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L’essere padri oggi

L’essere padri oggi significa essere forti e presenti contro gli stereotipi ed i cliché che la storia racconta.

Dell’essere madre, del periodo della gravidanza, delle emozioni che si affacciano in tale periodo, per poi far capolino nella mente della donna, si è scandagliato abbastanza da sempre; così come dei suoi cambiamenti psicologici ed ormonali a cui va incontro durante e dopo questo delicato periodo, e ancor prima della fase in cui prende piede il desiderio di un figlio, della depressione post-partum e relativi vissuti contrastanti, ambivalenti per questo opprimenti.

Ma cosa si sa dei padri? Del loro mondo interiore? Delle loro emozioni e vissuti? Ben poco, in realtà.

 

Organizzazione della famiglia di ieri e di oggi

Nonostante i cambiamenti epocali che hanno attraversato la famiglia ed i suoi componenti, la figura paterna, la sua genitorialità e le relative componenti emotive è tutt’oggi non ben esplorata.

In passato esistevano le cosiddette famiglie allargate, in cui genitori, figli, cognati/e, generi, cugini, nonni, bisnonni, convivevano. Di certo i modelli educativi di allora erano ben poco improntati alla dimensione della empatia, della comprensione dei propri ed altrui vissuti, alla reciprocità, e non c’era spazio per tutto questo. Razionalità, rispetto delle norme (anche con maniere forti), cognitivismo la facevano da padrone. Ecco che allora la figura del padre era identificata ed introiettata dai figli in colui che usciva la mattina per tornare la sera dopo il lavoro, colui verso il quale bisognava avere ossequiosità e remore indipendentemente da tutto: il padre padrone non si discuteva; egli portava i soldi a casa e pensava al sostentamento delle intere famiglie per cui i suoi valori (anche opinabili), modelli educativi e modalità con cui faceva valere ciò non si potevano assolutamente mettere in discussione.

Quanto è cambiato ad oggi! Si potrebbe quasi asserire di essere dall’altro capo, dalla faccia opposta della medesima medaglia.

Si assiste sempre più – a differenza del padre padrone di allora – a figure paterne (ma anche materne) inconsistenti, evanescenti, portatrici di comunicazioni ambivalenti verso i figli (non che il passato fosse rose e fiori a confronto, anzi, il problema semmai era al contrario l’assenza in sé e per sé della comunicazione).

Oggi i genitori per converso hanno quasi timore di rimproverare i loro figli, e non di rado, laddove i confini che definiscono e sanciscono a buon ragione la diversità dei ruoli e funzioni dei membri della famiglia sono troppo permeabili (con la naturale ed insana conseguenza che non si capisce dove inizi il ruolo del genitore e dove cominci quello del figlio/a). Si strutturano dinamiche altamente disfunzionali all’interno della stessa. Vige la depersonalizzazione, chaos, anomia (assenza di rispetto di norme e regole), sovversione e ribaltamento di ciò che è per natura il rapporto genitore-figlio, e quello che implica fisiologicamente e psichicamente.

 

La figura paterna

Ecco che allora di fronte a questi cambiamenti un uomo che sta per diventare padre, o lo è da poco, possa sentire la nascita del figlio come un momento apportatore di un cambiamento radicale nella propria identità: responsabilità, paure, sensi di inadeguatezza si intrecciano e possono emergere, contemporaneamente a vissuti di gioia e totale felicità per l’evento.

Recenti studi hanno messo in luce come il neo papà non di rado si possa sentire come un estraneo, un intruso all’interno della coppia magica e simbiotica quale quella della mamma-bambino.

Avere consapevolezza di ciò e comprendere che fisiologicamente, naturalmente ed emotivamente non possa che essere così è già un primo passo per una rielaborazione costruttiva e positiva del sé paterno-genitoriale.

 

Funzione della figura paterna

Dal punto di vista psicoanalitico (ma non solo), il padre ha la funzione di “separare” questa coppia simbiotica mamma-bambino, di romperne il disincanto della magica onnipotenza e fusione caratterizzante il binomio.

Il padre facendo ciò contribuisce a frustrare il bambino-figlio, ovvero ad allontanarlo dall’investimento verso il suo oggetto di amore primario (la mamma). Questa “manovra” che teoricamente risuona come particolarmente complessa, è in realtà traducibile nella pratica della realtà con la presenza attiva del padre all’interno della coppia.

Ciò apre la porta e cementa la cosiddetta triangolazione: una dinamica in cui i tre componenti possono evolversi a livello identitario individuale ma anche come nucleo.

Sempre dal punto di vista psicoanalitico il bambino disinvestirebbe il desiderio verso il genitore del sesso opposto e si identificherebbe (introiettandone i tratti salienti) nel paterno. Ecco il superamento del complesso di Edipo e la “nascita” del Super Io, ovvero un processo che porterebbe l’identificazione secondaria con gli oggetti normativi (i genitori). Questo periodo si struttura intorno ai 6 anni di età del bambino.

La triangolazione permette che il bambino possa introiettare norme e regole ed un rapporto normato, in cui però vi deve essere spazio sia per l’empatia, il sostegno reciproco, il palesare le emozioni nonché sentirle accolte.

