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L’epoca in cui viviamo è quella della post modernità, ed è caratterizzata dall’utilizzo massiccio ed in larga scala dei social media; anche la cultura, non da ultima, è permeata da tutto ciò.

Se da un lato i mezzi di comunicazione hanno contribuito ad amplificare ed ampliare i perimetri dei nostri pensieri, idee, conoscenza e modalità di espressione, dall’altra lato però – è questo il rovescio della medaglia per l’appunto – pur rendendoci protagonisti del cosiddetto processo di globalizzazione essi si sono inseriti nella nostra vita e sfera privata generando a ruota ansie e angosce più o meno gravi e talora vere e proprie fobie.

Il circolo vizioso e paradossale che emergerebbe da questa dinamica sopra citata, sarebbe che gli stessi mezzi e/o strumenti ai quali ci “affidiamo” diventerebbero mezzi controllanti la nostra esistenza, da molteplici e vari punti di vista.

Un po’ di storia

Il primo studioso da cui emerge una acerba caratterizzazione di questi aspetti è il filosofo J. Bentham nel 1787: egli progetta il cosiddetto “Panopticon” il cui significato coinciderebbe con “l’occhio-che-tutto-scruta”, una sorta di carcere ideale che possa garantire (inizialmente in ambito del carcere) una capacità di sorveglianza completa, a tutto tondo. Bentham quindi quale padre fondatore del Grande Fratello.

Col passare del tempo il significato di “Panopticon” ha incorporato più aspetti, trasversali alla vita del soggetto. Nel progetto di Bentham, nel suo modello, pensato inizialmente per l’ambito carcerario, sarebbe stata prevista anche una torre per i visitatori. I detenuti quindi non avrebbero avuto rapporti solo con le guardie carcerarie, col direttore, ma anche con altri voyeurs: ovvero visitatori che avrebbero incarnato l’”Opinione”. Il modo di comportarsi dei prigionieri sarebbe stato giudicato da tutti. In questo interessante aspetto vi sarebbe probabilmente l’avanguardia di quello che sono le odierne folle curiose che tutto sanno e spiano: connotate da una certa dose di inconscio e morboso desiderio di non farsi sfuggire nulla attraverso il buco della serratura.

Post modernità: paure e fobie

Con l’avvento della digitalizzazione anche l’identità è digitalizzata, basata e coincidente con una immagine esteriore, esterna, facilmente sostituibile con un’altra e oggetto di “preda”. A questo corrisponde parallelamente una involuzione psicologica ed emotiva del soggetto: egli si sente sempre più spersonalizzato, indeterminato, appeso ad un filo, il filo della immagine esteriore su cui si basa la sua identità.

Tale identità non è mai data una volta per tutte, e proprio perché basata sulla esteriorità, deve continuamente plasmarsi e modificarsi alle dinamiche che presiedono alla società attuale.

In questa post modernità la realtà nella quale siamo immersi è talmente trasparente che ci si può ritrovare repentinamente come il pesciolino rosso nella sua boccia di vetro, spiati, osservati, commentati da molti occhi privati ma anche pubblici.

In questo humus crescono diverse paure legate direttamente all’aspetto culturale dell   di appartenenza.

Le paure necessarie alla strutturazione della nostra interiorità e quindi personalità possono divenire panico, angoscia e fobia se superano una determinata soglia: la stessa soglia sarebbe invece funzionale ad una attenzione consapevole e selettiva di ciò che ci circonda.

Oicofobia

L’Oicofobia è una precisa espressione della epoca attuale che designerebbe la paura che la propria sfera privata venga invasa da terzi senza un consenso del soggetto interessato; ed il centro di questa nuova fobia è il furto della identità.

Sembrerebbe che i soggetti più a rischio siano i ventenni e trentenni appartenenti alla cosiddetta “Mtv generation” che a partire dagli anni ’80 ha trovato sempre più consensi tanto da inaugurare la cultura audiovisiva.

Il passato ed il presente

In passato gli strumenti e le tecniche erano funzionali all’uomo e alle sue necessità: essi venivano utilizzati con cautela e contingenza.

Oggi gli strumenti si “impossessano” della identità del singolo, perché egli in un certo qual senso glielo permette. Gli stimoli cosiddetti oicofobici sono dovunque: è da tenere ben presente che la enfasi con la quale non ci sfamiamo (dei pensieri, sofferenze, emozioni altrui) è la stessa con la quale gli altri poi si sfameranno a loro volta “attraverso noi”; sempre nella ottica di questa dimensione digitalizzata e digitalizzante.

L’identità debole alla luce di quanto sopra non è altro che il frutto di questa omologazione, precarietà, indefinitezza che si aggrappa al vivere quotidiano della persona.

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