erotica.

Il copione della Hoerigkeit

Kaplan sottolinea come la psicanalista Annie Reich (1953) sottopose a  trattamento diverse donne che “agivano” secondo il copione della Hoerigkeit, ovvero sotto l’egida di una sottomessa dipendenza da uomini, i quali le tenevano in uno stato di asservimento sessuale davvero estremo. Proprio tale asservimento era il perno fondamentale attraverso cui si dipanava l’intera esistenza della donna: oltre questo, nulla poteva essere considerato meritevole di attrattiva e significato. Anche per gli uomini si può sostanziare una dinamica relativamente simile, definibile dalla Reich come “lo scenario dell’Angelo Azzurro”. Tuttavia ella sostiene che solo nel genere femminile si possono riscontrare tali atteggiamenti estremi e totalizzanti di asservimento. Il copione della Hoerigkeit si sostanzia con un inganno, una sorta di trucco feticistico e come tutte le perversioni è un’occupazione a tempo pieno. La prima volta che narrerà la sua storia all’analista, la donna racconterà che la sua anima è stata incenerita dalla passione per un uomo il quale, proprio perché garante nel fornirle un piacere sessuale estremamente straordinario, viene considerato come l’unico idoneo a penetrarle la vagina.

Sembra, dichiara Kaplan, che in questo momento la questione che preme alla donna è sapere: “quel piacere è permesso o è invece proibito?”. Quindi la sua attenzione sembra essere focalizzata sulla dimensione della colpa e del peccato. La donna non comprende coscientemente che è proprio il tormento a rivestire il ruolo, l’ingrediente fondamentale ed irrinunciabile del piacere sessuale, ed è proprio ella stessa a ricercarlo e promuoverlo poi attivamente. La donna deve degradarsi, umiliarsi e sussistere in una condizione di sottomissione per permettere all’amante di permanere in una di dominio. La donna afflitta della Hoerigkeit vive aspettando quei momenti in cui può congiungersi con l’onnipotente fallo del grande uomo, attraverso il quale si realizza una estatica unione altamente mistica; tutto ciò le occorre per confermare i contorni del suo Sé femminile. E’ convinta che non potrebbe mai essere amata in sé e per sé, ed è cullata dalla fantasia che solo chi è “equipaggiato” di fallo possa meritare amore, in una visione in cui ciò che può realmente conferire valore ad una persona ha il potere di dominio. Se lo scopo della schiava d’amore è quello di farsi avvolgere dall’aura fallica dell’amante viene da sé postulare che ella, senza l’amante, sente di non esistere e di sopravvivere in un mondo fondamentalmente vuoto ed opaco, che lascia il passo all’esplicarsi conscio di depressione, follia e tremende tensioni. Capita non di rado che, dopo i primi momenti o mesi, l’uomo manifesti verso la relazione un calo di interesse o divenga impotente. Tediato dal lato sessuale egli diventa sempre più distratto e si allontana, ed il coito diviene all’interno della dinamica della soggezione sessuale sempre meno centrale nella suddetta relazione: il sesso si trasforma solo in uno strumento che ferisce ed umilia la donna. Negli stadi iniziali della soggezione sessuale femminile, ciò che lega la donna al suo amato non sembra essere la sua capacità di procurarle piacere erotico, ma la sua ingegnosità nel costruire il terreno fertile per una dinamica connotata da sottomissione e dominio. Tanto più l’uomo si nega e si sottrae tanto più egli, agli occhi della donna, diviene prezioso; e quanto più lui la minaccia con i suoi seriali abbandoni tanto più ella si sottometterà meccanicamente al suo dominio. In questa dinamica sussistono svariati cicli: perdita ed acquisizione, abbandono e castrazione, mistico ricongiungimento, morte e risurrezione; laddove la libertà ed il libero arbitrio gestito dall’uomo nel concedere e negare il proprio pene, permette di attivare proprio tali cicli. “Perché mai una donna dovrebbe accettare tutto questo?” Una risposta potrebbe risiedere nel fatto che gli scenari perversi non possono essere codificati solamente attraverso la lettura di elementi di piacere, sofferenza, soddisfazione, desiderio; gli elementi latenti insiti in tale scenario sono portatori di una forza più potente della ricerca del piacere stesso, e questa forza sembrerebbe risiedere nella coazione a ripetere di un trauma. Ciò che avviene è il tentativo disperato ed estremo di padroneggiare una serie di traumi infantili così indelebili che, pur di tenerli a bada, si è davvero disposti a rinunciare ai piaceri e soddisfazioni che la vita riserva. Il tiranno che la schiava d’amore sceglie ha il cuore duro e sa, quasi come un perfetto equilibrista, mantenere in funzione i cicli precedentemente nominati. Il gioco che si mette in scena e che si snoda gli incontri di pene e vagina, può essere comparabile, sostiene Kaplan, al noto “gioco del rocchetto” dell’infanzia. Verso i 18 mesi la bambina riesce a comprendere che la madre va e viene, indipendentemente da lei, nonostante il fatto che ella per sopravvivere senta che ha bisogno della madre stessa. La piccola non vorrebbe piangere come un neonato alle sparizioni della madre, e quindi inventa un gioco che le fornisca la sensazione di avere qualche dominio sul ciclo della perdita-recupero dell’amore. Prende tutti i suoi giocattoli e li lancia ad uno ad uno negli angoli, in modo tale che tutta la famiglia accorra al recupero degli stessi, restituendoglieli. Una volta che la bambina si abitua all’evento che gli essere umani si allontanino, salvo poi fare ritorno, smette di impiegarsi in quel gioco; in quanto la normale vita di piacere, ma anche di sofferenza, si ricompone e può così proseguire.

