perversioni-sessuali-esempiLa perversione è stata considerata per un lungo periodo alla stregua della morale imperante fondamentalmente religiosa. L’incesto, considerato quale un “delitto” o comunque una perversione, viene legittimato ad esempio nella cultura degli antichi faraoni od in quella Maya. Nella cultura Romana, per proseguire con gli esempi, gli stessi patrizi o imperatori si adoperavano in comportamenti marcatamente perversi i quali però collimavano con una cornice il cui modus vivendi è plausibile. Gli approfondimenti ed i relativi e svariati studi psichiatrici devono in una certa misura opporsi ad un costrutto della perversione che invece poggia su una base prettamente morale, e di una morale vigente. A Pinel (1800) si devono la conduzione dei primi studi riguardanti tale fenomeno patologico, egli conia per queste affezioni la terminologia di “mania senza delirio”. E’ con Esquirol (1805) però che si inizia a parlare di fenomeni patologici definendo gli stessi come “follia morale” o “follia impulsiva”, la cui eziologia sembra poter essere ricondotta ad una sorta di alterazione del senso morale: qui però siamo ancora nel terreno intriso di forti connotazioni filosofiche e teologiche non affatto scientifiche. In questo senso il passo successivo si ravvisa con Magan e Dupre (1813), i quali ritengono che tali disturbi siano la conseguenza più prossima di una degenerazione di matrice costituzionale legata alla sfera della istintualità. Storicamente è Kraft-Ebing (1896) che, all’interno del quadro clinico, descrive pedissequamente le diverse tipologie di perversione, individuando in alcune solamente la lieve presenza di manifestazioni sessuali: è proprio lui che conia i termini “sadismo” e “masochismo”. Anche l’opera di Henry Mavelock Ellis (1896) lascia il segno: ha difatti il merito di anticipare diverse cognizioni che fanno parte del sapere e del sentire odierni. Riconosce, ad esempio, a 360° la sessualità infantile nelle proprie manifestazioni così come la necessità di educare sessualmente i piccoli senza pregiudizi. La conseguenza diretta di ciò è il “reinserimento” di manifestazioni sessuali, precedentemente considerate immorali e patologiche, all’interno di un registro di normalità. S. Freud s’inserisce in questo quadro storico agli inizi del ‘900. Egli pubblica nel 1905 i “Tre saggi sulla teoria sessuale” cui segue la seconda edizione del 1915. Tali opere sono molto importanti in quanto grazie ad esse viene elaborata una nuova concezione della sessualità, in cui l’assunto di base esplicita di come nell’infanzia esista una disposizione sessuale perversa polimorfa: il bambino è un perverso polimorfa nel senso che egli man mano che attraversa i diversi stadi di sviluppo psichico, affettivo, biologico si “procura” il “piacere” attraverso diverse modalità e fonti, ricordando sempre che per la prospettiva psicoanalitica è il rapporto che il neonato ha col seno materno la matrice fondante della sessualità umana. Qui il termine “istinto” viene sostituito con quello di “pulsione”.

L’approccio psicoanalitico domina il campo di studio; ma anche quello culturalista  (anni ’40) sembra timidamente affiorare nella scena. Per tale approccio le perversioni sono da considerarsi quali perturbazioni di adattamento alle regole della società, oppure quali conseguenze di apprendimenti errati. Alfred Kinsey (1949), biologo e sessuologo statunitense e collaboratori, elaborano e consolidano il metodo dei questionari e relativa decodificazione statistica per gli stessi, estesa ad un campione vastissimo di oltre 12.000 uomini e donne del popolo americano. Con “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) vengono a cadere molte falsificazioni stereotipate relative alla sessualità umana, prima fra tutte la presunta (ma logica e quasi “doverosa” per il tempo storico di allora) minor reattività eccitatoria della donna rispetto all’uomo.

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psico urtoCome può essere definita una terapia “d’urto”? La risposta: una terapia caratterizzata da tecniche d’impatto, le quali consentono ai pazienti di registrare più velocemente i messaggi più importanti che durante l’incontro terapeutico vengono per l’appunto veicolati. Questo è un approccio generato da E. Jacobs, professore universitario della West Virginia, e che trova successivamente il proprio habitat naturale anche nella ipnosi ericksoniana, nella PNL, nell’analisi transazionale, nella Gestalt, nella psicoterapia del problem solving per citarne solo alcune.

Ma torniamo al focus iniziale: perché queste tecniche risultano essere particolarmente efficaci? Perché si avvalgono, rispettandole, delle leggi mnemoniche, ovvero l’insieme dei principi che consentono alla memoria di assorbire permanentemente e quindi funzionalmente l’informazione in questione.