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Da sempre si dibatte sui cambiamenti psico-antropologici a cui l’istituzione “famiglia” nel corso della storia è andata incontro. Già di per sé la famiglia nucleare della post modernità racchiude colori, contenuti e tendenze completamente diverse da quelle che erano presenti nella cosiddetta famiglia allargata. È ormai noto come lo sviluppo psicologico del bambino possa essere “influenzato” positivamente o negativamente e dalle variabili endogene dello stesso (quali vulnerabilità personologica, strategie di problem solving, tipologia di attaccamento alla figura genitoriale, risorse, capacità e competenze) e da quelle esogene. Per queste ultime si può fare riferimento a quello che è in primis la famiglia (prima agenzia educativa), o meglio all’ambiente, allo “humus” familiare. Ci sono numerosi approcci teorici allo studio delle dinamiche intrafamiliari e alla patologicizzazione delle stesse. Tra questi uno alquanto originale ma al contempo, a mio parere, assolutamente pertinente, è quello ravvisabile nella psicogenealogia.

A.A. Schutzenberger, in “Una malattia chiamata genitori” e nella “Sindrome degli antenati”, riprende ed approfondisce con innumerevoli esempi il concetto di cui sopra. La composizione della parola psicogenealogia fa comprendere come gli accadimenti scanditi dalla genealogia appunto (componente quest’ultima innata e strutturale “data” in dotazione a ciascun individuo) possano intersecarsi alla psiche del soggetto, favorendo o meno l’armonicità dello sviluppo stesso e la risoluzione più o meno edificante dei compiti evolutivi che lo sviluppo in sé richiede. La tesi della Schutzenberger risiede nel fatto che la nostra genealogia, ovvero i nostri genitori, nonni, bisnonni ed ancora più in là indietro nella timeline per arrivare agli avi, possono lasciarci in eredità problematiche irrisolte, una sorta di cerchi aperti di traumi non metabolizzati e quindi non digeribili, di segreti inconfessabili, che si annidano silentemente nella persona per palesarsi e manifestarsi con tutta la loro forza vitale in concomitanza magari di alcune contingenze. Tale processo è sovrapponibile per significato e rilevanza clinica a quello noto della somatizzazione.

In esso laddove la mente non può permettersi di esprimersi è il corpo che lo fa, che lo deve fare: il soma del bambino, figlio, nipote o pronipote “incarna” la voce dell’avo ferito, divenendo la parola, il portavoce del suo trauma. L’anismo è una patologia che potrebbe fornire un buon esempio di quanto appena descritto sopra. L’anismo è una anomalia contrassegnata dal fatto che l’ano, invece che rilassarsi per permettere il passaggio delle feci, fa l’opposto, si chiude difatti. Il dato clinico rilevante e significante è che tra i diversi casi di anismo, il numero di storie riguardanti l’abuso sessuale è dieci volte superiore rispetto a coloro i quali non soffrono di questa disfunzione. Si potrebbe definire l’anismo quale dissociazione somatica: parti del cervello inviano segnali opposti, uno atto al rilassamento, l’altro relativo alla contrazione dell’ano. Tale dissociazione è presente in tutta la sua enfasi anche nelle persone vittime di abusi e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci dato che la dissociazione è un meccanismo di difesa dell’Io, che permette alla persona vittimizzata di dissociarsi a livello psicologico dall’evento traumatico per non soffrire ulteriormente. Dissociazione, però, che non ha solo un’accezione negativa. Infatti può essere anche sinonimo di resilienza: terminologia mutuata dalla metallurgia che per trasposizione indica metaforicamente la capacità che la persona ha dentro sé di “non fondere ad una certa temperatura”, ovvero in altri termini di saper resistere funzionalmente anche alle difficoltà più severe. Qui sempre in merito alla strategia dissociativa la parte che osserva (che si allontana quindi dal trauma subito), prende il sopravvento su quella che è sofferente, per poter avere il controllo e successivamente sopraffare il caos. Interessante come sempre la Schutzenberger individui 3 percorsi in cui la parte sana della persona può declinarsi: mitomania, reverie e menzogna. La mitomania serve a contraffare la realtà, edulcorarla per compensare l’angoscia ed il senso di vuoto dati dal trauma; la reverie dà una forma all’ideale del sé che può divenire creatività nella declinazione positiva o miraggio, inganno in quella negativa. La menzogna infine maschera la realtà, proteggendo, a differenza del percorso della mitomania che protegge come un’immagine seducente, quale una fortezza. La somatizzazione è espressione delle emozioni (dei conflitti tra, e/o le espressione di esse) e si svela esclusivamente attraverso il corpo. Si tratta di un problema reale! Le parti coinvolte sono lo spirito ed il corpo che nello stress acuto attivano una risposta di tipo psicofisiologico mentre in quello cronico il loro rapporto dà una risposta di tipo psico-neuro-immunologica. I disturbi fittizi si strutturano nel processo immaginativo invece, e “creano” a loro volta disturbi fittizi. Per concludere i traumi mai digeriti dalla vittima si trasmetterebbero ai loro discendenti attraverso le più svariate modalità, una tra queste la sopra menzionata somatizzazione. Quando un bambino è farmaco resistente sarebbe opportuno esplorare attentamente la sua anamnesi remota familiare! Potrebbe trattarsi, alla luce di quanto descritto fino ad ora, di una non-sinergia operativa tra corpo e pensiero: se il corpo contraddice il pensiero, visto non mente mai, allora qualcosa non è stato detto, non è entrato nell’ordine delle parole.

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