La schiava d’amore ha anche momenti di intensa rabbia e violenza, perché si rende conto che per sopravvivere deve divenire un’appendice di un essere idealizzato fallico, che proprio perché lo invidia presto proverà per lui un intenso risentimento. Se, a livello conscio o meno, fantasie di scavalcamento delle differenze sono presenti in ogni relazione sessuale, ciò che la perversione palesa è lo scenario stereotipato in cui, attraverso la caricaturalità, i desideri femminili sono travestiti dalla virilità maschile e quelli maschili assumono la maschera di una femminilità remissiva. Nel copione della Hoerigkeit la melma che la donna esperisce può sempre essere camuffata dalla fantasia del fallo, potentemente ed eternamente eretto del grande uomo, ed immagina possa appartenere ad entrambi, nella sua mistica unione con lo stesso. Anche se in realtà l’uomo non possiede tali qualità, è l’ordine sociale che ha delle immagini feticistiche sufficienti per fare di ogni uomo il fallo perfetto ed onnipotente di ogni donna.

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invecchiamento fisico emozionaleLe emozioni sono definibili come stati psicologici complessi comprensivi di: uno stato  affettivo di attrazione o repulsione verso un evento, persona, oggetti; una attivazione fisiologica del soggetto nella direzione ad esempio della attivazione  del sistema nervoso simpatico (accelerazione del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, dilatazione delle pupille, aumento della salivazione); una elaborazione cognitiva dello stimolo che ha determinato quella peculiare emozione (riconoscimento) ed una disposizione alla azione traducibile in comportamento motorio, o chiarificazione di una intenzione o comunicazione non verbale come un’espressione facciale. L’ordine con cui compaiono tali componenti dello stato emotivo non è predeterminato. Un esempio per chiarire quanto scritto sinora: se dobbiamo incontrare una persona che ci piace e man mano che ci viene incontro la riconosciamo sempre più nitidamente siamo consapevoli generalmente di provare felicità (elaborazione cognitiva), e desideriamo congiungerci a lei quanto prima (stato affettivo). Nel frattempo ci accadono dei cambiamenti nel nostro organismo come il cuore che batte più forte e magari un arrossamento al viso (attivazione fisiologica), e mentre ci avviciniamo a lei ci spunta sul volto un grande sorriso (disposizione all’azione). A livello sociale non tutte le emozioni sono condivisibili; in realtà però il potere e sapere rievocarle con qualcuno permette la rielaborazione delle stesse sul piano affettivo e cognitivo, comportando un indubbio benessere psicologico.