  • Baulie sottolinea ed approfondisce quelli che sono i mattoncini costitutivi delle tecniche di impatto stesse, ovvero:

Principi mnemotecnici:

  • L’apprendimento multisensoriale: numerosi studi legati alla neurofisiologia umana sanciscono che il 60% del flusso di informazione che giunge e raggiunge il cervello proviene dagli occhi. Appurato ciò vi sarebbe una maggiore risposta corticale nelle aree della corteccia uditiva, visiva se lo stimolo è bimodale (ovvero coinvolgente sia il senso della vista che quello dell’udito), piuttosto che la somma di stimoli unimodali (coinvolgenti o la vista o l’udito). I sensi “lavorerebbero” sinergicamente per ripetere lo stesso messaggio, e ciò a sua volta implicherebbe l’intervento di un maggiore numero di neuroni (quando appunto il messaggio ha attributi sia visivi che verbali) che amplificherebbe a sua volta ancora la nostra azione, avendo quindi effetti sulla nostra memoria. La concezione e percezione che abbiamo verso il mondo esterno può trovare beneficio ovvero essere “aggiustata” qualora intrisa di pregiudizi, stereotipi, disfunzionalità, se vengono stabilite delle comunicazioni privilegiate tra i nostri organi di senso e le nostre aree corticali: trattasi di quello che viene definito come modellamento del pensiero.
  • Fare in modo di commutare in concreti i concetti astratti: diversi consolidati studi hanno dimostrato che il nostro cervello trattiene più agevolmente le informazioni di carattere concreto che quelle di carattere astratto. Esempio: esercizio del rompicapo – questo esercizio potrebbe essere utile per far comprendere ad un bambino come i suoi genitori separati non devono accanirsi più per incastrarsi
  • Fare riferimento alle informazioni già conosciute: è importantissimo rispettare il bagaglio mnesico del paziente. Farlo significa far risvegliare indirettamente in lui un susseguirsi di reazioni cognitive, cinestesiche, uditive, olfattive, gustative, emotive senza che egli ne sia consapevole: tutto ciò a sua volta crea terreno fertile per assimilare nel miglior modo possibile il messaggio di cui si intende trasmettere l’essenza. Lo scopo primo della terapia d’urto è quello di agevolare, e quindi permettere un processo di ricerca interiore atto ad attingere le risorse e le strategie più idonee alla risoluzione del problema in questione per la persona. Questo principio è molto simile a quello di “utilizzazione” di M. Erickson.
  • Stimolare le emozioni: l’emozione garantisce la registrazione celere e permanente della informazione. Utile in tal senso potrebbe essere l’utilizzazione di un oggetto denso del significato emotivo, già conosciuto dal paziente.

dee-verginiTalvolta vi sono delle strade alternative, originali, che possono apportare un incremento della conoscenza e consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Un esempio in tal senso è quello della “comprensione al genere di appartenenza attraverso l’immersione” nella mitologia classica.

Jean S. Bolen affronta egregiamente questa tematica facendo al lettore una domanda che probabilmente non si è posto prima, o difficilmente, ovvero: “quale Dea o Dio dimora in te?”.

Dopo la suddivisione degli Dei e Dee sulla quale poggia la teogonia di Esiodo, il lettore potrebbe trovare ampio respiro nel darsi una risposta. Ma procediamo con ordine.

Per quanto riguarda le Dee esse vengono tripartite in Vulnerabili, Vergini ed Alchemiche, ognuna delle quali racchiude in sé una iconografia particolare e caratteristiche personologiche altrettanto peculiari. In esse vengono anche analizzati i rapporti col genere maschile, la tipologia di uomini che consapevolmente o meno ricercano e le motivazioni.

L’archetipo della Dea Vergine è correlato a quella parte della donna che l’uomo non riuscirà mai a raggiungere, autonoma dalla opinione che ha l’uomo e dal bisogno di esso. La sua coscienza è polarizzata. Una donna con tale aspetto non è detto che lo viva fisicamente, ma che una significativa parte di sé lo sia (vergine) dal lato psicologico.

L’archetipo della Dea Vulnerabile può essere quello di una donna fragile, vittimizzata dalla coscienza diffusa ma che in una seconda fase della propria vita, dopo magari la manifestazione di sintomatologie psichiche legate al dolore, ha recuperato il proprio sé trasformandolo.

L’archetipo della Dea Alchemica è quello di una donna che non ha mai sofferto per amore, e non fu mai vittima. L’effetto che ha la Dea Alchemica (Afrodite) su un rapporto non riguarda solo l’aspetto romantico o sessuale ma anche l’unione di anime, l’amicizia profonda, la comprensione empatica e l’amore platonico. La sua coscienza è definita coscienza Afrodite, una sorta di riflettore, attiva e ricettiva sinergicamente.

In questo articolo per ora si parlerà delle Dee Vergini per non incorrere in eccessiva lunghezza.

Artemide (Diana): figlia di Leto e Zeus, dea della caccia, della luna.

