Psicologia delle Masse

aprile 13th, 2015 | Posted by admin in Psicologia Sociale

psicologia delle masseIl concetto di massa può essere relato a quello di totalitarismo, così come di conseguenza la psicologia sottesa al totalitarismo si interseca con quella della massa per l’appunto.

Il primo studioso a sistematizzare ed analizzare scientificamente il ruolo delle masse nella società è Gustav Le Bon (1895), etnologo, psicologo ed uno dei fondatori della cosiddetta “psicologia sociale”. Egli conferisce loro un’accezione molto negativa; sarebbero difatti l’esito di un processo involutivo, portatore a sua volta di anomia, decadenza, distruzione, incapacità ad essere creativi e a possedere una visione olistica d’insieme.

La massa è il nuovo soggetto politico, protagonista incalzante degli ultimi decenni dell’800, che avrebbe poi predominato la scena anche del secolo a seguire.

Le Bon identifica la massa quale “grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme”, e che comincia a strutturarsi alla fine dell’800. L’autore traccia un identikit del moderno dittatore ideale, in cui predomina senza ombra di dubbio la sua capacità di incarnare aspirazioni, velleità e desideri segreti della folla. Dopodiché sarà lo stesso dittatore potenziale a proporsi come il salvatore, una specie di totem in grado di realizzare ciò che la folla brama e desidera. È l’illusione a giocare un ruolo cruciale in tutta questa dinamica: non è importante tanto che questi remoti sogni abbiano una traduzione positiva nella realtà, quanto far credere alla massa di essere capaci a realizzarli. Mussolini, ispiratosi pedissequamente all’opera di Le Bon, infatti affermava: “non è la ragione a scavalcare le montagne, ma la fede. La propensione dell’uomo moderno nel credere ha dell’incredibile” e ancora “la gente non ha tempo per pensare”.

Le masse, prosegue Le Bon, penserebbero per immagini, le quali si susseguirebbero senza alcuna concatenazione, esse sarebbero molto suggestionabili a ciò che di meraviglioso risiederebbe nelle cose in sé. Gli uomini che divengono dittatori non sono solitamente intellettuali, ma uomini d’azione, caratterizzati da quella che nella moderna neuro-psichiatria viene definita come “pseudologia fantastica”: le loro idee ed ideali verrebbero difesi ad oltranza e contro essi qualsivoglia ragionamento si infrangerebbe. Essi sono disposti a sacrificare tutto (sè stessi, famiglia) pur di raggiungere i propri obiettivi; ed anche l’istinto di conservazione verrebbe meno in nome di un’impresa ben più aulica ed altamente immaginifica, ovvero il lasciare ai posteri di loro nuovo Vangelo o “dottrina”.

Le Bon identifica quella che è la moralità della folla e ne enuclea i relativi sentimenti, quali: suggestionabilità, credulità, e loro relativa ubbidienza alle suggestioni (le immagini che vengono utilizzate dal dittatore e che fanno breccia nell’anima della folla vengono considerate alla stregua della realtà), esacerbazione, iperbole e semplicismo dei propri sentimenti (non conoscendo né l’incertezza né tantomeno il dubbio i sentimenti della folla si distribuiscono agli estremi), servilismo dinanzi all’autorità forte e, nonostante gli impeti rivoluzionari contingenti, conservatorismo. A seguire, impulsività ed irritabilità in quanto la massa sembrerebbe essere l’esito, o meglio il contenitore, di tutti gli impulsi eccitatori esteriori e come tale ne rifrangerebbe inevitabilmente tutte le oscillazioni.

L’autore, attraverso l’applicazione di un paradigma di studio scientifico (dal background clinico) delineerebbe le dinamiche della folla caratterizzate dalla emotività emergente dall’inconscio, favorita a sua volta dal dispiegarsi delle varie declinazioni del concetto di contagio e suggestione. Le folle quindi sono considerate l’Uno in cui vige la depersonalizzazione, per cui per esse non potrebbe servire altro che un leader dotato di ferrea volontà, in grado di guidarle attraverso l’ausilio della ripetizione, affermazione, contagio, suggestionabilità.

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