Riassumendo, le componenti delle emozioni sono: il contenuto affettivo, l’attivazione fisiologica, la valutazione cognitiva, la disposizione all’azione e le regole sociali. In ognuna di queste componenti si assiste ad un cambiamento nel passaggio dalla fase adulta a quella della vecchiaia. Per quanto riguarda il contenuto affettivo questo è soggetto, secondo il modello di E. Erickson, alla polarità tra integrità dell’Io e dispersione. L’anziano ha la possibilità di avere risorse interne per mantenere una buona immagine di sé ed un legame con l’ambiente fisico e sociale circostante, dall’altro lato egli può esperire la perdita di controllo e sul proprio organismo e sul proprio ambiente. Ecco che allora affiorano emozioni dal contenuto “grigio”, altamente negativo, non di rado nefasto. Anche i cambiamenti del sistema nervoso centrale possono influire negativamente sui contenuti emotivi quale effetto, ad esempio, di calo della capacità di controllo dei desideri e del tono dell’umore. Con l’invecchiamento inoltre aumenta l’incidenza dell’insorgere delle patologie cerebrali e quindi di conseguenza quello dei disturbi emozionali.

Attivazione fisiologica. I cambiamenti relati al sistema endocrino (SNA) quali il rallentamento dei processi dello stesso, procurano una reazione fisiologica più “tiepida”, con uno start ritardato, più lento, e ciò influisce sia sulla sensazione del soggetto di percepire l’attivazione emozionale, sia sulla capacità di esprimere tale emozione. Tuttavia tali modifiche non inquinano né l’intensità né la qualità della emozione stessa.

Valutazione cognitiva. I cambiamenti a livello del sistema nervoso centrale possono influire su una adeguata valutazione cognitiva delle emozioni e tale valutazione sarebbe a carico principalmente e dei processi percettivi e di quelli mnemonici. Per quanto attiene all’aspetto percettivo, il leggero ritardo verso lo stimolo che fa scaturire l’emozione comporta un suo non corretto etichettamento (non causando però deficit nella identificazione della qualità ed intensità emozionale). Per quanto riguarda invece l’aspetto mnemonico deficit a questo livello possono comportare difficoltà nella valutazione di pregressi eventi emozionali relati anche ai valori sociali di riferimento.

Disposizione all’azione. Specificatamente riguardo all’aspetto della componente espressiva delle emozioni, le modificazioni del SNC potrebbero comportare modificazioni a loro volta a carico della capacità di manifestare le emozioni, e della intensità della espressione delle stesse. Rispetto all’aspetto invece delle intenzioni comportamentali l’anziano ha solitamente un ridotto range di opzioni, e per scarsità di risorse o per la valutazione della inutilità dell’azione od ancora per non contravvenire al conformismo sociale. Di per sé la rinuncia ad agire comporta vissuti emozionali negativi.

Regole sociali. Vi sono molti stereotipi legati al dispiegarsi della quotidianità di vita dell’anziano, e questi stessi in una sorta di circolo vizioso, in una sorta di profezia che si autoavvera, fanno vivere all’anziano ciò che ci si aspetta da lui: tristezza, nostalgia, pochezza di risorse, senso di disperazione e disintegrazione.

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Invecchiamento patologico

psicologia famigliaPsicogenealogia  – La famiglia: nido o gabbia?

Da sempre si dibatte sui cambiamenti psico-antropologici a cui l’istituzione “famiglia” nel corso della storia è andata incontro. Già di per sé la famiglia nucleare della post modernità racchiude colori, contenuti e tendenze completamente diverse da quelle che erano presenti nella cosiddetta famiglia allargata. È ormai noto come lo sviluppo psicologico del bambino possa essere “influenzato” positivamente o negativamente e dalle variabili endogene dello stesso (quali vulnerabilità personologica, strategie di problem solving, tipologia di attaccamento alla figura genitoriale, risorse, capacità e competenze) e da quelle esogene. Per queste ultime si può fare riferimento a quello che è in primis la famiglia (prima agenzia educativa), o meglio all’ambiente, allo “humus” familiare. Ci sono numerosi approcci teorici allo studio delle dinamiche intrafamiliari e alla patologicizzazione delle stesse. Tra questi uno alquanto originale ma al contempo, a mio parere, assolutamente pertinente, è quello ravvisabile nella psicogenealogia.