E’ immune all’innamoramento ma con il suo arco nessuna “preda” (anche umana) può scamparla. Archetipo di arciera protesa alla meta e del femminismo incarnando: competenza, realizzazione, indipendenza dagli uomini e dalle loro opinioni, in soccorso delle giovani donne inermi e vittimizzate. Con le donne spiccata è la sorellanza e solidarietà. Con gli uomini si sentono alla pari rendendosi conto della innaturalità del ruolo stereotipato che era stato attribuito loro. Sono attratte da uomini atti alle attività artistiche, musicali, creative, terapeutiche, con cui poter condividere interessi, o che sono complementari ai suoi. La sua tendenza ad esplorare può portarla anche nella sessualità ad esperire diverse tipologie di relazioni. Sinteticamente si può asserire che per la donna Artemide le sofferenze psicologiche sono maggiormente a carico di coloro che le stanno accanto, non sembrerebbero essere rivolte a sé.

Minerva (Atena): figlia di Metis e Zeus, dea della saggezza, dei mestieri.

Iconograficamente viene rappresentata dalla civetta ed i suoi “strumenti” sono lo scudo, la corazza e la lancia. Come l’archetipo Artemide quello di Atena è focalizzato più sui propri bisogni che su quelli altrui e sono i seguenti: la strategia, in cui manifesta attivamente la propria propensione per gli affari, il campo militare, politico, scientifico e del pensiero. L’artigiana Atena, dea dei mestieri, si dedica a cose belle quanto utili, e predilige attività nelle quali le mani e la mente si incontrano, come il tessere. L’archetipo di “figlia del padre” (prediletta da Zeus), che incarna, trova ragion d’essere nella sua attrazione verso uomini potenti, detentori di autorità, potere, responsabilità, che a loro volta incarnano l’archetipo del patriarca. Diversamente da Artemide contemplano le regole di comportamento e le norme stabilite, e non le vanno a genio gli oppressori, i ribelli, i falliti. Con le donne i rapporti sembrano essere distanti ed addirittura inesistenti, mentre con gli uomini, solo quelli eroici sono degni della sua attenzione. Non considera il sesso (come lo è per Artemide uno sport) un’avventura,  ma in comune con essa vi è l’attivazione in lei degli archetipi di Era (Giunone) e di Afrodite (Venere), perché esperire il sesso possa divenire un impegno emotivo ed espressione di Eros. Le sue azioni sono intenzionali, mai impulsive, vive nel “giusto mezzo”. Le sue difficoltà psicologiche possono derivare dal fatto che lei sia detentrice di scudo e corazza.

Estia (Vesta): appartiene alla prima generazione degli Dei dell’Olimpo, sorella di Zeus, figlia di Chrono e Rea.

Dea del focolare quale santuario e sorgente di calore e del Tempio quale viaggio interiore per cercare e trovare senso e pace. L’iconografia con la quale viene rappresentata è quella del cerchio, simbolo del fuoco, focolare. Il suo, diversamente da Atena ed Artemide, è un orientamento verso l’interiorità dell’esperienza soggettiva, atta ad esempio alla meditazione. E’ l’archetipo della custode del focolare ed è “attivo” nelle donne che fanno delle attività domestiche non mere faccende di casa, ma attività significative, e nel farle nasce in loro uno stato di pace interiore. Se nella donna l’archetipo predominante è Estia, al compito della mansione per il quale si è attivata proverà serenità interna, se è quello di Atena si struttura il senso della meta ottenuta, se ancora è quello di Artemide un senso di sollievo per potersi dedicare all’esperire dell’altro. Un altro archetipo che incarna Estia è quello della Dea del Tempio, che specialmente nelle comunità religiose nelle quali abbonda, si coltiva attraverso il silenzio. Con le donne offre il suo animo comprensivo ed attento indipendentemente dal contenuto enfatico o meno che l’amica le confida, e garantisce un posto “caldo” vicino a sé, al suo focolare. La sessualità per lei non è molto importante ma se si trova a farla si scopre orgasmica. Ella attrae uomini o che considerano le donne “sante” (che non hanno esperienza sessuale o non interessa loro averne) o “puttane” (se sessualmente attive ed eccitabili). E’ molto comune che si strutturi un’unione matrimoniale tra un marito Ermes, uomo d’affari, intraprendente, che viaggia, ed una donna Estia, che tiene vivo il focolare domestico, a cui piace occuparsi autonomamente (e senza che altri possano interferire) della casa. Le difficoltà psicologiche possono ravvisarsi nel fatto che coltivando il modello del distacco può essere preda dell’isolamento e della solitudine. Difatti tra le divinità dell’Olimpo le manca la “persona”: l’immagine viene rappresentata non da sembianze umane ed è completamente scevra da conflitti amorosi e dalle discussioni esistenti tra le persone.

Oggi la vita di una donna attraversa diverse fasi, ed in ciascuna di queste si possono attivare le Dee, quali immagini interne, archetipiche attivantesi continuamente nelle loro diverse tipologie. Può capitare, e questo è molto suggestivo oltre che straordinario, che un determinato archetipo possa, all’oscuro della donna nel quale si è attivato chiedere “tributo” alla Dea al quale appartiene.

E in te, quale Dea dimora?