A.A. Schutzenberger, in “Una malattia chiamata genitori” e nella “Sindrome degli antenati”, riprende ed approfondisce con innumerevoli esempi il concetto di cui sopra. La composizione della parola psicogenealogia fa comprendere come gli accadimenti scanditi dalla genealogia appunto (componente quest’ultima innata e strutturale “data” in dotazione a ciascun individuo) possano intersecarsi alla psiche del soggetto, favorendo o meno l’armonicità dello sviluppo stesso e la risoluzione più o meno edificante dei compiti evolutivi che lo sviluppo in sé richiede. La tesi della Schutzenberger risiede nel fatto che la nostra genealogia, ovvero i nostri genitori, nonni, bisnonni ed ancora più in là indietro nella timeline per arrivare agli avi, possono lasciarci in eredità problematiche irrisolte, una sorta di cerchi aperti di traumi non metabolizzati e quindi non digeribili, di segreti inconfessabili, che si annidano silentemente nella persona per palesarsi e manifestarsi con tutta la loro forza vitale in concomitanza magari di alcune contingenze. Tale processo è sovrapponibile per significato e rilevanza clinica a quello noto della somatizzazione.

In esso laddove la mente non può permettersi di esprimersi è il corpo che lo fa, che lo deve fare: il soma del bambino, figlio, nipote o pronipote “incarna” la voce dell’avo ferito, divenendo la parola, il portavoce del suo trauma. L’anismo è una patologia che potrebbe fornire un buon esempio di quanto appena descritto sopra. L’anismo è una anomalia contrassegnata dal fatto che l’ano, invece che rilassarsi per permettere il passaggio delle feci, fa l’opposto, si chiude difatti. Il dato clinico rilevante e significante è che tra i diversi casi di anismo, il numero di storie riguardanti l’abuso sessuale è dieci volte superiore rispetto a coloro i quali non soffrono di questa disfunzione. Si potrebbe definire l’anismo quale dissociazione somatica: parti del cervello inviano segnali opposti, uno atto al rilassamento, l’altro relativo alla contrazione dell’ano. Tale dissociazione è presente in tutta la sua enfasi anche nelle persone vittime di abusi e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci dato che la dissociazione è un meccanismo di difesa dell’Io, che permette alla persona vittimizzata di dissociarsi a livello psicologico dall’evento traumatico per non soffrire ulteriormente. Dissociazione, però, che non ha solo un’accezione negativa. Infatti può essere anche sinonimo di resilienza: terminologia mutuata dalla metallurgia che per trasposizione indica metaforicamente la capacità che la persona ha dentro sé di “non fondere ad una certa temperatura”, ovvero in altri termini di saper resistere funzionalmente anche alle difficoltà più severe. Qui sempre in merito alla strategia dissociativa la parte che osserva (che si allontana quindi dal trauma subito), prende il sopravvento su quella che è sofferente, per poter avere il controllo e successivamente sopraffare il caos. Interessante come sempre la Schutzenberger individui 3 percorsi in cui la parte sana della persona può declinarsi: mitomania, reverie e menzogna. La mitomania serve a contraffare la realtà, edulcorarla per compensare l’angoscia ed il senso di vuoto dati dal trauma; la reverie dà una forma all’ideale del sé che può divenire creatività nella declinazione positiva o miraggio, inganno in quella negativa. La menzogna infine maschera la realtà, proteggendo, a differenza del percorso della mitomania che protegge come un’immagine seducente, quale una fortezza. La somatizzazione è espressione delle emozioni (dei conflitti tra, e/o le espressione di esse) e si svela esclusivamente attraverso il corpo. Si tratta di un problema reale! Le parti coinvolte sono lo spirito ed il corpo che nello stress acuto attivano una risposta di tipo psicofisiologico mentre in quello cronico il loro rapporto dà una risposta di tipo psico-neuro-immunologica. I disturbi fittizi si strutturano nel processo immaginativo invece, e “creano” a loro volta disturbi fittizi. Per concludere i traumi mai digeriti dalla vittima si trasmetterebbero ai loro discendenti attraverso le più svariate modalità, una tra queste la sopra menzionata somatizzazione. Quando un bambino è farmaco resistente sarebbe opportuno esplorare attentamente la sua anamnesi remota familiare! Potrebbe trattarsi, alla luce di quanto descritto fino ad ora, di una non-sinergia operativa tra corpo e pensiero: se il corpo contraddice il pensiero, visto non mente mai, allora qualcosa non è stato detto, non è entrato nell’ordine delle parole.

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Come riconoscere gli stili di attaccamento del tuo bambino

attaccamento-bambinoL’attaccamento

Da sempre i legami relativi all’attaccamento che si instaurano tra il bambino e gli adulti significativi (i genitori) ricoprono grande interesse psicologico. Specificatamente a questo ambito la teoria dell’attaccamento difatti incarna il punto nel quale confluiscono diverse aree della indagine e della teorizzazione psicologica, e ciò permette di fornire un utile strumento per poter “leggere” e comprendere (clinicamente) i molteplici eventi relazionali che bambini e genitori esperiscono quotidianamente.

J. Bowlby (1982) definisce l’attaccamento quale comportamento del bambino definibile in 4 sistemi di controllo: di attaccamento, di esplorazione, affiliativo e di paura-attenzione; questi possono interagire sinergicamente o in antitesi. Già dai 7 mesi di vita gli stessi comportamenti di attaccamento si strutturano in quello che è un sistema di attaccamento, il quale secondo un orientamento goal-corrected permette al bambino di coordinare l’agire dei comportamenti di attaccamento con lo scopo-meta. É sempre Bowlby a sostenere che la disposizione propensione nell’allacciare legami con altre persone sarebbe innata. É lo stesso sistema di attaccamento che scaturirebbe nel bambino la capacità dello stesso agite per raggiungere in ogni modo la vicinanza con la figura di attaccamento. Indubbiamente tale processo non può non implicare l’esplicarsi di diverse emozioni: dal benessere e sensazione di sicurezza per la vicinanza con l’adulto alla rabbia e collera per la lontananza dallo stesso. Il sistema di attaccamento e quello esplorativo (atto ad acquisire padronanza verso il mondo circostante) si alternano, così che, ad esempio, più il bambino si sente sicuro e protetto e più sarà capace di “disattivare” parzialmente il suddetto sistema di attaccamento a favore di altri sistemi funzionali dal punto di vista evolutivo. Dal punto di vista prettamente evolutivo il legame di attaccamento si sviluppa attraverso diverse fasi. La prima e la seconda che si sostanziano come preattaccamento e formazione, sono definibili come rispettivamente di orientamento e segnali senza discriminazione della persona e orientamento e segnali verso una o più persone discriminate. Tale periodo va dalla nascita ai 6-8 mesi. La terza fase inizia con la formazione vera e propria dell’attaccamento, verso i 6-8 mesi, e si definisce di mantenimento della vicinanza ad una persona discriminata mediante la locomozione e mediante segnali, fino al 2^-3^ anno di vita. Le “conquiste” psico-cognitivo-motorie di tale tappa sono ravvisabili nella costanza dell’oggetto (terminologia di derivazione piagetiana con la quale si definisce la capacità, competenza del bambino di costruire e far permanere una rappresentazione mentale degli oggetti anche se questi ultimi sono assenti), nel gattonamento, nella deambulazione e nello sviluppo del linguaggio.

L’acquisizione della costanza oggettuale da un lato e la “padronanza” di nuove capacità di organizzazione comportamento dall’altro, permettono al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento con la peculiare figura di riferimento, caregiver. Il prevedere i reciproci comportamenti e la costruzione delle aspettative verso il comportamento dell’altro partner (ove l’assenza della risposta attesa è generatrice di angoscia), sono caratteristiche importanti di questo periodo. Nella quarta fase si cominciano a strutturare la reciprocità tra adulto e bambino, grazie soprattutto alle conquiste precipue: implemento delle capacità linguistiche e del sistema della memoria, costanza nella rappresentazione mentale degli eventi (la quale consente al piccolo di considerare la figura di attaccamento come “altro-da-sè”), gli IWM ovvero i modelli operativi interni (terminologia coniata da Bretherton, 1985). Questi ultimi possono essere definiti come rappresentazioni mentali inerenti a sé stesso e dell’altro riflettenti la storia relazionale del bambino con l’adulto. Nei paragrafi successivi verrà nominata la SSP: per SSP, o meglio Strange Situation Procedure, si intende una procedura standardizzata elaborata da M. Ainsworth, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Essa è utile per comprendere le tipologie di attaccamento del bambino verso i genitori. Durante la procedura, svolta in ambiente sconosciuto per il bambino, vengono attivati pattern comportamentali introducendo situazioni di stress crescente (quale l’introduzione nel setting di una persona estranea). La SSP comprende 8 episodi e 2 di separazione, ricongiungimento col genitore.

L’attaccamento, o meglio la valutazione dello stesso, consta di 5 categorie. Qui di seguito sono riportate le caratteristiche di ciascuna categoria.

ATTACCAMENTO SICURO (B): il bambino palesa un desiderio di vicinanza, di interazione, di contatto fisico verso la figura di attaccamento. Solitamente l’esplorazione verso l’ambiente circostante è buono ma tende comunque a ricercare attivamente la partecipazione dell’adulto. Durante la separazione, così come nel ricongiungimento, i segnali manifestati dal bambino sono contingenti alla situazione e non inerenti al fatto che il bambino è stato lasciato solo. L’esplorazione dell’ambiente, così come l’attaccamento verso i genitori, si intersecano bilanciandosi. Gli ingredienti sono: dipendenza, autonomia ed indipendenza.

ATTACCAMENTO INSICURO EVITANTE (A): il bambino dimostra un notevole “evitamento” verso il genitore nella SSP (Strange Situation procedure), è maggiormente concentrato sulla esplorazione esterna che sulle figure di attaccamento; lo stesso accade negli episodi di riunione con gli stessi. La tendenza sembrerebbe quella di minimizzare le proprie reazioni affettive specialmente dopo le separazioni. Qui il bilanciamento tra esplorazione ambientale ed attaccamento genitoriale è a favore della prima. Lo stile relazionale è quello di autonomia ed indipendenza con la de-enfatizzazione dei propri bisogni psicologici di conforto, protezione, cure.

ATTACCAMENTO INSICURO AMBIVALENTE (C): nella SSP i bambini palesano un forte attaccamento verso il genitore. Il bilanciamento tra esplorazione ed attaccamento è disequilibrato ed è a favore della seconda questa volta. Ciononostante il genitore qui non rappresenta una base sicura sulla quale approdare: difatti se questi bambini sono spaventati od a disagio non sembrerebbero trovare conforto e consolazione con la loro presenza. Apparirebbe quindi esiguo il sentimento interno di poter avere a disposizione una figura stabile sulla quale poter contare.

ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO/DISORIENTATO (D): tali bambini sembrano simili ai bambini caratterizzati dalle altre tipologie di attaccamento, tuttavia in alcuni momenti sembrano non possedere una strategia coerente nella relazione genitoriale. I comportamenti si farebbero risalire più ad un tratto della relazione che ad una caratteristica personologica del bambino: si manifesterebbero difatti solamente nella SSP durante la separazione e riunione ai genitori.

ATTACCAMENTO EVITANTE/AMBIVALENTE (A/C): è Crittenden nel 1988 a descrivere per la prima volta questa tipologia. Questo attaccamento si struttura quindi nel palesare comportamenti opposti e sarebbe considerato quale esito di una strategia organizzata, in quanto si percepisce il genitore come minaccioso e/o pericoloso.

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La Tecnica della Metafora in Ipnosi

marzo 27th, 2015 | Posted by admin in Ipnosi - (1 Comments)

milton erickson metafora ipnosiMetafore in ipnosi

Il termine metafora è di derivazione greca: meta (sopra) e phoren (trasportare da un luogo ad un altro). I livelli delle metafore sono due: il primo riguarda l’esplicito contenuto della storia, il secondo della storia stessa ne custodisce il significato implicito, spesso il più importante, la cui ontologia ed essenza viene “captata” ed elaborata dall’inconscio per utilizzarla nel modo più funzionale e terapico per quel determinato soggetto. In terapia, più la metafora è meno immediatamente comprensibile (=maggior tensione) e più assurge al proprio compito evocativo, curativo.

Versus, minore è la tensione, quindi più elevata è la sua comprensibilità dalla parte conscia, e meno sarà “potente” il suo effetto. Tale processo appena descritto è conosciuto col nome di isomorfismo. L’isomorfismo deve essere attinente con la problematica portata dal paziente, ma non deve essere di facile traduzione dallo stesso. Se tutti gli elementi della storia creeranno la “giusta tensione” il soggetto (secondo M. Erickson) non dovrà conoscere il significato implicito della metafora stessa, in quanto l’inconscio ci penserà da sé attraverso un processo trasderivazionale. Colui che ascolta la narrazione della storia, aziona ad opera dell’inconscio una ricerca associativa, allontanando così la sclerotica rigidità delle categorie concettuali, ed aumentandone la flessibilità strutturale. Con ciò vi è l’abbattimento di abituali schemi di riferimento, o perlomeno il loro depotenziamento, e dall’altro vi è un ampliamento di orizzonti dall’atteggiamento di nuova propositività esplorativa, che la stessa funzione metaforica appunto esercita.

Vi sono nella storia voluti errori logici in quanto questi ultimi stimolano ed elicitano la ricerca dell’adeguato referente. Esempi tipici di tutto questo sono: i cambiamenti dei contesti di significato, l’antropomorfizzazione di oggetti, situazioni, animali, la violazione di norme restrittive. Se si legge o si ascolta, ad esempio, che un masso trasmette energia negativa a ciò che lo circonda, per liberarsi dal dolore, la parte logica di noi “non ci sta”, si ribella a questo contenuto, e mette in moto dei processi per cercare il referente adatto: cosa rappresenterà veramente quel masso?

Il linguaggio della metafora consta di elementi linguistici quali le nominalizzazioni, i verbi non specificati, la mancanza di indice referenziale, operatori modali e specificazione dei termini sensoriali. La costruzione delle frasi avviene attraverso l’impiego di truismi (…), ossimori, non sequitur, suggestioni, rinforzi e ridefinizioni dell’Io, postulati convenzionali e causa-effetto lineare. L’impiego delle metafore è veramente eterogeneo e sono utili per delle emozioni limitanti e/o loro definizione, il miglioramento della qualità di vita di coppia, l’aumento della efficacia prestazionale sul proprio lavoro ad esempio.

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invecchiamento-precoce

Modificazioni bio-chimiche nel processo fisiologico di invecchiamento

Quando si parla di invecchiamento si pensa che anche le unità fondamentali e fondanti il sistema nervoso, ovvero le cellule neuronali, i neuroni, possano invecchiare: ma non è così. A differenza di tutte le altre tipologie di cellule dell’organismo che sono ineluttabilmente bersaglio di senescenza, quelle neuronali non andrebbero incontro a tale processo, anzi. Le altre cellule dell’organismo replicandosi farebbero scorta di danni al DNA per poi concludere il tutto verso il suicidio della cellula stessa. Le cellule neuronali, o meglio le connessioni a livello sinaptico delle stesse con altre, aumenterebbero grazie al processo dell’apprendimento che, ovviamente, col progredire dell’età dovrebbe intensificarsi e “contenere” una vasta eterogeneità di contenuti, saperi. Esisterebbero ad esempio delle cellule staminali che riprodurrebbero anche in età avanzata (80 anni) i neuroni perduti. La riflessione a questo punto porta naturalmente al comprendere come cervello e corpo non seguono percorsi intersecanti durante il processo di invecchiamento del soggetto. Dall’altro lato però ci sono fattori ambientali, molecolari, biologici, che possono arrecare danni notevoli ai neuroni. Sommariamente però i principali cambiamenti a carico del sistema nervoso centrale possono essere così riassunti:

  • presenza di “placche” senili quali alterazioni strutturali ritenute tali perché presenti in età avanzata
  • aumento delle cellule gliali che si sostituiscono a quelle neuronali
  • irrigidimento delle pareti dei vasi sanguigni
  • diminuzione progressiva per quanto riguarda la produzione di determinati neurotrasmettitori e dei relati recettori quali: dopamina, acetilcolina, serotonina, norepinefrina
  • modesta diminuzione della massa cerebrale già verso i 60 anni maggiormente nei lobi frontali (fondamentali per le funzioni cognitive superiori) e l’ippocampo (facente parte del sistema limbico ed importantissimo per l’immagazzinamento di nuove informazioni)

Numerosi studi hanno dimostrato come il praticare moto incrementerebbe nel cervello il livello di Bdnf, una proteina atta a contribuire alla creazione di nuovi neuroni. Anche una ricca ed equilibrata dieta a base di Omega-3 favorirebbe indubbiamente, insieme agli antiossidanti, un’azione protettiva dai radicali liberi.

Allenare la mente in età avanzata, quindi, si può e si deve! Scopri come